SAN GIUSEPPE, MAESTRO DI CONDIVISIONE (Don Tonino Bello)


«Giuseppe, sta arrivando una donna dal forno. Ecco, ti ha portato del pane, e la bottega si è subito riempita di fragranza.
Frattanto colgo il destro di questa interruzione per osservare che sono davvero fortunato, dal momento che il Signore mi sta mettendo sotto gli occhi i simboli giusti nel momento giusto! Stavamo parlando di condivisione, ed ecco il segno più classico: il pane!
Si direbbe che il pane, più che per nutrire, è nato per essere condiviso: con gli amici, con i poveri, con i pellegrini, con gli ospiti di passaggio! Spezzato sulla tavola, cementa la comunione dei commensali; deposto nel fondo di una bisaccia riconcilia il viandante con la vita; offerto in elemosina al mendico, gli regala un’esperienza, sia pure fugace di fraternità; donato a chi bussa di notte nel bisogno, oltre a quella dello stomaco, placa anche la fame dello spirito, che è fame di solidarietà; raccolto nelle sporte, dopo un pasto miracolo sull’erba verde, sta ad indicare che a chi sa fare la divisione, gli riesce bene anche la moltiplicazione!
È proprio vero, Giuseppe. Il pane è il sacramento più giusto del tuo vincolo con Maria. Lei morde ogni giorno quello di frumento, procuratole da te col sudore della fronte. Tu mordi il pane del tuo destino che l’ha resa Madre del Figlio di Dio.
È per questo che per noi, o falegname di Nazareth, tu sei provocatore di condivisioni generose e assurde, appassionate e temerarie, al centro della sapienza e al limite della follia.

Insegnaci, allora, a condividere il pane con i fratelli poveri, in questo nostro mondo, dove purtroppo muoiono ancora più di cinquanta milioni di persone per fame.
Il pane da segno di comunione, si è trasformato in simbolo della scomunica, ed è divenuto il discrimine sul cui filo passa la logica della guerra: viene accaparrato dagli ingordi, non condiviso dai poveri, ammuffisce nelle credenze degli avidi, non allieta la madia degli umili, si accumula negli artigli di pochi, non si distribuisce sulle bocche di tutti! Sovrabbonda nei bidoni della spazzatura d’Europa, ma è sparito sulle mense desolate dell’Eritrea. Trabocca senza pudore negli opulenti cenoni del Nord, ma è sogno proibito per tutti i Sud della Terra!
Viene diviso anche; sì, viene diviso, come gesto munifico di regalità, ma non viene restituito a chi ne ha diritto, con i canti gregoriani della penitenza e in nome della giustizia!
Hai sentito mai dire, Giuseppe, che se i ghiacciai eterni dell’Ermon, si sciogliessero d’incanto, le acque sprofonderebbero a valle con pro rose tracimazioni, il lago di Tiberiade diventerebbe un mare, il giordano strariperebbe, rompendo gli argini, e l’arsura dell’intera Palestina, verrebbe per sempre placata! 

E allora! Visto che presso l’Altissimo, ce ne sono poco di santi così referenziati come te, perché non provochi un fenomeno simile, scongelando le ricchezze dalle mani di pochi e travolgendo la terra in un cataclisma di pane. E se questo ti sembra un miracolo troppo grosso per i tuoi mezzi, perché almeno non persuadi la Chiesa del Duemila a farsi carico con più fiducia della sorte degli ultimi, non solo spartendo le sue ricchezze con i poveri, ma soprattutto condividendo la miseria degli esclusi.
Oggi più che mai vogliamo sperimentarti così, quale Protector Sancte Ecclesiae, Protettore della chiesa dei derelitti, degli emarginati, dei violentati, dei palestinesi, dei marocchini, dei terzomondiari, degli sfrattati, degli sfruttati, dei prigionieri, e degli inquilini di tutte le più squallide periferie dell’umanità.
Capisco che se non mi rispondi non è solo perché tu sei l’uomo del silenzio, ma anche perché la
fornaia si è attardata nella tua bottega. Ha visto la culla e non ha smesso di contemplarla per un istante. Poi si è curvata, ha steso il mantello per terra e l’ha riempito di trucioli e di segatura, di ritagli e di assicelle. Ogni sera, così, lei fa il carico per accendere il forno e a te rimane il pavimento pulito e un pane di granturco per la cena. 

