SAN GIUSEPPE MAESTRO DI SANTITÀ

(Maria Bigazzi)


San Giuseppe è colui che, come afferma il beato Bartolo Longo, “Dio volle esaltare sopra i re della terra e i principi della sua celeste milizia!”. A confermare la grandezza di san Giuseppe ci può essere di aiuto un episodio particolare della vita di santa Brigida...

San Giuseppe è per noi “maestro” di santità. Egli fu scelto da Dio per essere il custode della Vergine Maria sua sposa, e dell’amabile Redentore Gesù.
San Giuseppe viene prima costituito sposo della Vergine Maria, perché “insieme con Maria - e anche in relazione a Maria - partecipasse alla fase culminante dell’autorivelazione di Dio in Cristo” (Redemptoris Custos, n. 5). Attraverso il sacrificio totale di sé, san Giuseppe esprime il suo amore generoso verso la Madre di Dio, facendole “dono sponsale di sé”.
Uomo giustissimo, viene posto da Dio come padre terreno del suo Unico Figlio. La grazia specialissima della paternità di san Giuseppe nei riguardi di Gesù è dono dell’Altissimo.
Il vescovo francese Bossuet scrive di san Giuseppe: “Dio, […] avendo scelto il divin Giuseppe per fare da padre nella pienezza dei tempi al suo Figlio unigenito, ha […] riversato nel suo seno qualche raggio o qualche scintilla di quell’amore infinito che ha per il suo Figlio; ed è ciò che gli cambia il cuore, ciò che gli dà un amore di padre”.
Il cuore purissimo di san Giuseppe si unisce al Cuore Immacolato di Maria e al Sacratissimo Cuore di Gesù, formando un cuor solo e un’anima sola, costituendo la Trinità Terrestre a somiglianza di quella Celeste.
Specchio di pazienza, Sposo e Custode pudico della Madre di Dio, Capo della Sacra Famiglia, Sostegno delle famiglie, Conforto dei sofferenti, Patrono dei moribondi, Terrore dei demoni, Protettore della Santa Chiesa…e con molti altri titoli che gli sono attribuiti, san Giuseppe è davvero modello di santità!
Impariamo da questo grande santo che, come afferma il beato Bartolo Longo, “Dio volle esaltare sopra i re della terra e i principi della sua celeste milizia!”.
A confermare la grandezza di san Giuseppe ci può essere di aiuto un episodio particolare della vita di santa Brigida, che spesso veniva confortata da celesti visioni. Essendo devota di san Giuseppe, meritò di udire dalla Madonna quanto segue a riguardo del suo santo sposo:

«Figlia mia, sappi che il mio sposo Giuseppe fu così riservato nelle sue parole che nessuna gliene uscì di bocca la quale non fosse buona, nessuna oziosa o di mormorazione. Fu pazientissimo e diligentissimo nella fatica, ubbidiente, forte e costante, testimone fedele delle meraviglie celesti. Morto alla carne e al mondo, visse solo per Iddio e per i beni celesti, i quali unicamente desiderava. Fu pienamente conforme alla volontà di Dio e tanto rassegnato ad essa che sempre ripeteva: “Si faccia in me la volontà del Signore!”. Rare volte parlava con gli uomini, ma continuamente con Dio. Per la sua santa vita egli ora gode in Cielo grande gloria».

San Giuseppe ci guidi a Gesù e a Maria, ci insegni ad amarli come lui li amò già in terra, e ci ottenga la grazia di una sincera conversione del cuore e di una santa morte.

