GIUSEPPE, UOMO E CUSTODE TESTIMONE GENEROSO DI PATERNITÀ E DI MISTERO


(Salvatore Mazza, in Avvenire, 23 dicembre 3017)


È difficile pensare a un Santo meno compreso di san Giuseppe. Gli stessi Testi Sacri ne parlano poco, anzi pochissimo, e perfino l'arte classica lo ha sempre o quasi sempre relegato in un secondo piano che la dice lunga su quanto, appunto, sia una figura difficile da comprendere. Eppure il padre putativo del Figlio di Dio «è sommo esempio di uomo che nulla prende per se stesso», come ha ricordato papa Francesco, e ci insegna «come camminare nel buio, come si ascolta la voce di Dio, come si va avanti in silenzio».
C'è un ricchissimo magistero a questo riguardo, che parte da Giovanni XXIII per arrivare, attraverso papa Montini, alla indimenticabile esortazione apostolica che Giovanni Paolo II dedicò nel 1989 alla figura e alla missione di san Giuseppe nella vita di Cristo e della Chiesa: quella Redemptoris custos che resta uno degli scritti più profondi e importanti sullo sposo di Maria, secondo una definizione di Benedetto XVI, per il quale «Giuseppe è, nella storia, l'uomo che ha dato a Dio la più grande prova di fiducia, anche davanti a un annuncio così stupefacente».
E come dar torto a papa Ratzinger? Ti vengono a dire che tua moglie e vergine, è incinta di Spirito Santo, e tu comunque ne sei responsabile... abbastanza da scoraggiare chiunque, o no? Del tutto comprensibile la prima reazione di ribellione a tutto questo di cui ci parla il Vangelo di Matteo. Così come sono comprensibili i «dubbi» di Giuseppe, ha osservato Francesco, «il suo dolore e la sua sofferenza» mentre «cominciano a serpeggiare le chiacchiere del paese».
Portandoci dentro la testa di san Giuseppe, nella sua psicologia, dando voce a tutti quei pensieri che per secoli hanno accompagnato la comprensione di quella figura, papa Bergoglio ci ha condotto con il suo stile nella profondità di quel mistero. Perché, è vero, Giuseppe «non capì», ma è certo che sua moglie è «una donna di Dio», perciò decide «di lasciarla in silenzio». Non la accusa «pubblicamente». E quando «intervenne il Signore» con un Angelo che, in sogno, gli dice come il bambino «generato in lei» provenga «dallo Spirito Santo», egli non ha dubbi: «Credette e obbedì».
Solo questo. Credette e obbedì. La voce di Dio è abbastanza, non gli serve altro: «Alzati! – prendi Maria, portala a casa tua. Fatti carico della situazione: prendi in mano questa situazione, e vai avanti». San Giuseppe, ha aggiunto Francesco, non cerca gli amici per sfogarsi e chiedere suggerimenti, non va «dallo psichiatra perché interpretasse il sogno… no: credette. È andato avanti. Ha preso in mano la situazione». Ma che cosa «doveva prendere in mano, Giuseppe? Qual era la situazione? Di quale cosa Giuseppe doveva farsi carico? Di due cose. Della paternità e del mistero».
E così, ha concluso papa Francesco, di quest'uomo «che si è fatto carico della paternità e del mistero, si dice che era l'ombra del Padre: l'ombra di Dio Padre. E se Gesù uomo ha imparato a dire “papà”, “padre”, al suo Padre che conosceva come Dio, lo ha imparato dalla vita, dalla testimonianza di Giuseppe: l'uomo che custodisce, l'uomo che fa crescere, l'uomo che porta avanti ogni paternità e ogni mistero, ma non prende nulla per sé». E noi, in questo Natale, con papa Benedetto preghiamo per lasciarci «“contagiare” dal silenzio di san Giuseppe! Ne abbiamo tanto bisogno, in un mondo spesso troppo rumoroso, che non favorisce il raccoglimento e l'ascolto della voce di Dio. In questo tempo coltiviamo il raccoglimento interiore, per accogliere e custodire Gesù nella nostra vita».
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SAN GIUSEPPE VISTO DA VICINO


(intervista di Renzo Allegri a Padre Vittorino Grossi – teologo e professore di Patrologia e Patristica –, pubblicata su Zenit


“Il più grande santo e il più potente intercessore che abbiamo in cielo, dopo la Vergine Maria, è San Giuseppe”. Lo ha affermato Pio IX nel 1870 con il decreto della Sacra Congregazione dei riti ‘Quemadmodum Deus’ proclamando San Giuseppe patrono della Chiesa universale. E dopo di Pio IX, tutti i Pontefici hanno ribadito questa concetto.