Ma, a proposito, ora che siamo rimasti soli, vuoi spiegarmi, Giuseppe, come hai accolto il mistero di quella culla? E percé mai tu, l’uomo dei sogni, torni ogni tanto verso quel piccolo nido di legno, e trattieni il respiro, e tendi l’orecchio illudendoti di ascoltare un vagito?
Oh, figlio della casa di Davide, raffrena la tua impazienza: il bambino che sta per nascere è sì un Dio gratuito, tanto gratuito che spunterà come rugiada sul vello, ma tu devi attendere ancora, e anche la culla deve attendere; anzi, non rimanerci male se ti dico che quel nido, costruito da te con tanta tenerezza, resterà vuoto per sempre: sarà troppo piccolo per tuo figlio, quando egli, dopo tanto peregrinare, metterà piede finalmente nella tua casa. Da ben altro legno del resto saranno cullate le membra del Dio fatto uomo! Ma stavolta non spetta a te costruirlo! 

Vedo che la notizia non ti turba granché. Hai così tanto imparato dalla gratuità purissima di Dio, da non provare il minimo sgomento al pensiero che la tua fatica non sarà compensata neppure dalla soddisfazione di sentirti utile a qualcosa.
Culla o greppia, non t’importa. Non pretendi neppure contropartite affettive e continui ad attendere come dono, come semplice dono, da nulla provocato, se non dalla sua stessa liberalità, il tuo imprevedibile Dio: O cieli piovete dall’alto, o nubi mandateci il Santo, o terra, apriti o terra e germina il Salvatore.
Anche la tua vita si è fatta dono. Un dono così grande, che in paragone quello filtrato dal seme corruttibile della carne, sembra appena l’acconto di un avaro. Un dono così libero che tutte le paternità messe insieme dai titolari della tua genealogia, non pareggiano il tuo diritto di chiamarti padre di Gesù.
Un dono così radicale che, pur custodendo la verginità di Maria, ti fa una sola carne con lei
infinitamente più di quanto non siano tutt’uno due sposi nel momento supremo dell’amore.
Un dono così gioioso, che la tua contabilità non è segnata sui registri a partita doppia, contempla solo la voce in uscita. Tu non chiedi nulla per te. Neppure da Dio! Ma non per orgoglio, per sovraccarico d’amore, dai tutto senza calcolo, e non accantoni oggi frammenti oscuri di tempo, allo scopo di ritirare domani interessi di gloria per tutta l’eternità.

Ssssttt....!!! 
Silenzio Giuseppe, un carro si è fermato alla tua porta. Entra un uomo, molto stanco, e poggia sul bancone un piccolo otre di vino, e dice: “Ho attraversato tutta la Giudea e la Samaria, e debbo raggiungere, prima che sia notte la terra di Zabulon. Ti ho portato un po’ di vino, dalle vigne di Engaddi, laggiù presso il Mar Morto. È di quello buono. Bevilo Giuseppe, alla mia salute con la tua sposa. So che aspettate un figlio”.
Beh, stasera il Signore vuole mostrarsi particolarmente generoso anche con me, perché mi ha messo sotto gli occhi un altro simbolo, quello della gratuità e della festa.
Dopo il pane della fornaia, ecco il vino del carrettiere, il vino che rallegra il cuore dell’uomo.
Mah, vedo Giuseppe che ti accingi a chiudere, perché hai preso un orciolo di terracotta e stai uscendo per riempirlo d’acqua alla fonte vicina. Io allora approfitto della tua assenza per leggere in negativo quel simbolo della letizia, appoggiato sul bancone, e chiedermi se per caso questa mia irruzione di stasera nella tua bottega di Nazaret, non sia stata un’evasione puramente letteraria, in un mondo, che con quello in cui mi tocca vivere, non ha nulla da spartire. 

