IL CULTO DI SAN GIUSEPPE NELLA TRADIZIONE DELLA CHIESA


 Condividiamo con gli amici del blog un articolo di Mons. Maurizio Barba, pubblicato sulle pagine dell'Osservatore Romano e inserito anche nel sito internet "Collationes".



IL CULTO DI SAN GIUSEPPE NELLA TRADIZIONE DELLA CHIESA
Maurizio Barba 
 
È sorprendente il fatto che il culto di S. Giuseppe sia stato introdotto ufficialmente nella Chiesa se non in epoca tardiva, mentre sin dai tempi più remoti il ricordo o la devozione del vir iustus sono stati sempre vivi nella mente e nel cuore dei Padri della Chiesa, degli scrittori ecclesiastici, dei Pontefici, degli autori cattolici e dei fedeli.
Se una certa prudenza di non mettere in risalto la figura di S. Giuseppe si è andata facendo strada in tempi nei quali la polemica in difesa della divinità del Figlio di Dio e della verginità della Madre di Dio era alquanto accesa, un riservato e silenzioso impulso maturava nell’animo umano verso lo sposo di Maria e padre putativo di Gesù.

I testi apocrifi e la letteratura patristica

I modesti accenni che la Sacra Scrittura riserva a S. Giuseppe sono sviluppati dall’abbondante letteratura apocrifa e patristica. Il Protoevangelo di Giacomo (II-III sec.) come anche la Storia di Giuseppe il falegname (IV sec.) e il Vangelo dello pseudo-Matteo (VI sec.) cercano di colmare il silenzio biblico con racconti carichi di devozione. Per la loro forma letteraria alcuni di questi testi apocrifi, come ad esempio la Storia di Giuseppe il falegname, nella quale sono state rinvenute tracce di una devozione popolare, pare fossero usati anche nella liturgia in occasione della festa di S. Giuseppe, specialmente nei monasteri copti.
Anche nella letteratura patristica incontriamo una certa predilezione verso S. Giuseppe da parte di alcuni esponenti come ad esempio S. Girolamo, S. Efrem il Siro, S. Agostino, S. Giovanni Crisostomo, anche se nei loro scritti la menzione del Santo è sempre posta in relazione con Gesù, e Maria, nell’ottica del mistero della salvezza.

Il culto

I primi indizi di un culto a S. Giuseppe risalgono al VII sec.: il Vescovo della Gallia Arculfo, durante il suo pellegrinaggio nella Terra Santa ne attesta la presenza a Nazaret nel 670; i calendari copti, dei secc. VIII-IX, ne testimoniano la festa il 20 luglio e il Menologio di
Basilio II il 25 dicembre in relazione con i Magi.
Dall’Oriente pare che il culto a S. Giuseppe fu portato in Occidente: una chiesa era a lui dedicata a Bologna nel 1129, e nel sec. XIII il primo Ufficio proprio del Santo appare nel codice (Ms 9598-606) di Bruxelles che attesta la data del 19 marzo; nei secc. XIV-XV il culto di S. Giuseppe ebbe un notevole sviluppo ad opera dei Francescani − si pensi a Ubertino da Casale († 1325) e al cancelliere Gersone († 1429) – e Carmelitani che lo inserirono nel loro Breviario.
Alla fine del XV sec. Sisto IV (1471-1484) ne approva la festa di grado simplex fissandola al 19 marzo. Gregorio XV nel 1621, in seguito alle istanze di alcuni sovrani devoti del Santo, la dichiarò festa di precetto. Clemente X nel 1670 la elevò a festa doppia di seconda classe e ne approvò l’Ufficio proprio nel 1714. Pio IX nel 1847, con il decreto della Sacra Congregazione dei Riti Inclytus Patriarcha Joseph (10 settembre 1847), estese a tutta la Chiesa la festa del Patrocinio di S. Giuseppe – inizialmente accordata ai Carmelitani di Francia e d’Italia nel 1680 – fissandone la data alla III Domenica dopo Pasqua e nel 1870 lo proclamò Patrono della Chiesa universale, al fine di ottenere per i suoi meriti e per la sua intercessione, con più efficacia la mi­sericordia di Dio perché fossero allontanati tut­ti i mali che affliggevano da ogni parte la Chiesa; inoltre, con la Lettera Apostolica Inclytum Patriarcham (7 luglio 1871) riconobbe a S. Giuseppe il diritto ad un culto specifico, con l’introduzione di particolari “privilegi e onori” che spettano ai Patroni secondo le rubriche del Messale e del Breviario Romano (cioè la recita del Credo, l’inserimento dell’invocazione Cum Beato Joseph nell’orazione A cunctis da far seguire immediatamente quella della Bea­ta Vergine Maria, l’aggiunta dell’antifona ai Vespri Ecce fidelis servus, quella alle Lodi Ipse Iesus e l’orazione Deus, qui ineffabili providentia). Pio X trasferì la festa del Patrocinio al mercoledì dopo la III Domenica dopo Pasqua e con decreto della Congregazione dei Riti (18 marzo 1809) ne approvò le litanie in suo onore con le relative indulgenze. Benedetto XV  approvò e concesse (9 aprile 1919) di introdurre nel Messale Romano il testo del “Prefazio” proprio per le Messe di S. Giuseppe, sia festive che votive, in occasione del 50° anniversario della proclamazio­ne di S. Giuseppe a Patrono Universale della Chiesa; con il decreto della Congregazione dei Riti (23 febbraio 1921) fece introdurre il nome di S. Giuseppe nelle invocazioni «Dio sia benedetto»; infine, con decreto della Sacra Congregazione dei Riti (26 ottobre 1921), volle estendere alla Chiesa Universale la festa della «Santa Famiglia», isti­tuita da Leone XIII nel 1895, stabilendo che fosse cele­brata con rito doppio maggiore la domenica nell’ottava dell’Epifania, con diritti e privilegi della stessa domenica. Pio XII nel 1955 trasferì la festa del Patrocinio di S. Giuseppe al 1° maggio cambiando il titolo in “S. Giuseppe operaio”. Giovanni XXIII, alla fine del primo periodo del Concilio Ecumenico Vaticano II, con il decreto “Novis hisce temporibus” della Sacra Congregazione dei Riti (13 novembre 1962), ne inserì il nome nel Canone Romano.