FONTE: https://lanuovabq.it/it/san-giuseppe-1-1-1-1-1-1-1-1 


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GLI OCCHI DI GIUSEPPE


Papa Francesco l'8 dicembre 2020, solennità della Immacolata Concezione della B.V. Maria, ha inviato al mondo cattolico la Lettera Apostolica Patris corde in occasione del 150° anniversario della dichiarazione di san Giuseppe quale Patrono della Chiesa universale. Da questa notizia prende spunto ed avvio il presente scritto che vuole essere anche riflessione sulla figura di san Giuseppe nella storia, nella Chiesa, nella devozione del popolo cristiano. I Vangeli parlano di san Giuseppe come sposo della Vergine Maria e padre putativo di Gesù (questo è il termine comunemente usato nella Chiesa quando si parla di lui). I riferimenti che riguardano Giuseppe nei Vangeli sono pochi, ma precisi e ben distinti dalle notizie che a noi provengono dagli scritti apocrifi. Gli scritti apocrifi, cioè quegli scritti ed episodi riportati al di fuori dei testi evangelici, più o meno, risalgono a tempi non lontani da quelli di composizione dei testi che abbiamo nelle scritture del Nuovo Testamento.


Giuseppe nei Vangeli

Per quanto riguarda i Vangeli, troviamo riferimento a san Giuseppe in Matteo (capp. 1-2; 13,55) e in Luca (capp.1-2; 4,22). Nel Vangelo di Marco, invece, non si parla espressamente di Giuseppe, tuttavia si afferma che Gesù è figlio di Maria e che di mestiere fa il carpentiere. Matteo (13,55) afferma che Gesù è figlio del carpentiere: «...non è Egli forse il figlio del carpentiere?». Il termine carpentiere intende un artigiano lavoratore del legno, o anche della pietra. Una connotazione interessante per il nostro studio, la troviamo nell’Antico Testamento a proposito del nome “Giuseppe”. In Genesi 49, il patriarca Giacobbe morente attribuisce una caratteristica personale a ciascuno dei figli (dal primogenito Ruben fino all’ultimo nato Beniamino). Giunto a Giuseppe riconosce in lui colui attraverso il quale la benedizione di Dio raggiunge tutti i fratelli: «... per il Dio di tuo padre — egli ti aiuti! — e per il Dio onnipotente — egli ti benedica! Con benedizioni del cielo dall’alto, benedizioni dell’abisso nel profondo, benedizione delle mammelle e del grembo. Le benedizioni di tuo padre sono superiori alle benedizioni dei monti antichi, alle attrattive dei colli eterni. Vengano sul capo di Giuseppe e sulla testa del principe tra i suoi fratelli!»: parole che possono essere bene appropriate a Giuseppe, padre putativo di Gesù.  
Ed ora facciamoci una qualche domanda: può san Giuseppe essere punto di riferimento per i tanti problemi che preoccupano la nostra società ed in particolare la nostra società cristiana? Ed ancora: può la sua figura dire qualcosa al mondo oppure ci troviamo di fronte ad un semplice parlare consolatorio per cui si invoca un Santo quasi a scaramanzia? È importante darci una risposta se desideriamo veramente una protezione dall’alto che, invocata, diventi realtà che ci aiuti nel cammino quotidiano. E la risposta la individuiamo guardandoci intorno, magari seguendo le indicazioni del Papa. Nel nostro mondo ci sono problemi della convivenza uomo-donna; c’è l’attenzione che si deve o si dovrebbe dare alla cura di una nuova vita che nasce; c’è il problema della convivenza nella società, il problema della vita insieme nelle famiglie; del pane quotidiano, dell’alloggio, dei senza tetto che dormono lungo i viali... Chiamare san Giuseppe a Patrono di tutti è fare un esame di coscienza illuminante nel nostro cammino cristiano ed anche occasione di scoprire una sapienza per la vita delle nazioni.