Ci vuole infatti un bel coraggio a dire che il vino è segno di gratuità e di festa, quando per noi è divenuto l’emblema drammatico dell’evasione e della fuga, che accomuna i tossici agli alcolisti, gli ultras ai barboni! Ma perché mai il vino si è pervertito in idolo fascinoso per chi getta le armi e rinuncia ad un’esistenza troppo faticosa da vivere?
Il motivo c’è: abbiamo smarrito l’ebbrezza della gratuità e c’è rimasta solo l’ebbrezza dell’alcol! Sicché in un mondo regolato dai petroldollari, angosciato dai crolli di Wall Street, retto dalle bilance dei pagamenti, che irta con la speculazione, che si infischia dei debiti dei popoli in via di sviluppo, che si lascia sedurre dalla massimizzazione del profitto, che monetizza persino il rischio delle popolazioni, i cui terreni sono espropriati per farne basi militari, che sfrutta i poveri col traffico delle armi, che è sordo alle esigenze di un nuovo ordine economico internazionale.

In un mondo del genere, come può esplodere la gioia?

Ci si lascia vivere! Si amoreggia con il fatalismo! Ci si appiattisce in un’esistenza che scorre senza
più stupore, senza spessore, come le immagini sul video. E noi compiamo le nostre scelte come se spingessimo i tasti di un telecomando. Crediamo di scegliere e invece siamo scelti!
Si muore per anemia cronica di gioia, si moltiplicano le feste, ma manca la Festa!
E le letizie diventano sbornie! Gli incontri frastuoni e i rapporti umani, orge da lupa mari!
Meno male Giuseppe che hai fatto presto a tornare dalla fonte. Vedi in tua assenza sono stato colto da un pauroso deficit di speranza e ho temuto addirittura di dover uscire dalla tua bottega per la tangente del pessimismo!
Ma ora che sei rientrato anche il vino di Engaddi, lassù sul bancone, torna a rosseggia di letizia pasquale e risplende come simbolo della festa. Bevilo con Maria alla salute del carrettiere che te l’ha regalato; ma anche alla buona fortuna di tuo figlio che sta per nascere. Un giorno egli farà scorrere il vino sulle mense dei poveri, e sceglierà il succo della vite come sacramento del sabato eterno.
Anzi, se non ti dispiace, mettimene un poco, in quel boccale di creta, me lo voglio portare come
ricordo di quest’incontro, e anche di quell’acqua che sgocciola ancora sul pavimento, dammene un poco!
Non è acqua inquinata quella! Le piogge acide, le discariche industriali e gli additivi chimici l’hanno ancora preservata, lasciandola come simbolo di purezza e di armonia ecologica.
Dammi della tua acqua, la quale è molto utile, et humile, et pretiosa et casta.
Ma dammela soprattutto perché, da quando tuo figlio la userà per lavare i piedi ai suoi amici, in una sera di tradimenti, del mese di Nisan, diverrà il simbolo di un servizio d’amore che è la spiegazione segreta della condivisione, della gratuità e della festa.
E visto che ci siamo, dammi anche di quel pane!
No, non tutto! Spezzamelo Giuseppe! Condividilo con me! Un giorno anche tuo figlio lo spezzerà prima di morire, e la speranza traboccherà sulla terra.
L’acqua, il vino, il pane: la trilogia di un’esistenza ridotta all’essenziale! Li porterò con me, nella bisaccia del pellegrino. Mi serviranno tanto, sulla mia strada di viandante un po’ stanco. E serviranno tanto anche alla mia Chiesa, anzi quando mi chiederà qualcosa, spero di non aver null’altro da darle che questo: né denaro, né prestigio, né potere, ma solo acqua, vino e pane!

Si è fatto tardi, Giuseppe.
Nella piazza non c’è più nessuno. I grilli cantano sul cedro del tuo giardino.
Nelle case, le famiglie recitano lo “Shemà Israel”. E tra poco Nazareth si addormenterà sotto la luna. Di là, vicino al fuoco, la cena è pronta. Cena di povera gente. L’acqua della fonte, il pane di giornata, e il vino di Engaddi.
E poi c’è Maria che ti aspetta.
Ti prego: quando entri da lei, sfiorala con un bacio. Falle una carezza pure per me. E dille che anch’io le voglio bene. Da morire!
Buona notte, Giuseppe!».
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SAN GIUSEPPE SPOSO DI MARIA, PADRE DI GESÙ


(dalla rivista Sacro Cuore, marzo 2010, p. 18)

La profondità della spiritualità di san Giuseppe brilla sempre più ai nostir occhi mano a mano che comprendiamo l'infinita ricchezza di grazia che pervade la casa dove con lui vivono nientemeno che il Figlio di Dio fatto uomo e sua Madre, la creatura più innamorata di Dio che sia mai esistita. Non è possibile trovare un esempio migliore di intreccio tra la normalità di una semplice vita familiare e la spiritualità impegnata a vivere costantemente alla presenza di Dio.