“E’ giusto che sia così”, commenta padre Vittorino Grossi, teologo e scrittore, direttore della rivista di studi patristici ‘Augustinianum’, membro del Pontificio comitato di Scienze storiche, professore di Patrologia e Patristica alla Pontificia Università Lateranense e all’Istituto Patristico Augustinianum. “San Giuseppe fu sposo di Maria, la madre di Dio; fu la persona scelta direttamente da Dio per la missione più straordinaria che si possa immaginare, essere il padre legale del figlio stesso di Dio nella sua avventura terrena, quando, pur continuando ad essere Dio, assunse la natura umana, diventando anche vero uomo. “Duemila anni fa”, prosegue padre Vittorino con un entusiasmo che palesa amore e ammirazione “San Giuseppe ha visto nascere Gesù, lo ha tenuto tra le braccia, gli ha dato un affetto immenso, ha provveduto a difenderlo da chi lo voleva uccidere, ha seguito la sua crescita, ha lavorato per mantenerlo, gli ha insegnato le regole del vivere civile, i principi religiosi, è vissuto con lui e la Madonna formando una famiglia speciale, la ‘Sacra Famiglia’. “Ma pur avendo un incarico così eccezionale, Giuseppe è stato in vita sempre un uomo umile e riservato. Gli evangelisti parlano poco di lui. E anche nell’ambito della storia della devozione, il suo culto si è sviluppato lentamente. Bisogna arrivare alla fine del primo millennio della storia cristiana per trovare un importante interesse devozionale e teologico per lui. Poi, nel secondo millennio, quell’interesse è andato via via crescendo. Importanti teologi, come San Tommaso d’Aquino, San Bonaventura, il Beato Giovanni Duns Scoto con i loro scritti hanno approfondito ed evidenziato il ruolo di San Giuseppe nell’ambito del mistero dell’Incarnazione. San Bernardino da Siena, nel quindicesimo secolo, fu un grande divulgatore del culto a San Giuseppe e nelle sue prediche sosteneva che era stato assunto in cielo come la sua sposa Maria. Santa Teresa d’Avila, nel secolo sedicesimo, promosse la devozione a San Giuseppe in tutta la Spagna, e gli dedicò dodici monasteri da lei fondati. “Ma il più forte impulso alla conoscenza teologica di San Giuseppe è venuto dai Pontefici negli ultimi 150 anni. A cominciare da Pio IX che, nel 1870, proclamò San Giuseppe ‘patrono della Chiesa Universale’. Leone XIII, nel 1889, gli dedicò un’enciclica, ‘Quamquam pluries’, proclamandolo ‘modello e avvocato di tutte famiglie cristiane’; Benedetto XV, con il Motu Proprio ‘Bonum sane’, nel 1920, esaltò l’efficacia delle devozione a San Giuseppe come rimedio ai problemi del dopoguerra; Pio XI nel 1937, con l’enciclica ‘Divini Redemptoris’, lo propose come ‘modello e patrono degli operai’; Pio XII, nel 1955, istituì la festa liturgica di Giuseppe operaio; Giovanni XXIII, nel 1961, lo nominò ‘Celeste protettore del Concilio Vaticano II’; Giovanni Paolo II nel 1989 gli dedicò una Esortazione apostolica, ‘Redemptoris custos’, che è uno straordinario documento teologico. Gli interventi di Benedetto XVI su San Giuseppe sono continui e insistenti. Egli ama molto questo santo del quale porta il nome di battesimo”.

Che cosa si conosce esattamente della vita di San Giuseppe?

“I Vangeli e i libri canonici su questo argomento dicono poco. Matteo e Luca concordano nel presentare San Giuseppe come discendente della stirpe di David. Sembra avesse un fratello di nome Cleofa. Luca colloca la sua famiglia a Nazaret. Nei racconti dagli apocrifi, (cioè in quei libri che risalgono ai primi secoli ma che la Chiesa non ritiene ispirati da Dio) si trovano varie indicazioni anagrafiche, ma non attendibili. Quegli scrittori erano preoccupati di difendere alcune verità dogmatiche, come la verginità di Maria, la divinità di Gesù uomo-Dio. Per dimostrare che Gesù Bambino era figlio di Dio, gli attribuiscono una miriade di miracoli a volte ingenui e grotteschi. Per rendere accessibile il concetto della Virginità della Madonna, presentano San Giuseppe quasi centenario. “Questi racconti hanno influenzato l’iconografia di tutti i tempi, e infatti San Giuseppe è sempre presentato anziano, con il bastone e la barba. In realtà, quando sposò Maria, era giovane. A quel tempo, le ragazze ebree si sposavano tra i 12 e i 14 anni, mentre i maschi tra i 16 e i 18 anni. Quindi, Maria divenne promessa sposa di Giuseppe quando aveva circa 12 anni, e Giuseppe aveva 16 o 17 anni”.