Amore e verginità

Dai Vangeli di Matteo e Luca, come abbiamo già costatato, in modo semplice si apre lo scenario della futura nascita di Gesù, il Messia. L’evangelista Luca ci parla dell’incontro della giovane Maria, la vergine Maria, con la chiamata di Dio ad essere Madre del Salvatore: «... l’angelo Gabriele fu mandato da Dio in una città della Galilea ad una vergine, promessa sposa di un uomo della casa di Davide, chiamato Giuseppe...». Nel quadro presentato a noi dall’evangelista Luca abbiamo «una vergine promessa sposa ... a Giuseppe». Un quadro di grande naturalezza. Una ragazza ebrea che attende il giorno delle nozze. Una ragazza ebrea che però di fronte alla maternità obietta la propria volontà e realtà di «non aver conosciuto uomo e di non aver intenzione di conoscere uomo». Un uomo che aveva nome Giuseppe e che, certamente, condivideva l’idea del matrimonio come espressa da Maria all’angelo. Ed ora passiamo alla presentazione dello sposo Giuseppe. Leggendo le varie interpretazioni della situazione, abitualmente troviamo, nei commentatori del testo biblico, il concetto condiviso tra Giuseppe e Maria di un matrimonio con un voto di verginità tra i due coniugi. Tuttavia non possiamo dimenticare che nel mondo ebraico dell’epoca si aveva un concetto piuttosto negativo della verginità, in quanto la preminenza dell’interesse era data alla fertilità dell’amore più che al concetto dell’amare. l molti figli erano potenza «alla porta contro i propri nemici». Un concetto naturalmente di tutto rispetto. E forse non era facile intravvedere l’amore in un altro contesto.
Nell’Antico Testamento troviamo la figura della figlia di Jefte che ci fa comprendere meglio l’argomento della verginità intesa come assenza di possibilità ad avere figliolanza e forse anche a generare il possibile Messia: «Poi disse al padre: mi sia concesso questo: lasciami libera per due mesi, perché io vada errando per i monti a piangere la mia verginità con le mie compagne» (Giudici, 11,37). Il tema della castità e della verginità è un valore che ha preso vita nell’ambito del cristianesimo. Una visione dovuta a un approfondimento del concetto di amore che solo la esemplarità di Cristo, della vergine Maria e di san Giuseppe ha reso attuale e possibile. Sarebbe bello approfondire iI concetto di amore, di agape rapportato alla creazione della umanità fatta ad immagine e somiglianza di Dio. Solo chi non ha vissuto un innamoramento a tappe (chiedo scusa del paragone forse inadeguato) può capire lo stare insieme come innamorati della persona senza riferimento alla sessualità. Uno stare insieme come sogno di vita, perché ti piace ascoltare la voce, specchiarti negli occhi della persona amata, sorridere al sorriso, vedere il profilo. Una società tutta sesso non può capire di queste cose. Eppure la storia ci parla di santi sposati col voto di castità, e ciò anche nel mondo occidentale durante l’evo medio e nel nostro mondo occidentale di oggi, anche se non sembra. Chi pensa al matrimonio di Maria e Giuseppe dovrebbe approfondire le ragioni e la bellezza di questo amore che prende l’avvio dall’amore che è Dio. L’amore umano, come quello di Maria e Giuseppe, sulla scia dell’amore che è Dio. L’amore, di cui potremmo dire “questo sconosciuto”.


Padre premuroso

Ci racconta l’evangelista Matteo (Mt 1,18-22): «Ecco come avvenne la nascita di Gesù Cristo: sua madre Maria essendo promessa sposa di Giuseppe, prima che andassero a vivere insieme si trovò incinta per opera dello Spirito Santo. Giuseppe suo sposo, che era giusto e non voleva ripudiarla, decise di ripudiarla in segreto». Ma un intervento dall’alto gli fa comprendere quale sia la sua missione: missione di sposo di Maria e padre di un Figlio (Gesù) a lui solamente affidato. Quello che conosciamo della infanzia di Gesù ci parla di Giuseppe come padre premuroso ed affezionato. E qui entra un concetto bellissimo che caratterizza l’opera di Giuseppe come padre. Un padre che veglia; un padre che è “tutto occhi” perché nulla manchi al figlio e nulla alla vita di famiglia. L’apocrifo pseudo-Giacomo ci presenta “gli occhi di Giuseppe”: un testo che è tutto occhi perché nulla di affetto e di cose manchi a Maria ed al Figlio per cui Giuseppe “acquisisce” la bellezza della paternità quando, in attesa del parto a Betlemme, si preoccupa di tutte quelle tenerezze che un bravo marito e futuro padre compie nella circostanza. Certamente il brano che sto per presentare non è storico, nella realtà del giorno dopo giorno; ma è come un sogno, che potrebbe essere o diventare realtà. Usiamo pure forse una piccola esagerazione: è poesia. Ma una poesia che legge la possibile realtà: «Giunti a metà percorso, Maria gli disse: “Fammi scendere dall’asina perché ciò che è in me mi preme per venire alla luce”. L’aiutò a scendere dall’asina e le disse: “Dove posso condurti per mettere al riparo il tuo pudore? Il luogo è deserto”. Trovò là una spelonca e la condusse dentro [...] e, uscito, cercava una levatrice ebrea nel territorio di Betlem».