Quale amore tra Maria e Giuseppe

Gli evangelisti, pur affermando chiaramente che Gesù è stato concepito per opera dello Spirito Santo e che in quel matrimonio è stata conservata la verginità (cfr. Mt 1,18-24; Lc 1,26-34), affermano altrettanto chiaramente che Giuseppe è lo "sposo" di Maria e Maria "sposa" di Giuseppe (cfr. Mt 1,16.18-20.24; Lc 1,27; 2,5).
Secondo la consuetudine del popolo ebraico, il matrimonio si concludeva in due tappe: prima veniva celebrato il matrimonio legale (vero matrimonio), e solo dopo un certo periodo, lo sposo introduceva la sposa nella propria casa. La prima fase, il fidanzamento, è deciso da Giuseppe, secondo le consuetudini del tempo, accettate anche da Maria.
Prima di vivere insieme con maria, Giuseppe quindi era già il suo "sposo"; Maria però, conservava nell'intimo una relazione con Dio, fatta di preghiera e contemplazione che le aveva consentito da sempre di far dono totale di sé esclusivamente a Dio. Poi avviene il fatto imprevedibile, l'Annunciazione: da quel momento Maria sa che deve realizzare il suo desiderio di donarsi a Dio in modo esclusivo e totale proprio divenendo madre del Figlio di Dio. In qualche modo Maria rinuncia ai suoi progetti, al modo che le aveva previsto per donarsi a Dio, e accetta il piano che Dio le rivela: tutta donata a Dio e quindi vergine, tutta donata a rendere possibile la salvezza agli uomini e quindi madre. 0 una vocazione nuova abbastanza misteriosa anche per Maria, e tanto più, per Giuseppe.

Progetto umano e proposta di Dio

Giuseppe che la ama, anche perché ha intuito le ricchezze spirituali del cuore di Maria, ha già reso stabile la sua decisione con la cerimonia del fidanzamento. Si prepara a portarla in casa sua, ma vedendo i sengni incipienti della maternità, rimane sconcertato e combattuto tra due sentimento. Un amore sempre più grande che certamente è frutto anche della presenza di Dio stesso vivente nel grembo di Maria, e la legge umana che chiede di denunciare la violazione di quel patto matrimoniale che è già iniziato con il fidanzamento.
Ma l'evangelista Matteo, con il racconto dell'Angelo che quattro volte "annuncia" a Giuseppe cosa deve fare, ci fa sapere che quello stesso Dio che ha scelto Maria come Madre del Figlio incarnato, ha scelto anche Giuseppe come "sposo" per Maria. Anche a Giuseppe viene rivelata la sua vocazione: il progetto di Dio che sconvolge i suoi piani iniziali e gli chiede di donarsi totalmente a Maria per tutta la vita, e questo era appunto il desiderio di Giuseppe, ma accettando che Dio stesso abbia scelto Maria come "sposa". Chi altro al mondo ha avuto un consenso più autorevole al suo matrimonio?