Gli autori ecclesiastici

A differenza dei Padri della Chiesa che trattarono di S. Giuseppe solo occasionalmente nel contesto dei commenti ai passi evangelici che lo nominano, gli scrittori ecclesiastici e i grandi teologi scolastici – tra i quali vanno segnalati ad esempio S. Bernardo, S. Tommaso d’Aquino, S. Bonaventura, S. Vincenzo Ferrer, S. Bernardino da Siena, S. Teresa di Gesù, S. Pietro Canisio, S. Francesco di Sales, S. Giovanni Eudes, S. Vincenzo de’ Paoli, S. Leonardo da Porto Maurizio, S. Alfonso Maria de’ Liguori − si interessarono a lui più ampiamente, creando un vero e proprio pensiero teologico sulla sua figura e missione mediante uno sviluppo letterario diversificato.

Gli autori e scrittori cattolici

Nell’ambito della tradizione ecclesiale si colloca anche tutto un filone di produzione letteraria ad opera di autori e scrittori cattolici che vanno dall’epoca più antica − come ad esempio: Remigio di Autun (sec. X), Ubertino da Casale (sec. XIV), Bartolomeo da Pisa e Bernardino da Feltre (sec. XV), Bernardino de’ Bustis (sec. XVI), Giovanni da Cartagine − a quella più moderna − come J. Jacquinot (1645), J.J. Olier, J. Richard (1698), J.B. Bossuet (1697), V. Houdry (1718), E. Hello (1875), B. Maréchaux (1910), Ch. Sauvé (1920), Éphraïm (1996) −.