Gli occhi di Giuseppe

Il testo dello pseudo-Giacomo di cui stiamo parlando, a questo punto, ci offre Giuseppe che parla e racconta, potremmo dire, cosa videro gli occhi di Giuseppe: «Ora io, Giuseppe, camminavo e non camminavo. Guardai l’acre e lo vidi colpito da stupore. Guardai la volta del cielo e lo vidi e la vidi immobile; gli uccelli del cielo, fermi. Abbassai lo sguardo al suolo e scorsi per terra un vaso: operai sedevano dintorno con le mani nel vaso. Chi masticava non masticava più; chi prendeva su qualcosa non sollevava più; chi portava alla bocca non portava più: i volti di tutti guardavano in alto. Ed ecco pecore spinte avanti; non andavano innanzi, ma stavan ferme. Il pastore sollevò la mano per percuoterle con il bastone; la mano restò in alto. Guardai giù alla corrente del fiume e vidi le bocche dei capretti poste sopra, ma non bevevano. Quindi, tutto in un istante, riprendeva il suo corso. Ed ecco una donna scendere dalla regione montuosa. Mi disse: “Uomo, dove vai?”. Le risposi: “cerco una levatrice ebrea”. Quella mi chiese: “Sei israelita?”. Le risposi “Sì”. Quella continuò: “E chi è colei che dà alla luce nella spelonca?” Le risposi: “La mia fidanzata”. E quella a me: “Non è tua moglie?” Le risposi: “Ella è Maria, colei che crebbe nel tempio del Signore ed io l’ebbi in sorte come sposa: ella non è però(ancora) mia sposa, ma ha concepito da Spirito Santo”. La levatrice disse: “E’ vero questo?” Giuseppe le rispose: “Vieni e vedi”. La levatrice si mise in cammino con lui» (cfr. XVIII-XX).
Tutto quanto abbiamo riportato sopra è un invito a vedere. Certamente il brano non è Sacra Scrittura e per questo non va valutato neppure da un punto di vista storico. Tuttavia nel brano riportato c’è fantasia e poesia e ci sono gli occhi di uno che in qualche modo ha guardato l’opera di Dio. Stiamo parlando di san Giuseppe e non credo sia male soffermarci su qualcosa che non è storia (è vero), ma è discorso di popolo, come quando anche noi, in questo tempo di Natale ci fermiamo di fronte ad una culla con il Bambino di cera o di legno e in quella cera e in quel legno con “gli occhi della fede” vediamo il Figlio di Dio, concepito per opera dello Spirito Santo e nato dalla Vergine Maria davanti agli occhi di san Giuseppe alla cui protezione il Papa ancora una volta ha affidato il popolo cristiano.


Gianmaria Polidoro dal n. 1/2021 della Rivista Porziuncola

FONTE: https://www.assisiofm.it/news-gli-occhi-di-giuseppe.html 

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SAN GIUSEPPE MAESTRO DI VITA INTERIORE

 (Sr. Francesca Fera)

