A SAN GIUSEPPE, SPOSO DI MARIA


San Giuseppe, eletto da Dio 
per essere lo sposo purissimo di Maria 
e il padre putativo di Gesù, 
intercedi per noi che ci rivolgiamo a te.
Tu che fosti il fedele custode 
della Sacra Famiglia, 
benedici e proteggi la nostra famiglia 
e tutte le famiglie cristiane.
Tu che hai sperimentato nella vita la prova, 
la fatica e la stanchezza, aiuta tutti i lavoratori e tutti i sofferenti.
Tu che avesti la grazia di morire
tra le braccia di Gesù e di Maria, 
assisti e conforta tutti i moribondi.
Tu che sei il patrono della santa Chiesa, intercedi per il papa, i vescovi e tutti i fedeli sparsi nel mondo, 
specialmente per coloro che sono oppressi 
e soffrono persecuzioni per il nome di Cristo.
Stampa il post

GIUSEPPE, QUANDO HAI CONOSCIUTO MARIA?




«Dimmi, Giuseppe, quand'è che hai conosciuto Maria?
Forse, un mattino di primavera, mentre tornava dalla fontana del villaggio, con l'anfora sul capo e con la mano sul fianco snello come lo stelo di un fiordaliso?
O forse, un giorno di sabato, mentre con le fanciulle di Nazareth conversava in disparte sotto l'arco della Sinagoga?
O forse, un meriggio d'estate, in un campo di grano, mentre, abbassando gli occhi splendidi per non rivelare il pudore della povertà, si adattava all'umiliante mestiere di spigolatrice?
Quando ti ha ricambiato il sorriso e ti ha sfiorato il capo con la prima carezza, che forse era la sua prima benedizione e tu non lo sapevi... e poi, tu, nella notte, hai intriso il cuscino con lacrime di felicità?
Ti scriveva lettere d'amore?
Forse sì!
E il sorriso, con cui accompagni il cenno degli occhi verso l'armadio delle tinte e delle vernici, mi fa capire che in uno di quei barattoli vuoti, che ormai non si aprono più, ne conservi ancora qualcuna!
Poi, una notte, hai preso il coraggio a due mani, sei andato sotto la sua finestra, profumata di basilico e di menta, e le hai cantato, sommessamente, le strofe del Cantico dei Cantici:
"Alzati, amica mia, mia bella e vieni!
Perché, ecco, l'inverno è passato, è cessata la pioggia e se n'è andata.
I fiori sono apparsi nei campi, il tempo del canto è tornato e la voce della tortora ancora si fa sentire nella nostra campagna.
Il fico ha messo fuori i primi frutti e le viti fiorite spandono fragranza.
Alzati, amica mia, mia bella e vieni!
O mia colomba, che stai nelle fenditure della roccia, nei nascondigli dei dirupi, mostrami il tuo viso, fammi sentire la tua voce, perché la tua voce è soave e il tuo viso è leggiadro".
E la tua amica, la tua bella, la tua colomba si è alzata davvero.
È venuta sulla strada, facendoti trasalire.
Ti ha preso la mano nella sua e, mentre il cuore ti scoppiava nel petto, ti ha confidato lì, sotto le stelle, un grande segreto.
Solo tu, il sognatore, potevi capirla.
Ti ha parlato di:
Jahvé, di un Angelo del Signore, di un Mistero nascosto nei secoli e ora nascosto nel suo grembo, di un progetto più grande dell'universo e più alto del firmamento, che vi sovrastava.
Poi, ti ha chiesto di uscire dalla sua vita, di dirle addio, e di dimenticarla per sempre.
Fu, allora, che la stringesti per la prima volta al cuore e le dicesti tremando:
"Per te, rinuncio volentieri ai miei piani.
Voglio condividere i tuoi, Maria, purché mi faccia stare con te".
Lei ti rispose di sì, e tu le sfiorasti il grembo con una carezza: era la tua prima benedizione sulla Chiesa nascente. [...]
E io penso che hai avuto più coraggio tu a condividere il progetto di Maria, di quanto ne abbia avuto lei a condividere il progetto del Signore.
Lei ha puntato tutto sull'onnipotenza del Creatore.
Tu hai scommesso tutto sulla fragilità di una creatura.
Lei ha avuto più fede, ma tu hai avuto più speranza.
La carità ha fatto il resto, in te e in lei».