Si sa qualche cosa della famiglia di Giuseppe?


“Matteo e Marco ci informano che era un falegname, quindi apparteneva a una famiglia di artigiani. Per indicare questa professione usano la parola greca ‘tekton’, che viene in genere tradotta con il termine ‘falegname’, ma va intesa in forma più ampia, come carpentiere, impresario edile, uno che lavorava il legno soprattutto per la costruzione delle case, che erano tutte in legno. Un lavoro importante dal quale si deduce che la famiglia di Giuseppe fosse benestante. Nell’impero romano del tempo, la società era divisa in due classi: gli ‘humiliores’, i meno abbienti, i poveri; e gli ‘honestiores’, che erano i benestanti. I ‘tekton’ facevano parte di questa classe”.

Giuseppe e Maria erano innamorati o il loro matrimonio era stato combinato dalle rispettive famiglie?

“Nella famiglia ebraica, il matrimonio aveva una struttura ‘patriarcale’, ‘maschilista’. La ragazza dipendeva dal capofamiglia; il ragazzo un po’ meno. Nel caso del matrimonio, erano le famiglie che trattavano, ma, alla fine, era il ragazzo che, con l’approvazione del padre e della madre, andava a chiedere “la mano” della ragazza, la quale poteva anche rifiutare il promesso sposo, ma non succedeva quasi mai. “Nel caso specifico di Giuseppe e Maria è logico ritenere che siano state osservate le consuetudini, ma è lecito anche pensare che fossero veramente innamorati. E questo lo si deduce proprio da ciò che avvenne dopo che era già stato stipulato il contratto di promessi sposi”.

Cioè la scoperta da parte di Giuseppe che Maria era incinta?

“Esattamente. Il comportamento di Giuseppe in quella situazione palesa un grande amore e una grande stima di Maria. La legge prevedeva che dopo l’accordo scritto tra le due parti, dovesse trascorrere ancora un anno prima che i due promessi sposi andassero a vivere insieme. In caso di infedeltà della donna, il marito la ripudiava e la donna veniva punita con la lapidazione. Il Vangelo racconta che Giuseppe, accortosi che Maria era incinta, rimase naturalmente sconvolto, e dopo lunghe riflessioni decise di lasciarla libera, senza ripudiarla ufficialmente per evitare che venisse uccisa. Questa decisione dimostra che Giuseppe voleva veramente bene a Maria, la stimava e non si permise neppure di giudicarla”.

Ma arrivò l’angelo a chiarire tutto. Disse a Giuseppe: “Non temere di prendere con te Maria tua sposa, perchè ciò che in lei è generato, è di Spirito Santo. E darà alla luce un figlio e gli porrai nome Gesù; egli infatti salverà il popolo suo dai suoi peccati. Destatosi Giuseppe dal sonno, fece come gli aveva ordinato l’Angelo del Signore”. Che preparazione culturale e religiosa aveva Giuseppe per capire e accettare le parole dell’angelo?

“Le scuole ebraiche di 2000 anni fa erano all’avanguardia. Erano divise in Elementari e in Superiori. Le elementari erano frequentate dai ragazzi dai 5 ai 13 anni. La superiori portavano al conseguimento del titolo di ‘rabbino’, che era equivalente al nostro dottorato in Giurisprudenza. Giuseppe aveva certamente frequentato le elementari. E poiché lo studio era incentrato sulla conoscenza della Bibbia, della storia sacra, dei riti religiosi, conosceva bene i testi delle profezie riguardanti l’attesa del Messia, e quindi le parole dell’angelo non erano per lui prive di senso, anzi, avevano un significato importantissimo.. E poiché, come dice l’evangelista, era ‘giusto’, viveva cioè in sintonia con Dio, intuì il profondo significato di quella storia e accettò come aveva accettato Maria. Entrò così nel mistero e da allora fu un fedele esecutore della volontà di Dio”.

San Giuseppe, e anche Maria, furono liberi nella scelta di aderire alla volontà di Dio, o ‘programmati’ in funzione della ‘missione’ che Dio aveva previsto per loro?