Nel gergo comune c’è il detto “tra il dire e il fare c’è di mezzo il mare”, per sottolineare la tendenza che alcune persone hanno a parlare molto e a concretizzare poco, a promettere tanto e a non mantenere niente, pensando che le situazioni si risolvano a forza di parole, parole e ancora parole. Tutto questo non si può dire di S. Giuseppe, che non è stato l’uomo delle parole, ma dei fatti.
I Vangeli non ci riportano nessuna parola proferita da lui. Questo non significa, ovviamente, che S. Giuseppe non parlava mai, ma che non è stato rilevante, nell’ordine della salvezza, riportare le sue parole, quanto il suo esempio di vita. La sua vita parla più dei suoi discorsi e fu talmente impregnata di rettitudine e di onestà, che il Signore affidò a lui - e a lui solo - i suoi beni più cari: il suo Figlio Gesù e Maria SS.ma.
Il silenzio di Giuseppe di Nazareth non è semplicemente assenza di parole, ma presenza di una vita molto più profonda, la vita interiore. Noi non siamo più abituati a parlare di interiorità, immersi come siamo nel trambusto della nostra quotidianità, piena di rumori e di messaggi che continuamente ci stordiscono e ci impediscono di stare in silenzio con noi stessi. Anzi, abbiamo paura del silenzio e della solitudine, perché non sappiamo più come “gestire” i sentimenti, le emozioni, i pensieri, tutto quello che portiamo dentro, non essendo più abituati a pensare, a riflettere, a meditare. Allora, piuttosto che farci travolgere dal fiume in piena della nostra coscienza, meglio metterla a tacere: come? Con lo smartphone sempre a portata di mano, con l’auricolare sempre nell’orecchio, con la radio sempre accesa etc.
C’è, invece, un altro modo di affrontare la realtà, che non è quello di “subirla”, ma è quello di accoglierla e trasformarla, proprio attraverso la nostra vita interiore, così come ha fatto S. Giuseppe. Quando ha visto che la Madonna era incinta, anche lui non sapeva cosa fare, anche lui ha attraversato la notte dell’indecisione, dell’ansia, della paura. Tuttavia S. Giuseppe non ha giudicato Maria, ha continuato ad amarla. Infatti, riporta il Vangelo di Matteo “Giuseppe suo sposo, che era giusto e non voleva ripudiarla, decise di licenziarla in segreto” (Mt 1, 19).
L’evangelista Matteo riassume in poche parole la dura e lunga lotta interiore che ha affrontato S. Giuseppe prima di decidere. La sua decisione non fu dettata dall’impulsività, non fu presa tutta d’un colpo; non fu nemmeno una reazione dell’orgoglio ferito o una questione d’onore. Fu, piuttosto, una questione d’amore, perché S. Giuseppe amava la Madonna e l’amava più del suo stesso onore. Egli era convinto dell’innocenza di Maria, ma il contrasto tra quanto vedeva e quanto sapeva, aumentava ancora di più la sua sofferenza. Fino in fondo non sapremo mai cosa attraversò l’animo di quest’uomo e la ragione profonda del timore che aveva di prendere con sé la sua Sposa; probabilmente intuiva che c’era stato un intervento soprannaturale, che lui non voleva quasi “profanare”.
Tuttavia, “mentre però stava pensando a queste cose, ecco che gli apparve in sogno un angelo del Signore e gli disse:« Giuseppe , figlio di Davide, non temere di prendere con te Maria, tua Sposa, perché quel che è generato in lei viene dallo Spirito Santo…»” (Mt 1, 20). Il Signore premia la rettitudine e la sincerità di S. Giuseppe che non cercava se stesso o i suoi interessi, ma si chiedeva quale fosse la volontà di Dio e il bene più grande per Maria SS.ma; perché chi veramente ama cerca il bene per la persona amata. Ma la soluzione giunge a Lui “mentre stava pensando a queste cose”: mentre cioè, pregava, rifletteva, ponderava, alla luce della fede, tutte le soluzioni possibili per cercare di capire quale fosse la cosa giusta.
Questo significa coltivare la vita interiore: immergere la propria anima, la propria coscienza nella luce di Dio per compiere non la nostra, ma la sua volontà in una determinata situazione, per discernere quello che il Signore ci sta dicendo attraverso delle persone o delle situazioni. Dopo che si è riflettuto personalmente è bene - se possibile - chiedere consiglio ad una guida spirituale, non per esimerci dalle nostre responsabilità, ma perché “nessuno è buon giudice di se stesso”.
Coltivare la propria vita interiore significa ritagliarsi durante la giornata dei momenti di preghiera, qualche minuto per la lettura della Parola di Dio e per l’esame di coscienza; disseminare qualche “Ave Maria” e qualche giaculatoria tra un lavoro e l’altro, mentre prendiamo l’ascensore o quando siamo in fila dal dottore. Si deve mantenere sempre vivo il contatto con il Cielo, quel filo diretto che ci aiuta a pensare come pensa Gesù, ad amare come ama Gesù, ad agire come avrebbe agito Gesù.
Uno dei grandi problemi della società odierna è che si dà importanza solo a quanto si riesce a “produrre”, ma pochi si preoccupano di quanto si riesca ad amare veramente. Gran parte delle decisioni sociali e politiche vengono adottate sulle base di criteri dettati dall’interesse economico e non sono ispirati dal vero bene della persona. La Chiesa rimane una delle poche istituzioni che difende la vita e la dignità dell’uomo. Non si può essere giusti con gli altri quando si opera irriflessivamente, poiché l’impulsività acceca e la passione impedisce di considerare fattori e circostanze che non vanno tralasciati. A volte, quando si ripone ogni fiducia nell’intuizione, si possono commettere gli sbagli peggiori, compromettendo e danneggiando gli altri in ragione della propria presunzione.
Invece quando con umiltà e costanza, si chiede a Dio la luce per compiere ogni giorno i passi giusti lungo il nostro cammino, Egli, che desidera solo il nostro bene e la nostra felicità, sicuramente ci verrà in soccorso, ricompensando la nostra fiducia in Lui, così come ha illuminato la mente e il cuore del suo servo fedele S. Giuseppe.