(Don Tonino Bello)
Stampa il post

SAN GIUSEPPE, ENTRA NELLA MIA CASA

 
San Giuseppe, aiutami ad ascoltare:
chi viene a cercare conforto,
chi viene a confidare una pena,
chi viene a consegnare una lacrima
perché sia asciugata con amore.
San Giuseppe, aiutami a lavorare in silenzio:
perché sia la vita a parlare,
perché le opere siano parole colme di bontà
e di premura verso tutti senza distinzioni.
San Giuseppe, tu hai accarezzato Gesù
e sei vissuto per Lui insieme a Maria.
Aiutami a vedere Gesù nei poveri, 
in coloro che fanno fatica a vivere
e cercano una mano amica
che trasmetta il calore di Dio.
San Giuseppe, entra nella mia casa
e apri la porta al dolore degli altri,
per consolare anche il mio dolore
con la carità che profuma di Dio.

(Card. Angelo Comastri)
Stampa il post

LA DISCENDENZA DAVIDICA


(Tarcisio Stramare in La Santa Crociata in onore di San Giuseppe, 10/2005)
 
Importante per difendere l’onore della divina maternità di Maria, il titolo “sposo di Maria”, che la Chiesa apostolica riconosce a san Giuseppe, non è meno importante per il riconoscimento della discendenza davidica di Gesù. Lo scrive espressamente Giovanni Paolo II nella sua Esortazione apostolica Il Custode del Redentore: “Anche per la Chiesa, se è importante professare il concepimento verginale di Gesù, non è meno importante difendere il matrimonio di Maria con Giuseppe, perché giuridicamente è da esso che dipende la paternità di Giuseppe. Di qui si comprende perché le generazioni sono state elencate secondo la genealogia di Giuseppe” (n.7). Evidentemente il centro di interesse di questa affermazione è la “paternità di Giuseppe”, della quale il mistero dell’incarnazione ha bisogno. Tale mistero, infatti, non è abbandonato al caso. Esso segue un preciso disegno di Dio, che ha la sua sorgente nell’eternità, ma si “compie” nel tempo con scadenze precise. Questo disegno si rivela nella “storia della salvezza”, così come la Sacra Scrittura ce la propone, segnalandoci gli interventi salvifici di Dio, che partono dall’Antico Testamento e trovano il loro “compimento” nel Nuovo. Chi non ha sentito parlare di Abramo, di Giacobbe e dei suoi figli, tra i quali Giuda? Ebbene, proprio da costui doveva discendere, attraverso il re Davide, il Messia, termine ebraico che in greco si traduce con “Cristo”. Il mistero dell’incarnazione supera evidentemente la promessa di un erede di Davide, perché l’evangelista Giovanni ci dirà che “Gesù, figlio di Giuseppe di Nazareth” (1,45), il Messia, che Filippo e i suoi compaesani avevano trovato, è nientemeno che lo stesso “Unigenito del Padre” che si “è fatto carne” (v.14). La fedeltà di Dio rispetta, tuttavia, la promessa fatta a Davide (cfr 2 Samuele, 7), e il Messia sarà ugualmente un suo discendente, pur nei limiti della nuova realtà, costituita nella persona divina del Verbo, che esclude la generazione del “seme umano”. Al “non conosco uomo” di Maria, corrisponde, infatti, la rivelazione dell’angelo, che “lo Spirito Santo scenderà su di te, su te stenderà la sua ombra la potenza dell’Altissimo” (Lc 1,34-35). Tuttavia, nonostante questa chiara esclusione dell’apporto maschile, la “promessa davidica” rimane valida, come Luca sottolinea ripetendo che “la vergine era sposa di un uomo della casa di Davide, chiamato Giuseppe” (v.27); che “il Signore gli darà il trono di Davide suo padre” (v.32); che “Dio ha suscitato per noi una salvezza potente nella casa di Davide suo servo, come aveva promesso” (vv.69-70). Questa attenzione per le promesse di Dio è ancora più evidente in Matteo interessato al loro “compimento” a motivo dei suoi destinatari, cristiani provenienti dal popolo ebraico, i quali erano molto attenti alle parole delle Sacre