“Furono certamente liberi. Sant’ Agostino spese l’intera esistenza a riflettere sul ‘libero arbitrio’ e quattro anni prima di morire scrisse un libretto che si intitola ‘La Grazia e il libero arbitrio’. Egli dice: ‘Nelle Sacre Scritture ci sono testi che dicono che c’è la Grazia di Dio; e ci sono testi che dicono che c’è il libero arbitrio dell’uomo. Noi sappiamo che queste due realtà esistono ma come poi, nella vita, si compongono, si mettano insieme, a noi non è dato di capire: questo fa parte del mistero di Dio e del mistero dell’uomo’. Quando tra Dio e l’uomo vi è sintonia, amore, allora tutto avviene in modo libero e spontaneo. L’uomo intuisce l’amore di Dio, la verità dell’amore di Dio, e ne è attratto. Maria e Giuseppe avevano un istintivo e naturale trasporto verso Dio, e vivendo in amicizia con lui, seguivano liberamente le intuizioni suggerite dalla Grazia”.

Dopo la nascita di Gesù, Giuseppe deve affrontare situazioni molto difficili: l’ira di Erode, la fuga in Egitto eccetera. E risolve tutte queste difficoltà prendendo decisioni rapide e precise, dimostrando di essere un uomo attivo e coraggioso.

“Certo, dal racconto che i Vangeli fanno di quelle situazioni si ricava che Giuseppe era una persona molto dotata anche da un punto di vista umano. Un giovane straordinario. E Maria era come lui. Insieme presero decisioni che comportavano sacrifici, incognite, preoccupazioni gravi. Avevano un bambino piccolo, minacciato di morte, bisognava scappare in fretta. Partirono per l’Egitto e, a quanto è dato sapere, fecero un viaggio di circa 500 chilometri. Si aggregarono a una carovana. Viaggiavano quindi in compagnia di altre persone, ma i sacrifici e i disagi non furono per questo meno gravi. Ma niente mai turbò la loro fiducia in Dio. La loro unione familiare”.

Un altro momento difficile si presentò durante l’annuale viaggio a Gerusalemme, quando persero il figlio che aveva 12 anni.

“Anche in quell’occasione soffrirono molto. Tre giorni di ricerche. E quando finalmente trovarono il figlio nel tempio, la Madonna disse una frase che ‘fotografa’ il dolore e la sofferenza che avevano nel cuore: ‘Perché ci hai fatto questo. Io e tuo padre, angosciati, ti cercavamo’ ‘Angosciati’: un aggettivo che fa capire quanta sofferenza e quanto amore avevano tutti e due per quel loro figlio”.

Il ritrovamento di Gesù nel tempio, è l’ultimo episodio riferito dai Vangeli in cui compare San Giuseppe.

“Esatto. Poi seguirono gli anni della vita nascosta di Gesù. Vita di famiglia. Gesù avrà certamente lavorato con suo padre. Era diventato anche lui un falegname, esperto in quella professione. Ma ha anche certamente continuato a studiare. Infatti, quando inizia la sua vita pubblica, lo chiamano ‘Rabbi’, ‘Maestro’: titolo riservato a chi aveva frequentato le Scuole Superiori, arrivando al dottorato in giurisprudenza. Gesù era colto, conosceva di sicuro anche il greco e il latino”.

Quando morì Giuseppe?

“Prima che Gesù iniziasse la sua vita pubblica, perché nel racconto dei Vangeli di quel periodo, Giuseppe non appare più. Come sia morto, non si sa. Certamente assistito dalla moglie Maria e dal figlio Gesù. Cioè, assistito dalle persone più care che aveva e noi sappiamo quale fosse la loro vera identità. Quindi, una morte da invidiare. Per questo, San Giuseppe è patrono della buona morte”.

San Bernardino da Siena e altri teologi sostengono che sia stato assunto in cielo, come sarebbe poi accaduto a Maria”.


“La Chiesa Greca ha accolto questa ipotesi. Anche Sant’Ireneo, prima di san Bernardino, scrisse molto su questo argomento. Ma la Chiesa Cattolica non si è mai pronunciata ufficialmente su questo tema”.
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L'UOMO DELLA FEDE



(Giuseppe Pellizza, Sito Salesiani di Torino)

Il Nuovo Testamento non dice molto di San Giuseppe. Ne parlano solo Matteo e Luca quando riferiscono qualcosa dell’infanzia di Gesù. Tutti gli episodi narrati trattano del periodo che va dal fidanzamento di Giuseppe fino ai primi anni di vita di Gesù. Da queste scarne fonti sappiamo che Giuseppe era originario di Betlemme, emigrò a Nazaret, dove c’era più lavoro, e lì avvenne il fidanzamento con Maria. 