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SAN GIUSEPPE E LA SUA OBBEDIENZA

(Pietro Viero)


Recitando le litanie di S. Giuseppe troviamo l’invocazione “S. Giuseppe obbedientissimo” e subito viene alla mente la difficoltà che abbiamo vissuto da piccoli quando si trattava di obbedire ai nostri genitori e agli educatori. Col tempo, poi, abbiamo compreso il beneficio nell’eseguire le indicazioni ed i consigli ricevuti per il nostro bene.
Giuseppe ha vissuto certamente la virtù della docilità che suo padre Giacobbe gli ha trasmesso. Senz’altro è stato preparato a vivere con fede la particolare missione rivelata dalle parole dell’ Angelo che lo esortava a prendere con sé Maria, sua sposa, perché quel che era generato in lei veniva dallo Spirito Santo.
Ascoltando e vivendo le parole del Messaggero Celeste, dopo il primo momento di smarrimento e di preoccupazione, ha imparato che una mano potente lo assisteva e lo guidava.
Confrontandosi e ascoltando la sua sposa Maria ha scoperto che anche a Lei un angelo aveva proposto qualcosa di straordinario e misterioso. Entrambi, esprimendo liberamente il loro “sì”, hanno compreso che c’era un progetto di Dio da vivere con umiltà, fiducia e abbandono.
Ecco la prima obbedienza di Giuseppe: ha accolto come sua sposa Maria e ben presto si è dovuto mettere in viaggio con la sua sposa incinta, perché l’imperatore Cesare Augusto aveva ordinato il censimento della popolazione. Durante il viaggio si compì per Maria il tempo del parto e S. Giuseppe visse, quindi, il disagio di far nascere il bambino Gesù lontano dal suo paese, in una stalla, perché non trovarono posto nell’albergo. Ha vissuto questa paternità nel silenzio, con attenzione e premura, chiedendosi quale sarebbe stato il progetto misterioso di Dio su quel Bambino cercato e atteso da tante persone.
Sperava di vivere poi un periodo di tranquillità, ma l’Angelo lo svegliò ancora di notte e dovette partire in fretta per mettere in salvo il Figlio di Dio dalla furia omicida di Erode. Giuseppe obbedì. Dovette lasciare tutto: la sua casa, il suo lavoro, le sue sicurezze. Immagino un viaggio molto lungo, di parecchi mesi, pieno di difficoltà, disagi e paure. Si sarà sentito clandestino, forestiero, intruso, con il bisogno di trovare una sistemazione sicura per Maria e Gesù, un lavoro per poter mantenere dignitosamente la sua famiglia. Come Abramo, fu invitato dal Signore a lasciare tutto e partire, senza una meta precisa, guidato solo dalla promessa di Dio. Più tardi, una volta ambientatosi, l’Angelo di nuovo si fece presente e lo invitò a tornare nella sua patria, dopo la morte di Erode. Dovette compiere nuovamente tutto il viaggio di ritorno e rientrare in Palestina. Il fanciullo Gesù gli dava motivo di gioia per affrontare il cammino assieme alla sua sposa Maria e vivere il frutto della sua silenziosa e cieca fedeltà.
Si può dire con certezza che Giuseppe con la sua obbedienza pronta e silenziosa è stata una figura importantissima e determinante nella storia della salvezza.