Scritture. “Non dice forse la Scrittura che il Cristo verrà dalla stirpe di Davide?” (Gv 7,42), si chiedeva la gente. Si comprende allora perché il vangelo secondo Matteo inizi direttamente con la genealogia, la quale attraverso Davide sale fino ad Abramo: “Genealogia di Gesù Cristo, figlio di Davide, figlio di Abramo” (1,1), e poi da Abramo scende gradualmente, sviluppando tre cicli di 14 generazioni ciascuno, fino a 2 Gesù, passando ancora attraverso il re Davide (v.6), che evidentemente deve giocare un ruolo molto importante. Essa termina, infine, a Giuseppe, che è l’ultimo anello della nostra catena genealogica. Questo anello, tuttavia, è completamento diverso dagli altri, perché qui non è più usato, come per tutti gli altri personaggi, il verbo “generò”. L’evangelista scrive, infatti: “Giacobbe generò Giuseppe, lo sposo di Maria, dalla quale è nato Gesù, chiamato Cristo” (v.16). Matteo è ben consapevole, dunque, come esporrà chiaramente nel successivo racconto riguardante la vocazione di Giuseppe, che costui non ha generato Gesù, concepito, come sappiamo, per opera dello Spirito Santo (vv.18 e 20). L’evangelista sottolinea, invece, che Giuseppe è “lo sposo di Maria, dalla quale è nato Gesù, chiamato Cristo” (v.16). il titolo “sposo di Maria” è quello che giustifica la presenza di Giuseppe, “figlio di Davide”, nella genealogia di Gesù con lo scopo preciso di convalidarne la discendenza davidica, nonostante non sia stato lui a generarlo. Gesù è “figlio di Davide”, perché Giuseppe. “sposo di sua madre” Maria, è “figlio di Davide”, titolo giuridico confermato avvedutamente dall’angelo nella sua apparizione in sogno: “Giuseppe, figlio di Davide, non temere di prendere con te Maria, tua sposa” (Mt 1,20). Se il mistero dell’incarnazione rifiuta la paternità di Giuseppe sotto l’aspetto della “generazione”, a motivo della Persona divina che assume la natura umana, la richiede, tuttavia, sotto altri aspetti ugualmente costitutivi della paternità, che ne arricchiscono il contenuto, non riducibile al solo “generare”, come oggi si rende sempre più manifesto. Anche l’elemento giuridico è un requisito della paternità, a sua volta non unico, ma non per questo meno importante. Ed è appunto questo che consente a Matteo, a nome della comunità credente, di giustificare la discendenza davidica di Gesù, mettendola in relazione al matrimonio di Giuseppe con Maria. Di fronte al fatto che le generazioni sono state elencate negli evangelisti secondo la genealogia di Giuseppe, sant’Agostino risponde a coloro che non erano consenzienti: “Perché non lo dovevano essere attraverso Giuseppe? Non era forse il marito di Maria? La Scrittura afferma, per mezzo dell’autorità angelica, che egli era il marito. Non temere, dice, di prendere con te Maria tua sposa, perché quel che è generato in lei viene dallo Spirito Santo. Gli viene ordinato di imporre il nome al Bambino, benché non nato dal suo seme. Ella, dice, partorirà un figlio e tu lo chiamerai Gesù. La Scrittura sa che Gesù non è nato dal seme di Giuseppe, poiché a lui preoccupato circa l’origine della gravidanza di lei è detto: viene dallo Spirito Santo. E tuttavia non gli viene tolta l’autorità paterna, dal momento che gli è ordinato di imporre il nome al Bambino. Infine anche la stessa Vergine Maria, ben consapevole di non aver concepito Cristo dall’unione sessuale con lui, lo chiama tuttavia padre di Cristo”. Agostino può così concludere: “A motivo di quel matrimonio fedele meritarono entrambi di essere chiamati genitori di Cristo, e non solo lei, madre, ma anche lui, suo padre, allo stesso modo che era coniuge di sua madre, padre e coniuge per mezzo della mente, non della carne” (RC, n.7).
Stampa il post