Fede e concretezza

Matteo ci descrive Giuseppe come un uomo ricchissimo di umanità. Maria non era ancora sua moglie e lui che “non la conosceva”, decise di prenderla con sé, tuttavia, vista la nuova condizione in cui Maria si era venuta a trovare, dopo l’annuncio dell’angelo, egli non sapeva come comportarsi di fronte alla sua mirabile maternità. Voleva una risposta all’inquietante interrogativo, ma soprattutto cercava una via di uscita da quella situazione per lui difficile. «Mentre dunque stava pensando a queste cose, gli apparve in sogno un angelo del Signore e gli disse: “Giuseppe, figlio di Davide, non temere di prendere con te, Maria, tua sposa, perché quel che è generato in lei viene da Spirito Santo. Partorirà un figlio, e tu lo chiamerai Gesù: egli infatti salverà il suo popolo dai suoi peccati”» (Mt 1,20-21). Giuseppe sapeva che ciò che viene da Dio, ha sempre dei segni di credibilità: la pace e l’aderenza alla realtà concreta. E non l’adesione ad una vaga fantasia. 

Patriarca di un popolo nuovo 

Da quel momento, Giuseppe si consacra totalmente alla volontà di Dio, che gli chiede di proteggere e vigilare Maria e il Bambino: «Destatosi dal sonno, Giuseppe fece come gli aveva ordinato l’angelo del Signore e prese con sé la sua sposa» (Mt 1,24). Egli la prese in tutto il mistero della sua maternità, la prese insieme col Figlio che sarebbe venuto al mondo per opera dello Spirito Santo e dimostrò in tal modo una disponibilità di volontà, simile a quella di Maria, in ordine a ciò che Dio gli chiedeva per mezzo del suo messaggero. Divenne, così, l’esecutore del mistero «nascosto da secoli nella mente di Dio» (cf Ef 3,9), come lo fu Maria, in quel momento decisivo che dall’Apostolo è chiamato «la pienezza del tempo», allorché «Dio mandò il suo Figlio, nato da donna» per «riscattare coloro che erano sotto la legge», perché «ricevessero l’adozione a figli» (cf Gal 4,4-5). Di questo mistero divino Giuseppe è insieme con Maria il primo depositario. Insieme con Maria e in relazione a lei, egli partecipa a questa fase culminante dell’autorivelazione di Dio in Cristo, e vi partecipa sin dal primo inizio. Guardando a Matteo e Luca, possiamo anche dire che Giuseppe è il primo a partecipare alla fede della Madre di Dio, e che, così facendo, sostiene la sua sposa nella fede della divina Annunciazione. Mediante il sacrificio di sé Giuseppe esprime il suo generoso amore verso la Madre di Dio, facendole «dono sponsale di sé». Pur deciso a ritirarsi per non ostacolare il piano di Dio che si stava realizzando in lei, egli per espresso ordine angelico la trattiene con sé e ne rispetta l’esclusiva appartenenza a Dio. In questo modo, egli è colui che è posto per primo da Dio sulla via della «peregrinazione della fede», sulla quale Maria – soprattutto dal tempo del Calvario e della Pentecoste – andrà innanzi in modo perfetto (cf Lumen Gentium, 63). Nel fare questo egli piega i suoi progetti al Progetto di Dio: obbedendo alla circostanza storica del censimento si reca a Betlemme. Una scelta non facile, dato lo stato di Maria. Là, sopporta l’umiliazione di non trovare una degna dimora per la sua sposa, in quella che era la sua cittadina d’origine e nella quale vivevano verosimilmente diversi suoi parenti e conoscenti, accontentandosi di una grotta, in cui far riposare Maria ormai prossima al parto. Anche lui, come Gesù, è ripudiato dalla sua gente e come vero Patriarca inizia la generazione di un popolo nuovo. 