FONTE: https://www.fcim.it/sussidi-e-riflessioni/san-giuseppe-e-la-sua-obbedienza-1052 

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PERCHÈ SAN GIUSEPPE È DIVENTATO SANTO?

(Famiglia Cristiana)


Alcuni in Rete, nei social network, si domandano come mai San Giuseppe sia santo. In fondo, dicono, nel Vangelo si parla molto poco del padre terreno di Gesù. Della sua vita, delle sue azioni poco si conosce. Inoltre, aggiunge qualcuno, Giuseppe voleva ripudiare Maria, dopo aver saputo che lei era incinta, e se non lo ha fatto è stato solo perché un angelo gli apparve in sogno. E chi, dicono, non crederebbe a un angelo?  

Ecco la risposta di don Tonino Lasconi.

Già, perché è santo? Lo sarebbe stato davvero, se si fosse rifiutato di credere a un angelo, per giunta apparso in sogno. Chi avrebbe avuto il coraggio di dirgli di no? Appassionati di arte e non altrettanto della Bibbia, immaginiamo gli angeli come quelli bellissimi dei nostri pittori, sempre pronti e spiccare il volo per recapitare gli annunci di Dio. Ma non è così.
I messaggeri di Dio lasciano sempre la libertà di accettare o meno la proposta. Gedeone, chiamato a liberare il suo popolo, chiese al messaggero le prove e le controprove. Zaccaria, il padre del Battista, dopo aver pregato chissà quanto per avere un figlio, non credette all’angelo che gli comunicava di essere stato esaudito. E Maria? Come avrebbe reagito a un angelo planato improvvisamente davanti a lei?
Invece, fu sì “molto turbata”, ma alle sue parole non all’abbigliamento. E Giuseppe? Nessuno avrebbe accettato una proposta così ardua e impensabile come quella alla quale era chiamato, perché “se lo era sognato”. Ma i suoi sogni non erano come i nostri. Erano fidarsi di Dio che misteriosamente lo chiamava.

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I DIECI DONI DI SAN GIUSEPPE (seconda parte)

(da Il Bollettino Salesiano

6. La protezione

Il Figlio dell’Onnipotente ha bisogno di Giuseppe per essere difeso, protetto, accudito, cresciuto. Dio si fida di quest’uomo, così come fa Maria, che in Giuseppe trova colui che non solo vuole salvarle la vita, ma che provvederà sempre a lei e al Bambino. Questo Bambino è Colui che dirà: «Tutto quello che avete fatto a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me» (Mt 25,40). Così ogni bisognoso, ogni povero, ogni sofferente, ogni moribondo, ogni forestiero, ogni carcerato, ogni malato sono “il Bambino” che Giuseppe continua a custodire.

Anche tu proteggi i fratelli più piccoli.


7. La tenerezza

Giuseppe vide crescere Gesù giorno dopo giorno «in sapienza, età e grazia davanti a Dio e agli uomini» (Lc 2,52). Come il Signore fece con Israele, così egli “gli ha insegnato a camminare, tenendolo per mano: era per lui come il padre che solleva un bimbo alla sua guancia, si chinava su di lui per dargli da mangiare” (cfr. Os 11,3-4). Gesù ha visto la tenerezza di Dio in Giuseppe.