San Giuseppe e la verginità


(Da San Giuseppe il più santo dei santi di A. Pena. 
Articolo dal sito www.sangiuseppespicello.it

Secondo alcuni scritti apocrifi dei primi secoli, come il libro Storia di Giuseppe il falegname, il Protovangelo di Giacomo o il Vangelo di Tommaso, che risalgono al II secolo, o più tardi, san Giuseppe sarebbe stato sposato prima di conoscere Maria e avrebbe avuto almeno sei figli, che sarebbero, secondo alcuni, i cosi detti fratelli di Gesù. Rimasto vedovo, compiuti ormai gli 89 anni, si sarebbe sposato con Maria, che avrebbe avuto 14 o 15 anni. Secondo questi testi apocrifi, egli sarebbe vissuto fino a 111 anni, passandone circa venti con Gesù. Questi libri diffusero la credenza che Giuseppe era molto anziano, che più che un marito era un padre per Maria e che l’avrebbe sposata per salvare le apparenze sociali. Niente di più falso. San Giuseppe dovette affrontare tutte le responsabilità di una famiglia, il che sarebbe risultato impossibile se fosse stato molto vecchio, bisognoso quindi di cure e di attenzioni. Come avrebbe potuto condurre la Sacra Famiglia attraverso il deserto con tutti i pericoli e con tutto lo sforzo che presupponevano venti giorni di cammino per arrivare in Egitto? Dio mise a fianco di Maria un compagno ed uno sposo forte e vigoroso per difenderla da tutti i pericoli e per aiutarla in tutte le sue necessità. Uno sposo, che dovette lavorare molto per mantenere una famiglia povera, specialmente durante la sua permanenza in Egitto, dove non avevano parenti.  
Il padre Tomás Morales, fondatore dei Cruzados de Santa María, afferma: «Ecco san Giuseppe: larghe spalle per il lavoro, non perde un secondo, continua ad adorare e a lavorare, è sempre sollecito nel prendersi cura della Vergine e soprattutto del Bam­bino Gesù. Non ha un minuto libero, non pensa ad altro che ad amare, adorare e lavorare per loro. Ecco chi è san Giuseppe. è il responsabile dei rapporti esterni della Sacra Famiglia. È lui che deve preoccuparsi di tutto a Nazaret, nei quattro o cinque giorni di strada verso Betlemme, nella grotta, in Egitto più tardi e poi di nuovo a Nazaret, sempre mantenendo relazioni con tutti». 
Per questo, fin dai primi secoli, diversi santi Padri dovettero parlare di un san Giuseppe giovane e non anziano e vedovo. San Girolamo difende la sua verginità in un suo scritto contro Elvidio: «u dici che Maria non fu vergine; io rivendico per me ancor di più, ossia che anche lo stesso Giuseppe fu vergine per Maria, affinché dal consorzio verginale nascesse il Figlio vergine. Nel santo uomo non vi fu fornicazione e non è stato scritto che abbia avuto un’altra donna. Di Maria fu piuttosto custode che marito; ne consegue che sia rimasto vergine con Maria, colui che meritò d’esser chiamato padre del Signore». 
San Pier Damiani (1007-1072) scrisse: «Non pare che fosse sufficiente che soltanto la Madre fosse vergine; fa parte della fede della Chiesa che anche chi fece le veci di padre sia stato vergine. Il nostro Redentore ama tanto l’integrità del pudor fiorito, che non solo nacque da seno verginale, ma anche volle essere toccato da un padre vergine». 
San Tommaso d’Aquino dice: «Si deve credere che Giuseppe rimase vergine, perché non appare scritto che abbia avuto un’altra donna e l’infedeltà non possiamo attribuirla ad un personaggio così santo». 
Dice san Francesco di Sales (1567-1622): «Maria e Giuseppe avevano fatto voto di verginità per tutta la vita ed ecco che Dio ha voluto che si unissero attraverso il vincolo del santo matrimonio, non per sciogliere o pentirsi del loro voto, anzi, perché si confermassero sempre più e si incoraggiassero a vicenda uniti per tutta la vita». 
Molti santi importanti sono convinti dell’esistenza di un voto di verginità di Giuseppe prima di sposarsi con Maria, ma ciò che è certo è che a partire dal matrimonio con Maria il voto ci sia stato per adempiere alla volontà di Dio.