La voce dei Sommi Pontefici

Ma il forte impulso alla diffusione del pensiero teologico su S. Giuseppe fu dato dalla voce autorevole dei Sommi Pontefici che nel Magistero hanno fissato le linee essenziali della teologia giuseppina.
Pio IX, con la Lettera Apostolica Inclytum Patriarcham (7 luglio 1871), riassumeva il magistero pontificio precedente relativo a S. Giuseppe, e presentava un primo breve trattato sulla sua figura, con riferimento ai suoi titoli, grandezza, dignità, santità e missione.
Leone XIII, nell’Enciclica Quamquam pluries (15 agosto 1889), approfondiva la dottrina su S. Giuseppe dai fondamenti della sua dignità sino alla ragione singolare per cui merita di essere proclamato Patrono di tutta la Chiesa, modello e avvocato di tutte le famiglie cristiane. Autentico “teologo” di S. Giuseppe, egli illuminava con questa Enciclica la grandezza di S. Giuseppe come Padre putativo di Gesù Cristo.
Benedetto XV, nel Motu proprio Bonum sane (25 luglio 1920), ricordava l’efficacia della devozione a S. Giuseppe come rimedio ai problemi del dopoguerra e raccomandava di supplicarlo in favore dei moribondi, poiché «egli è ritenuto meritatamente il loro più efficace protettore, essendo spirato con l’assistenza di Gesù e Maria».
Pio XI, nel discorso del 19 marzo 1928 sosteneva la precedenza di S. Giuseppe su S. Giovanni Battista e S. Pietro.
Pio XII, nel discorso del 1° maggio 1955, in occasione del decimo anniversario delle ACLI, proponeva la figura di S. Giuseppe come Patrono e modello degli operai.
Giovanni XXIII, nella Lettera Apostolica Le voci (19 marzo 1961), riassumeva gli atti dei precedenti Pontefici in onore di S. Giuseppe e lo nominava protettore del Concilio Ecumenico Vaticano II.
Paolo VI, in diversi discorsi presentava la figura di S. Giuseppe nella sua poliedrica ricchezza.
Giovanni Paolo II, nell’Esortazione apostolica Redemptoris custos (15 agosto 1989) offriva un’ampia riflessione «sulla figura e la missione di S. Giuseppe nella vita di Cristo e della Chiesa» e lo collocava chiaramente nel cuore del mistero della Redenzione, sulla stessa linea delle grandi Encicliche Redemptor hominis (4 marzo 1979) e Redemptoris Mater (25 marzo 1987).
Non sfugge, infine, la particolare devozione anche degli ultimi due Papi: Benedetto XVI, che, oltre a portare il nome del Santo come nome di battesimo, durante il suo pontificato più volte ha fatto riferimento al Santo, e Papa Francesco, che nel suo stemma ha voluto esprimere la personale devozione verso il padre putativo di Gesù con l’inserimento del fiore di nardo, che nella tradizione araldica e iconografica rimanda al Patrono della Chiesa universale. Per singolare coincidenza, poi, l’inizio del ministero petrino di Papa Francesco è stato celebrato proprio nel giorno della solennità di S. Giuseppe.

Il recente provvedimento

In considerazione della volontà del Santo Padre Benedetto XVI, confermata da Papa Francesco, di inserire la menzione di S. Giuseppe nelle Preghiere eucaristiche II, III e IV del Messale Romano, supportata anche dalla dottrina del recente Magistero espresso nell’Esortazione Apostolica Redemptoris custos di Giovanni Paolo II, in cui viene presentato lo speciale vincolo di S. Giuseppe con il mistero di Cristo, la Congregazione per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti ha proceduto ad emanare il decreto con il quale si apporta tale intervento nel Messale Romano.
Il documento, che riprende nel testo varie espressioni dell’Esortazione Apostolica Redemptoris custos di Giovanni Paolo II, porta la data del 1° maggio 2013, memoria di S. Giuseppe Lavoratore.
In esso viene espresso in maniera concisa il ruolo del Santo nell’economia della salvezza, chiamato da Dio a esercitare la sua paternità a servizio della persona e della missione di Cristo con generosa umiltà e adorno di quelle virtù comuni, umane e semplici, che fungono da modello tipico per coloro che si mettono alla sequela di Cristo. L’esercizio della sua paternità è espresso mediante la duplice missione di prendersi amorevole cura della Beata Vergine Maria e di dedicarsi con gioioso impegno all’educazione di Gesù, divenendo in tal modo il “custode” dei tesori più preziosi di Dio. La sua paternità, poi, si manifesta anche nel sostegno che egli concede alla Chiesa, corpo mistico di Cristo, che beneficia della sua protezione.
Il documento, inoltre, sottolinea l’ininterrotta tradizione del culto che la Chiesa tributa al Santo e la particolare devozione dei fedeli che da sempre ne hanno onorato la memoria di Sposo castissimo della Madre di Dio e Patrono celeste di tutta la Chiesa. Si fa, quindi, riferimento al fatto che durante il Concilio Ecumenico Vaticano II, il Beato Giovanni XXIII ha voluto inserire il nome di S. Giuseppe nel Canone Romano, ponendo sotto il suo patrocinio la riuscita dell’assise conciliare.
Sulla scia di questo provvedimento e degli auspici pervenuti da più parti, il decreto mette in evidenza la benevola accoglienza del Papa Benedetto e la fattiva attuazione del Papa Francesco a introdurre nelle altre Preghiere eucaristiche il nome di S. Giuseppe con la formulazione appropriata del testo da inserire secondo lo stile delle diverse Preghiere, considerata tipica per la lingua latina.
Infine, per quanto riguarda la traduzione delle medesime formule nelle altre lingue, il decreto afferma che per le lingue moderne occidentali di maggior diffusione se ne occuperà la Congregazione per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti, mentre per quelle da redigere nelle altre lingue si demanda la preparazione, come stabilito dal diritto, alla relativa Conferenza dei Vescovi con la seguente approvazione della Santa Sede.
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