Donazione totale

In definitiva Dio chiede a Giuseppe di essere protagonista di una storia che porta salvezza all'intero genere umano in cio l'artefice principale è sempre e solo Dio, ma nella quale a due creature privilegiate, Maria e Giuseppe, è chiesto di collaborare in modi diversi, ma con la totalità del loro amore. L'accettazione di questa vocazione da parte di ambedue, il loro vivere insieme, il loro impegno di accogliere il figlio Gesù, di educarlo, farlo crescere... fanno di loro una vera famiglia fondata sull'amore e costituita sulla volontà di Dio.
Il matrimonio con Maria è il fondamento giuridico della parternità di Giuseppe. 
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PREGHIERA PER SANTIFICARE IL LAVORO


San Giuseppe, modello di laboriosità,
aiutami a santificare il lavoro che Dio mi ha assegnato.
Nella fatica ottienimi sempre
di lavorare con coscienza,
mettendo il dovere al di sopra di tutto;
di lavorare con riconoscenza e gioia,
considerando come un onore
impiegare i doni ricevuti da Dio;
di lavorare con pazienza,
senza mai indietreggiare davanti alle difficoltà;
di lavorare con purezza d'intenzione 
e con distacco da me stesso,
pensando di dover rendere conto del tempo perduto,
dei talenti inutilizzati,
del bene omesso.
Tutto per Gesù, tutto per Maria,
tutto a tua imitazione, o san Giuseppe!
Amen
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PREGHIERA PER UN MALATO


Misericordioso san Giuseppe,
tu sei la speranza dei malati,
e tutta la potenza di Gesù è nelle tue mani.
Per te non c'è niente di impossibile.
Ascolta con benevolenza 
quelli che t'invocano in questo giorno 
a causa delle membra sofferenti della Chiesa.
Noi ti preghiamo,
addolcisi le pene 
di colui che ti raccomandiamo in modo particolare.
Dagli la grazia di una totale sottomissione
alla divina volontà.
Ma mostragli anche
la tua bontà
trasmettendogli la potenza e ridandogli la salute,
con la grazia di condurre una vita santa
e completamente gradita a Dio.
Buon san Giuseppe,
non farci pregare invano, 
ma degnati, 
per mezzo di questo nuova grazia,
di accrescere la nostra fiducia e la nostra riconoscenza
verso di te e verso la divina bontà.
AMEN 
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SAN GIUSEPPE MODELLO PER I SACERDOTI - Seconda parte


(Tarcisio Stramare, in La Santa Crociata in onore di San Giuseppe, snt)