Stampa il post

San Giuseppe e il Sinodo sui giovani /2

 
IN GIUSEPPE I SOGNI SI REALIZZANO IN RELAZIONI POSITIVE
(Paolo Antoci La Santa Crociata in onore di San Giuseppe, 4/2018)
Il secondo verbo del percorso del discernimento è: interpretare. Occorre comprendere a che cosa lo Spirito ci sta chiamando. Ritorna ancora in mente quanto ci viene detto di Giuseppe: «Mentre stava pensando a queste cose» (Mt 1,20). «Questa fase di interpretazione è molto delicata; richiede pazienza, vigilanza e anche un certo apprendimento. Bisogna essere capaci di rendersi conto degli effetti dei condizionamenti sociali e psicologici. Richiede di mettere in campo anche le proprie faciltà intellettuali, senza tuttavia cadere nel rischio di costruire teorie astratte su ciò che sarebbe bene o bello fare: anche nel discernimento "la realtà è supreriore all'idea". 
Nell'interpretare non si può neppure tralasciare di confrontarsi con la realtà e di prendere in considerazione le possibilità che realisticamente si hanno a disposizione. Per interpretare i desideri e i moti interiori è necessario confrontarsi onestamente, alla luce della Parola di Dio, anche con le esigenze morali della vita cristiana, sempre cercando di calarle nella situazione concreta che si sta vivendo. Questo sforzo spinge chi lo compie a non accontentarsi del minimo indispensabile, per cercare invece il modo di valorizzare al meglio i propri doni e le proprie possibilità: per questo risulta una proposta attraente e stimolante per i giovani. Questo lavoro di interpretazione si svolge in un dialogo interiore con il Signore, con l'attivazione di tutte le capacità della persona; l'aiuto di una persona esperta nell'ascolto dello Spirito è però un sostegno prezioso che la Chiesa offre e di cui è poco accorto non avvalersi».
Non sappiamo quanto durò questa fase per Giuseppe, non ci è dato sapere, ma da quanto apprendiamo dal documento preparatorio al sinodo possiamo ben capire il lavorio interiore del nostro santo che ha valutato Legge e leggi, Persona e persone. «Mentre stava pensando a queste cose»... pazientemente ha considerato i condizionamenti esterni, ha tirato fuori le sue facoltà intellettuali, si è confrontato con se stesso, con Maria, con la Torah, non accontentandosi della logica legalistica. É questa, in fin dei conti, la giustizia di Giuseppe accennata in Matteo, non solo quella legalistica, ma anche quella etica e morale, oltreché spirituale nel rispetto della legge ebraica e dell'innocenza di Maria. «Giuseppe non voleva ripudiarla, decide di licenziarla in segreto» (Mt 1,19). «Mentre stava pensando queste cose»... quanta interiorità e intimità in questa frase!
E infine, scegliere. «Decise di licenziarla in segreto». «L'atto di decidere diventa esercizio di autentica libertà umana e di responsabilità personale. La scelta si sottrae alla forza cieca delle pulsioni. La decisione richiede di essere messa alla prova dei fatti in vista della sua conferma. La scelta è chiamata a tradursi in azione, a prendere carne, a dare inizio a un percorso, accettando il rischio di confrontarsi con quella realtà che aveva messo in moto desideri ed emozioni. Per questo è importante "uscire", anche dalla paura di sbagliare...».