Il coraggio dell’obbedienza 

Obbedendo poi alle indicazioni di un angelo, fugge in Egitto: «Un angelo del Signore apparve in sogno a Giuseppe e gli disse: “Alzati, prendi con te il bambino e sua madre e fuggi in Egitto, e resta là finché non ti avvertirò, perché Erode sta cercando il bambino per ucciderlo. Giuseppe, destatosi, prese con sé il bambino e sua madre nella notte e fuggì in Egitto, dove rimase fino alla morte di Erode”» (Mt, 2, 13-15). Obbedendo ancora a una indicazione soprannaturale torna in Palestina, preferendo tornare a Nazaret, probabile luogo d’origine di Maria, invece che a Betlemme, per assicurare al Figlio una esistenza più sicura, lontana dai possibili pericoli che potevano giungere dai discendenti di Erode: «Morto Erode, un angelo del Signore apparve in sogno a Giuseppe in Egitto e gli disse: “Alzati, prendi con te il bambino e sua madre e va’ nel paese d’Israele; perché sono morti coloro che insidiavano la vita del bambino”. Egli, alzatosi, prese con sé il bambino e sua madre, ed entrò nel paese d’Israele. Avendo però saputo che era re della Giudea Archelào al posto di suo padre Erode, ebbe paura di andarvi. Avvertito poi in sogno, si ritirò nelle regioni della Galilea e, appena giunto, andò ad abitare in una città chiamata Nazaret, perché si adempisse ciò che era stato detto dai profeti: “Sarà chiamato Nazareno”» (Mt, 2,19-23). La sua paternità verso Gesù dunque non fu affatto una forma minore di paternità: si può anzi dire che nessun padre umano fu padre quanto lui, che pure non aveva generato fisicamente Gesù. Così la sua unione con Maria, pur non esprimendosi in una carnalità “ordinaria”, fu una vera unione sponsale. Non fu certo una finzione il suo matrimonio: anzi, si può dire che nessuna unione matrimoniale fu così profonda e intensa come quella tra Giuseppe e Maria, che realizzarono un’unità quale mai sarebbe stata raggiunta perché per primi aprono una nuova strada nel rapporto sponsale che illumina la loro unione di intensità nuova che proviene non dalla carne ma dallo Spirito che dà la vita (Gv 6,63). Obbediente allo Spirito, Giuseppe in esso ritrovò la fonte dell’amore, del suo amore sponsale di uomo, e fu questo amore più grande di quello che «l’uomo giusto» poteva attendersi a misura del proprio cuore umano. Anzi, poiché il matrimonio e la verginità sono i due modi di esprimere e di vivere l’unico mistero dell’alleanza di Dio col suo popolo, che è comunione di amore tra Dio e gli uomini, Giuseppe e Maria esprimono con la loro casta unione entrambe le dimensioni ed inaugurano sulla terra, la realtà nuova del Regno. D’altra parte, è dal matrimonio con Maria che sono derivati a Giuseppe la sua singolare dignità e i suoi diritti su Gesù. E poiché la dignità della Madre di Dio è così alta che nulla vi può essere di più sublime, anche Giuseppe, stretto a lei dal vincolo coniugale, partecipa a questa dignità come nessun altro. Lui è il primo amico di Maria, il più vicino a lei, colui che con lei ha condiviso le vicende alterne e faticose dell’esistenza, e ora, condivide con lei la sua stessa corona di gloria.
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PRESENZA DI GIUSEPPE LUNGO I SECOLI DELLA CHIESA - Quinta parte

 
(da Pregare, n. 3, marzo 2006, Edizioni Ocd, pp. 15-17)



L'esplosione del Barocco

Nei tempi vicini al Concilio di Trento l'attenzione delle élites si fuse con le predilezioni popolari.
E fu precisamente santa Teresa d'Avila il detonatore in un ambiente in parte ereditato ed in maggior parte accelerato da lei in maniera sorprendente, sia per le sue calorose esortazioni ed esperienze riflesse nel cap. VI del libro della Vita sia per la coerenza di dedicare i suoi monasteri a Giuseppe (che non n'aveva nessuno fino a quello di Avila), per la dedizione del suo Ordine al santo, considerandolo quasi confondatore.
Là dove giunsero i libri di Teresa ed i suoi conventi di frati e di monache (e giunsero molto lontano) si poteva contare su centri d'irradiazione "giuseppina" incondizionata, con feste in cui i predicatori più celebri – come Bossuet – scioglievano lodi al santo.
Libri molto ben scritto – come la tanto edita Josefina del carmelitano scalzo Gracián o il fortunato ed immenso poema di Giuseppe di Valdivielso (anch'esso chiamato Josefina), solo per citare alcuni esempi dell'incontenibile letteratura che apparve in Spagna nel sec. XVII –; sermoni; devozioni nuove come quella dei "Sette dolori";  sicurezza di protezione dinanzi alla morte, che i cristiani desideravano fosse come quella di Giuseppe; confraternite associative o devozionali o assistenziali... portavano il nome di san Giuseppe; reliquie (naturalmente non autentiche) come quelle dell'anello dello sposalizio, il suo bastone, la sua cappa (che si veneravano sia a Perugia sia a Parigi); tutto, e molto di più, testimonia che Giuseppe, dopo il Concilio di Trento, aveva rotto i silenzi delle epoche anteriori e occupava il primo posto nelle predilezioni spirituali di quasi tutti.
Segno di quest'incontenibile esplosione può essere l'iconografia in cui appare un Giuseppe da solo, o accompagnato dal bambino Gesù, slanciato, forte e giovane. Episcopati, province, domini territoriali, persino nazioni intere lo proclamano loro protettore. È ciò che successe con l'enorme monarchia spagnola, ai tempi di Carlo II, in un patronato effimero che non poté affermarsi (come non aveva potuto prima quello di santa Teresa) per le resistenze precedenti dal Cpaitolo di Santiago di Compostella. In altri posti non esistettero tali difficoltà, e così san Giuseppe era patrono della Nuova Spagna dal 1525; del Belgio più tardi; dell'Impero Germanico che dipendeva dagli Arburgo; del Canada francese; della Baviera; di Genova; delle missioni cinesi...
Il patronato non era solo territoriale; era anche personale, e molti seguirono l'esempio di santa Teresa nello scegliere san Giuseppe come avvocato e protettore. Di fatto c'è una certa corrispondenza tra la propaganda teresiana e la frequenza con cui in certi luoghi (dalla Francia alla Polonia) si va imponendo ai bambini, nel Battesimo, il nome di Giuseppe, con tutte le conseguenze inerenti. Appena presente fino allora, dall'inizio del '600 s'inizia a chiamare Giuseppe o Giuseppina un numero sempre maggiore di bambini, fino a giungere a ciò che fu corrente in Castiglia (la patria di Teresa): alla fine del secolo, più del 12% aveva questo nome, una proporzione che non diminuirà fino al 1964. 
Contrastava con il fervore del clero (in tutti i suoi settori) e del popolo, l'attitudine di Roma. San Giuseppe, infatti, nonostante tutto, non disponeva di una festa universale, anche se lo si celebrava in forma privata, in quasi tutti gli Ordini religiosi e in diocesi speciali. Finché un papa, Gregorio X, riuscì, nel 1621, ad averla vinta sulle resistenze della Congregazione dei Riti, e a stabilire che la festa di san Giuseppe si celebrasse in tutta la Chiesa, persino come precetto. Nonostante la Messa e l'Ufficio divino fossero liturgicamente poveri e il precetto presto cessasse d'essere universale, non si pone in dubbio l'importanza di questo primo intervento pontificio. 
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PRESENZA DI GIUSEPPE LUNGO I SECOLI DELLA CHIESA - Quarta parte