Esempio e patrono dei sacerdoti

Sulla base di questi argomenti il p. Cirino trovava non solo "pio, gusto e consentaneo sanctae Actioni che in essa vi sia la commemorazione di san Giuseppe", ma anche che san Giuseppe sia proposto come "esempio e speciale patrono dei sacerdoti". Come san Giuseppe "meritò di trattare rispettosamente con le sue mani il bambino Gesù e di portarlo", così i sacerdoti debbono "servire i sacri altari con purezza di cuore e innocenza di azione e degnamente offrire e ricevere il sacrosanto Corpo e Sangue di nostro Signore". Non c'è chi non veda quanto sia logico affermare che i sentimenti di san Giuseppe nei riguardi di Gesù sono proprio quelli che il sacerdote deve avere nel trattare i santi misteri. L'accostamento fra san Giuseppe e il sacerdote era già stato percepito da tante generazioni di sacerdoti nella preghiera, riptetutamente indulgenziata, destinata alla preparazione della S. Messa e come tale riportata nei Messalini anteriori all'ultima riforma. In tale preghiera precede anzitutto l'affermazione della situazione privilegiata di san Giuseppe riguardo a Gesù: "O uomo fortunato, beato Giuseppe, cui fu concesso non solo di vedere e udire, ma di portare, baciare, vestire e custodire Dio, che molti re vollero vedere e non videro, ascoltare e non udirono!". Segue, quindi, l'invocazione: "O Dio, che ci hai dato il sacerdozio regale, concedi, te ne preghiamo, che, come il beato Giuseppe meritò di trattare riverentemente con le sue mani e di portare il tuo Figlio unigenito, nato da Maria Vergine, tu ci faccia servire ai tuoi santi altare con purezza di cuore e innocenza di azione, così da ricevere degnamente il sacrosanto Corpo e Sangue di tuo Figlio e di meritare di ottenere nel secolo futuro il premio eterno".
Il servo di Dio Giovanni Paolo II, che era solito recitare questa preghiera, diceva: "In questa preghiera san Giuseppe appare come il protettore del Figlio di Dio. È una bella preghiera! La recito ogni giorno prima della santa Messa e certamente lo fanno molti sacerdoti nel mondo. Giuseppe, sposo di Maria Vergine, padre putativo del Figlio di Dio, non era un sacerdote, ma ebbe parte al sacerdozio comune dei fedeli. E poiché come padre e protettore di Gesù poté tenerlo e portarlo nelle sue braccia, i sacerdoti si rivolgono a san Giuseppe con l'ardente domanda di poter celebrare il Sacrificio eucaristico con la stessa venerazione e con lo stesso amore con cui egli adempiva la sua missione di padre putativo del Figlio di Dio. Queste parole sono molto eloquenti. Le mani del sacerdote che toccano il Corpo eucaristico di Cristo vogliono impetrare da san Giuseppe la grazia di una castità e di una venerazione pari a quella che il santo falegname di Nazaret dimostrava nei riguardi del suo Figlio putativo". Un grande devoto di san Giuseppe, San Giuseppe Marello, fondatore degli Oblati di San Giuseppe e vescovo di Acqui, aveva programmato su questa preghiera il suo ideale di vita: "Tu che, dopo la Vergine benedetta, primo stringesti al seno il redentore Gesù, sii il nostro esemplare nel nostro ministero che, come il tuo, è ministero di relazione intima col Divin Verbo".
L'attuale liturgia ha voluto avvalorare questa relazione fra il sacerdote e san Giuseppe, riassumendola nella preghiera stessa "sulle offerte" alla Messa del 19 marzo: "Accogli, Signore, il nostro servizio sacerdotale e donaci la stessa fedeltà e purezza di cuore, che animò san Giuseppe nel servire il tuo unico Figlio, nato dalla Vergine Maria". Il beato Giovanni XXIII più di una volta si è soffermato sull'importanza di uniformare alla somiglianza dell'ufficio anche quella dei sentimenti e dell'atteggiamento, proponendo la "spiritualità giuseppina" per il sacerdote.
Che dire, infine, del particolare patrocinio di san Giuseppe verso i sacerdoti, parte eletta del Corpo mistico di Cristo, in quanto essi in forma del tutto particolare nella celebrazione eucaristica "impersonano" quello stesso Gesù che si degnò di essergli figlio? Evidentemente, quanto detto per i sacerdoti vale analogamente anche per il ministero dei diacono e dei ministri straordinari dell'Eucarestia.  
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SAN GIUSEPPE MODELLO PER I SACERDOTI - Prima parte


(Tarcisio Stramare, in La Santa Crociata in onore di San Giuseppe, snt)