Oggi sii gentile con chi incontri.


8. L’obbedienza

A Giuseppe Dio ha rivelato i suoi disegni. Giuseppe non esitò ad obbedire, senza farsi domande sulle difficoltà cui sarebbe andato incontro: «Egli si alzò, nella notte, prese il bambino e sua madre e si rifugiò in Egitto, dove rimase fino alla morte di Erode» (Mt 2,14-15). In ogni circostanza della sua vita, Giuseppe seppe pronunciare il suo sì, come Maria nell’Annunciazione e Gesù nel Getsemani.

Vivi con gioia il “Sia fatta la tua volontà”.


9. La speranza

Come a Giuseppe, Dio ripete anche a noi: “Non abbiate paura!”. Occorre deporre la rabbia e la delusione e fare spazio, senza alcuna rassegnazione ma con fortezza piena di speranza, a ciò che non abbiamo scelto eppure esiste.

Metti la tua vita nelle mani di Dio e fidati.


10. L’intercessione

Santa Teresa di Gesù, dottore della Chiesa e grande devota a san Giuseppe: «Non ricordo ad oggi di avergli domandato cosa che non mi abbia concesso. Stupiscono le grandi grazie da Dio concessemi per mezzo di questo Santo beato, e i pericoli del corpo e dell’anima da cui mi ha sciolto. Il Signore vuole farci capire che, come sulla terra era suo padre e poteva comandargli, così in cielo può far quel che vuole».

Chiedi tutto ciò che il tuo cuore desidera a san Giuseppe. Ti ascolterà.

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I DIECI DONI DI SAN GIUSEPPE (prima parte)

(da Il Bollettino Salesiano


1. La forza del silenzio

Non chiede spiegazioni, non obbietta, si fida, crede e agisce. Senza tante parole. È intelligente, capisce il disegno e lo esegue. Un silenzio grazie al quale Giuseppe, all’unisono con Maria, custodisce la Parola di Dio. Nel silenzio e nella tranquillità della notte, gli angeli gli parlano.

Ricordati che il silenzio è la lingua di Dio.


2. L’umiltà

San Giuseppe è l’uomo che passa inosservato, l’uomo della presenza quotidiana, discreta e nascosta, che sa essere un sostegno e una guida nei momenti di difficoltà.
Quante persone comuni, solitamente dimenticate, stanno scrivendo oggi gli avvenimenti decisivi della nostra storia: medici, infermiere e infermieri, addetti dei supermercati, addetti alle pulizie, badanti, trasportatori, forze dell’ordine, volontari, sacerdoti, religiose e tanti ma tanti altri che hanno compreso che nessuno si salva da solo.

Oggi ringrazia chi pulisce il marciapiedi dove passi.


3. La vera paternità

Padri non si nasce, lo si diventa. Tutte le volte che qualcuno si assume la responsabilità della vita di un altro, in un certo senso esercita la paternità nei suoi confronti. Essere padri significa introdurre il figlio all’esperienza della vita, alla realtà. Non trattenerlo, non imprigionarlo, non possederlo, ma renderlo capace di scelte, di libertà, di partenze.

Oggi dì un sincero «Ti voglio bene» al tuo papà. Ovunque sia.


4. Il coraggio

Giuseppe è solido, determinato e ci insegna che, in mezzo alle tempeste della vita, non dobbiamo temere di lasciare a Dio il timone della nostra barca. Giuseppe non è un uomo rassegnato passivamente, non cerca scorciatoie, ma affronta “ad occhi aperti” quello che gli sta capitando, assumendone in prima persona la responsabilità.

Oggi affronterai un problema che rimandi da troppo tempo.


5. Il lavoro

San Giuseppe era un costruttore. Egli è il vero “miracolo” con cui Dio salva il Bambino e sua Madre. Il Cielo interviene fidandosi del suo coraggio creativo e del suo lavoro quotidiano per mantenere la sua famiglia.

Benedici il tuo impegno quotidiano.

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