(da Pregare, n. 3, marzo 2006, Edizioni Ocd, pp. 14-15)



I Precursori e l'Umanesimo



Non tutti i predicatori naturalmente trasmettevano una tale immagine, che muoveva a compassione. I Francescani, in Italia, ed alcuni di prestigio come Bernardino da Feltre e Bernardino da Siena, propagavano un Giuseppe molto più evangelico, colmo di tenerezza e di dedizione a Gesù ed a Maria; e persino lo facevano patrono di quella specie di Banca primitiva e caritativa che erano i primi "Monti di Pietà".
Attraverso l'Europa apparvero in quel tempo anche i Carmelitani – emigrati dalla Palestina – che si dicevano "Fratelli della Vergine" e che non tardarono a far proprie certe tradizioni circa il loro tratto familiare con la Sacra Famiglia nella loro culla primitiva del Monte Carmelo. Fu, però, dalla Francia che si fece sentire la voce di richiamo per un'attenzione sulla necessità d'una maggior presenza del padre di Gesù e sposo di Maria nella Chiesa. All'inizio del secolo XV una costellazione di apostoli si dedicò a questa missione. È sufficiente ricordare il più insigne ed entusiasta: Giovanni Gerson (1363-1429), cancelliere dell'Università di Parigi, che dovette vivere da protagonista il difficile ritorno all'unità della Chiesa con la fine del nefasto Scisma papale d'Occidente. Proprio nel Concilio di Costanza, foro di risonanze particolari, questi proclamava la necessità di guardare a Giuseppe, di celebrare la festa delle sue nozze con una Messa e Ufficio che lui stesso aveva steso. Egli compose il primo poema dedicato a Giuseppe, la "Giuseppina" di 4.800 versi. Nelle sue considerazioni e nei suoi sermoni sul santo offre già i capitoli che saranno di fondamento a ciò che potremmo chiamare "la teologia" di san Giuseppe.
Quantunque non sia la cosa più significativa, è straordinariamente indicativo il suo impegno per mutare l'immagine di un Giuseppe vecchio per uno giovane, alla pari con Maria, formulando gli argomenti che si convertiranno in un fortunato luogo comune. Gerson fu una personalità con un prestigio difficile da immaginare (gli si attribuì l'Imitazione di Cristo) e per secoli i suoi echi risuoneranno nella teologia, nella predicazione, nella spiritualità e nella mistica. Per coloro che in un modo o in un altro si interessano di san Giuseppe, il riferimento a Gerson sarà inevitabile.
L'evangelismo presente nelle correnti umanistiche – il ritorno a Cristo – si ripercosse nel nuovo modo di vedere san Giuseppe: dalla teologia alla predicazione e alla devozione popolare (alquanto indietro e scossa soprattutto dai Francescani). L'iconografia rinascimentale cominciò a trattarlo con rispetto e dignità; e la stampa facilità l'impulso decisivo che fece maggiormente conoscere sia Gerson sia il primo trattato sistematico giuseppino, la Somma delle doti di San Giuseppe del domenicano Isidoro de Isolanis (1525) o l'altra "Giuseppina" di Laredo, uno dei maestri di santa Teresa d'Avila.
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PRESENZA DI GIUSEPPE LUNGO I SECOLI DELLA CHIESA - Terza parte