La decisione presa il 13 novembre 1962 dal Beato Giovanni XXIII si introdurre il nome di san Giuseppe nel Canone della Messa non fu un semplice atto di devozione personale, come si potrebbe dedurre dal disatteso suo inserimento in tutti i Canoni, ma fu la desiderata risposta ad annose successive petizioni, la prima delle quali risaliva già al 1815. Tra gli argomenti che, in occasione del "postulatum" del 1866, vennero addotti a favore, possiamo citare quello del p. Francesco M. Cirino, canonico regolare e consultore della S. Congregazione dei Riti. Detto padre mette in evidenza la partecipazione di san Giuseppe alla vita dello stesso Sommo Sacerdote e vittima, per dedurne essere "assolutamente degno che Infra Actionem, nella quale si realizza la S. Eucaristia, il nome di Giuseppe non sia taciuto, avendo egli per più anni sudato e preso freddo notte e giorno nella coltivazione di questo Frumento degli eletti".
San Giuseppe e l'Eucaristia
Il rapporto tra san Giuseppe e l'Eucaristia non era nuovo nella teologia giuseppina, dedotto dall'analoga funzione di nutritori dell'umanità che ebbero nella storia della salvezza sia l'antico Giuseppe sia il padre putativo di Gesù. Leggiamo in san Bernardo: "Quello conservò il frumento non per sé, ma per tutto il popolo; questi ricevette dal Cielo il pane vivo per conservarlo sia per sé sia per tutto il mondo".  
S. Bernardino da Siena riprendeva questa analogia dei due Giuseppe, affermando la superiorità del padre di Gesù, "perché egli non ha solo procurato agli egiziani il pane della vita corporale, ma aha procurato con molta sagacia a tutti gli eletti il pane dal cielo, che sostenta la vita celeste". Infine, il beato Pio IX accolse autorevolmente tale accomodazione biblica nel decreto Quemadmodum Deus (8 dic. 1870), insegnando che san Giuseppe "nutrì colui che i fedeli dovevano mangiare come Pane della vita eterna". L'assunto del p. Cirino circa il rapporto di san Giuseppe col sacrificio eucaristico trova un'ulterriore giustificazione nel ruolo avuto dal Santo, durante la vita di Gesù, in occasione della circoncisione e presentazione del Bambino al tempio, riti nei quali san Giuseppe, "benché non fosse sacerdote, tuttavia ne esercitò in qualche modo gli uffici verso il santissimo corpo del bambino Gesù". Già nel rito della circoncisione, infatti, "il Signore Gesù diede al mondo, per le mani di Giuseppe, le primizie di quel santissimo sangue che doveva effondere in remissione dei peccati, ed egli le offrì all'inizio devotissimamente a Dio Padre in oblazione pura e ostia gradita".
Nel rito della presentazione di Gesù al tempio, tuttavia, la funzione di san Giuseppe appare più esplicitamente. Dopo aver notato che il testo evangelico non introduce alcuna differenza tra Maria e Giuseppe, lo stesso consultore sostiene che il ruolo più importante fu quello di Giuseppe: "Va da sé che in questo adempimento legale la parte pià importante sia toccata, come padre, a san Giuseppe; e perciò egli stesso con le sue mani,m proprio lui, pienamente consapevole dei misteri, non solo in modo cerimoniale, ma con tutta la forza dell'animo, presentò il bambino Gesù, vera vittima dell'olocausto, sacrificio salvifico di Giuda e di Gerusalemme, che doveva essere consumato sull'altare della croce, proprio Giuseppe lo offrì e consacrò a Dio Padre sull'altare del tempio". Anche il beato Giovanni XXIII tra i pensieri ed elevazioni da lui proposti per la recita del S. Rosario, riferendosi al mistero della presentazione di Gesù al tempio, considera come "presente e presentatore anche lui, Giuseppe, che partecipa del pari ai riti delle offerte legali che sono di prescrizione".
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ATTO DI CONSACRAZIONE E DI AFFIDAMENTO DELL'ITALIA A SAN GIUSEPPE


San Giuseppe, sposo di Maria Santissima, Madre di Gesù e Madre dell'umanità, che ha voluto la nostra Italia disseminata dei suoi santuari, e che sempre ha guardato ad essa con lo stesso amore di predilezione con cui l'ha guardata Gesù, che volle la sede stabile del suo Vicario in terra, il Papa:
a te, oggi, noi consacriamo e affidiamo questa amata Italia e la sue famiglie.

Custodiscila, difendila, proteggila!
sia pura la fede;
siano santi i Pastori;
siano copiose le vocazioni;
sia sacra e difesa la vita;
siano sani i costumi;
siano ordinate le famiglie;
sia cristiana la scuola;
siano illuminati i governanti;
regni ovunque amore, giustizia e pace.

Custodisci, difendi, proteggi, o provvido Custode della Divina Famiglia, i nostri giovani, speranza di un mondo migliore, e gli anziani, radici della nostra fede e maestri di vita.
Ottienici con la tua potente intercessione, unita a quella della tua Santissima Sposa, uomini nuovi che abbiano il coraggio di abrogare le inique leggi contro Dio e contro l’uomo, ereditate da un triste ed oscuro passato.
Con la tua protezione, o San Giuseppe, continui l'Italia ad essere centro vivo di civiltà cristiana, faro di luce evangelica a tutto il mondo, terra di santi per la gloria del Padre Celeste e per la salvezza di tutti gli uomini.
E, come un tempo scampasti dalla morte la minacciata vita del Bambino Gesù, così difendi la Santa Chiesa di Dio e la fede delle nostre famiglie da tutte le oscure insidie del male.
Gesù, Giuseppe e Maria, benedite, proteggete, salvate l'Italia! Ritorni con il vostro aiuto e "per la vostra intercessione" a spalancare le porte a Cristo.
Amen.

(Don Stefano Lamera)
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