«"Destatosi dal sonno, Giuseppe fece come gli aveva ordinato l'angelo del Signore" (Mt 1,24). In queste circostanze... Egli non sapeva come comportarsi di fronte alla "mirabile" maternità di Maria. Certamente cerfcava una risposta all'inquietante interrogativo, ma soprattutto cercava una via di uscita da quella situazione per lui difficile [...]. Il messaggero divino introduce Giuseppe nel mistero della maternità di Maria. Colei che secondo la legge è la sua "sposa", rimanendo vergine, è divenuta madre in virtù dello Spirito Santo... Il messaggero si rivolge a Giuseppe come allo "sposo di Maria", a colui che a suo tempo dovrà imporre tale nome al Figlio che nascerà alla Vergine di Nazaret, a lui sposata. Si rivolge, dunque, a Giuseppe, aggidandogli i compiti di un padre terreno nei riguardi del Figlio di Maria. "Destatosi dal sonno, Giuseppe fece come gli aveva ordinato l'angelo del Signore e prese con sé la sua sposa" (Mt 1,24). Egli la prese in tutto il mistero della sua maternità, la prese insieme col Figlio che sarebbe venuto al mondo per opera dello Spirito Santo: dimostrò in tal modo una disponibilità di volontà, simile a quella di Maria, in ordine a ciò che Dio gli chiedeva per mezzo del suo messaggero» (RC 3). Giuseppe dimostrò la sua virilità di giovane uomo, coraggio e responsabilità lo identificano come l'uomo forte e fermo, l'uomo della grande responsabilità, come gli antichi patriarchi, che non ebbe paura nell'essere padre di Gesù e custode dell'incarnazione e della redenzione.
Non è da sottovalutare infine che questo percorso di discernimento avvenga in un contesto di silenzio, di contemplazione, di preghiera, per «coltivare la familiarità con il Signore e il dialogo con la sua Parola». proprio come il discernimento di san Giuseppe. «In una società sempre più rumorosa, che offre una sovrabbondanza di stimoli, un obiettivo fondamentale è offrire occasioni per assaporare il valore del silenzio e della contemplazione e formarsi alla rilettura delle proprie esperienze e all'ascolto della coscienza». «Il silenzio del giovane Giuseppe – disse Benedetto XVI – è un silenzio permeato di contemplazione del mistero di Dio, in atteggiamento di totale disponibilità ai voleri divini. In altre parole, il silenzio di san Giuseppe non manifesta un vuoto interiore, ma, al contrario, la pienezza di fede che egli porta nel cuore, e che guida ogni suo pensiero ed ogni sua azione. Un silenzio grazie al quale Giuseppe, all'unisono con Maria, custodisce la Parola di Dio, conosciuta attraverso le Sacre Scritture, confrontandola continuamente con gli avvenimenti della vita di Gesù; un silenzio intessuto di preghiera costante, preghiera di benedizione del Signore, di adorazione della sua santa volontà e di affidamento senza riserve alla sua provvidenza». «I Vangeli non annotano alcuna parola detta da» Giuseppe. «Ma il silenzio di Giuseppe ha una speciale eloquenza: grazie ad esso si può leggere pienamente la verità contenuta nel giudizio che di lui dà il Vangelo: il "giusto" (Mt 1,19). Bisogna saper leggere questa verità, perché vi è contenuta una delle più importanti testimonianze circa l'uomo e la sua vocazione. Nel corso delle generazioni la Chiesa legge in modo sempre più attentato e consapevole una tale testimoninza, quasi estraendo dal tesoro di questa insegne figura "cose nuove e cose antiche" (Mt 13,52)» (RC 17).
Stampa il post

Pasqua di Risurrezione


 


 «Morte e Vita 
si sono affrontate in un prodigioso duello. 
Il Signore della vita era morto; 
ma ora, vivo, trionfa. 
«Raccontaci, Maria: che hai visto sulla via?». 
«La tomba del Cristo vivente, 
la gloria del Cristo risorto, 
e gli angeli suoi testimoni, 
il sudario e le sue vesti. 
Cristo, mia speranza, è risorto: precede i suoi in Galilea». 
Sì, ne siamo certi: Cristo è davvero risorto. 
Tu, Re vittorioso, abbi pietà di noi».
(Dalla Sequenza Pasquale)





Il blog augura buona Pasqua del Signore a tutti i suoi amici!
Stampa il post

Disclaimer

«Questo blog non rappresenta una testata giornalistica in quanto viene aggiornato senza alcuna periodicità. Non può pertanto considerarsi un prodotto editoriale ai sensi della legge n. 62 del 7.03.2001»