(da Pregare, n. 3, marzo 2006, Edizioni Ocd, p. 14)


La dimenticanza del Medio Evo

Passarono secoli in cui san Giuseppe non uscì da questo nascondimento. Furono i secoli medievali, di spiritualità monastica, dei sistemi scolastici della logica e del giuridismo, entro cui poco significato aveva il matrimonio di Giuseppe, ed ancor meno la sua paternità.
D'altra parte, la catechesi plastica – quella delle pitture e delle statue – s'incaricò di diffondere e rendere popolare la figura di un Giuseppe che stava al margine del mistero della Natività, nelle adorazioni del neonato. La sua figura è abbastanza grottesca, quando addirittura comica: erano frequenti le rappresentazioni di un santo vecchissimo ed addormentato, assente a tutto o quasi: che portava una lanterna per la stalla e sempre in secondo piano; talvolta preparava i pasti.
La medesima immagine, tanto vicina al ridicolo, si ripeteva nei giochi, nelle rappresentazioni drammatiche religiose, nei canti eseguiti in chiesa nel periodo natalizio, in alcuno dei quali MAria lo chiama"Padre", ed Anna "Reverendo Padre"! E poiché nelle società analfabete il migliore e quasi unico mezzo d'informazione erano le prediche, anche qui san Giuseppe non faceva granché bella figura; come per esempio in uno dei predicatori più popolari che trascinava folle alla fine del secolo XIV, san Vincenzo Ferrer. Il ritornello con cui dovunque lo qualifica è: "Vecchio e povero". 


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"LA MESSA PERENNE" PER I MORENTI PRESSO LA PIA UNIONE DEL TRANSITO DI SAN GIUSEPPE


(da La Santa Crociata in onore di San Giuseppe, snt)

All'ingresso della Sede della Prima Pia Unione del Transito di San Giuseppe a Roma, i pellegrini sono accolti dalla grande tela raffigurante il Transito di San Giuseppe con accanto Gesù e Maria. Il pittore Ballerini ha incorniciato il giaciglio del grande patriarca san Giuseppe con uno stuolo di angeli festanti, dove il canto si fa preghiera corale, affinché il defunto "sia accompagnato in Paradiso dallo suolo degli angeli e sia accolto dai martiri per essere condotto alla celeste Gerusalemme".
Dal 1917 la Pia Unione ha costituito un "serbatoio" di grazia e una fonte di energie spirituali per i fratelli e le sorelle alla soglia dell'eternità con l'iniziativa della Messa perenne, che consiste in una catene ininterrotta di celebrazioni eucaristiche per affidare a Gesù i morenti del monto intero. La morte, per il cristiano, secondo le parole di san Paolo, è un "rivestire la nostra mortalità d'immortalità", fondere la nostra carne nella luce della risurrezione di Cristo Gesù. Gesù è il buon pastore che sta alla porta dell'ovile e ci riconosce. Il primo a essere chiamato per nome e a partecipare all'immortalità è stato un malfattore. Gesù, infatti, ha promesso al ladro pentito: "Oggi sarai con me in Paradiso".
Il papa Benedetto XV non solo ha sostenuto con entusiasmo l'iniziativa, ma lui stesso si è impegnato a celebrare la Messa per i morenti una volta al mese e al primo giorno di ogni mese – quando non coincide con la domenica – e ha raccomandato che molti sacerdoti aderissero all'iniziativa per affidare a Gesù i morenti redenti dal suo amore.
Ogni sacerdote che aderisce alla santa Messa perenne s'impegna a celebrare, almeno una volta l'anno, una santa Messa, ricordando i morenti di quella giornata. Dal lontano 1917 a oggi sono quasi 90.000 i sacerdoti che hanno dato la loro adesione a questa iniziativa di grande misericordia.
San Massimiliano Kolbe non solo era iscritto alla Pia Unione, ma aveva adeerito anche alla "Messa perenne" e la favoriva presso i suoi confratelli. Oltre ai sacerdoti, molti sono i cardinali e i vescovi che hanno a cuore il destino eterno dei fratelli.

Chi volesse aderire, può contattare la Pia Unione del Transito, per sapere in quale giorno possono celebrare la Messa per i morenti, al fine di garantire continuità di preghiere.  
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