NELLA BOTTEGA DI SAN GIUSEPPE (di don Giulio Gallerani) - sesta parte

                                                       LA RIPARAZIONE: 

come farci riparare da Dio, la nostra conversione... 

“Ritorniamo al Signore: egli ci ha straziato ED EGLI CI GUARIRÀ.  

Egli ci ha percosso ed egli ci fascerà” (Os 6, 1-2) 

“Il pubblicano, invece, fermatosi a distanza, non osava nemmeno alzare gli occhi al cielo, ma SI BATTEVA IL PETTO dicendo: - O Dio, abbi pietà di me peccatore-! Io vi dico: questi, a differenza dell’altro, tornò a casa su giustificato, PERCHÉ CHIUNQUE SI ESALTA SARÀ UMILIATO, E CHI SI UMILIA SARÀ ESALTATO” (Lc 18,13-14) 



Nella bottega di Giuseppe, Gesù avrà visto arrivare tante volte degli oggetti rotti da aggiustare: il soprannome di Giuseppe era o tèknon, il “tuttofare”, il “ciappinatore”, diremmo noi, e questo nomignolo lo ereditò anche Gesù. Giuseppe era colui che a Nazaret aggiustava gli oggetti che si guastavano o si rompevano. “Ritorniamo al Signore: egli ci ha straziato ed egli ci guarirà. Egli ci ha percosso ed egli ci fascerà”: quante volte Gesù avrà visto il suo padre terreno “guarire”, “fasciare”, aggiustare le cose… 

Ma come fa il Signore ad aggiustarci?  Prima condizione: uno deve essere consapevole di essere rotto, e recarsi da chi può aggiustarlo. Solo allora potrà guarire. Il fariseo ((cfr Lc 18, 9-14) non aveva bisogno di nulla: si sentiva a posto, giusto, senza bisogno di chiedere perdono a nessuno. Non si ripara chi non vuole andare da un riparatore: la cosa peggiore che ci possa capitare è avere l’intima e falsa presunzione di essere giusti davanti a Dio. Di non aver bisogno di chiedere perdono. Di non sentirci malati.  Il pubblicano, invece, sapeva di avere qualcosa di rotto, e che bisognava cominciare… dal petto! (“il pubblicano, invece, fermatosi a distanza, non osava nemmeno alzare gli occhi al cielo, ma si batteva il petto dicendo: -O Dio, abbi pietà di me peccatore-!”). Non come il fariseo, che puntava il dito -perché dinanzi al male, si può o accusare gli altri, oppure accusare sé stessi. 

Quante volte Giuseppe per aggiustare una cosa ha dovuto battere con lo scalpello, o con il martello… battere vuole dire ferire, per andare dentro, per far entrare la riparazione. È necessario “battersi il petto”, ferirsi, per far entrare Dio nel nostro cuore, perché è lì che devo guarire, è il mio cuore ciò che deve guarire. Ecco la seconda condizione. 

Infine: cosa fa il Signore, una volta entrato dentro di me? Chi si è auto innalzato, lo abbassa, e chi si è abbassato, lo innalza (“io vi dico: questi, a differenza dell’altro, tornò a casa sua giustificato, perché chiunque si esalta sarà umiliato, e chi si umilia sarà esaltato”). Il suo lavoro consiste nell’equilibrare tutto, come fa un falegname: se andiamo troppo da una parte, ci ripara con un contrappeso dall’altra parte, e se siamo troppo “sottili” e non stiamo più in piedi, ci allarga la base (per innalzarci senza farci crollare…).  Il Signore infatti da un lato ci riequilibra, ci raddrizza nel nostro percorso, e dall’altro ci radica, allargando la base della nostra anima, perché possiamo da Lui essere innalzati: come uno scultore, come un falegname, Lui ci modella, anche facendoci un poco male. 

Lasciamoci aggiustare dal Signore, lasciamoci guarire da Lui, unico nostro riparatore!

FONTE: Il Timone 

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NELLA BOTTEGA DI SAN GIUSEPPE (di don Giulio Gallerani) - quinta parte

LA PRESENZA: 

la pratica della presenza di Dio, vivere sempre l’ “ora et labora”... 

“ASCOLTA, ISRAELE! Il Signore nostro Dio è l’unico Signore: 

amerai il Signore tuo Dio CON TUTTO IL TUO CUORE e con tutta 

la tua anima, con tutta la tua mente e con tutta la tua forza!” 

(Mc 12, 28-30) 

“IL TUO FRUTTO È OPERA MIA” (Os 14,9) 


La bottega del falegname era come un piccolo monastero…dove Gesù ha anticipato e vissuto l’ORA ET LABORA, dove ha visto che si può lavorare pregando, fare della vita una preghiera ininterrotta, fare della fatica, della forza, del sudore, del lavoro delle mani, un atto liturgico. In poche parole: fare della vita un’unica Messa, un unico sacrificio (“sacrum facere” vuole dire “rendere santo” tutto quello che faccio). In che modo posso fare di ogni cosa una preghiera, un atto liturgico? In che modo posso rendere straordinarie le azioni quotidiane ed ordinarie? 
“Ascolta, Israele! Il Signore nostro Dio è l’unico Signore: amerai il Signore tuo Dio CON TUTTO IL TUO CUORE e con tutta la tua anima, con tutta la tua mente e con tutta la tua forza (Mc 12, 28-34)”.
Prima di tutto: rendendo presente Dio in tutto quello che faccio, “con tutto il mio cuore”: il cuore è il centro di me stesso, il motore e il luogo della volontà, dove l’anima, la parte spirituale, i pensieri, la  parte psicologica e la forza, la parte fisica, si attivano e si ricompattano, facendosi strumento per Dio, per ascoltare Lui e fare la Sua volontà. Facendo tutto per Lui, e tutto offrendo a Lui. 

Secondo: ascoltando Dio (“Shemà, Israel”). Dio ti parla, sempre, nel lavoro, in tutto ciò che fai, nelle  cose concrete… anche nella creazione e nella natura. Io posso ascoltarlo, sempre, leggendo ovunque il suo amore che mi parla. 

Terzo: “Non chiameremo più Dio nostro l’opera delle nostre mani … Il tuo frutto è opera mia” (Os 14, 2-10)”: riconoscendo che quello che ho fatto, l’ha fatto Dio, perché è Dio che compie tutto in me. Io stesso sono “opera di Dio”! L’opus dei è la preghiera: io sono la preghiera di Dio, io sono quello che Dio fa per me, perché Dio agisce in me. “Il tuo frutto”: il frutto del lavoro, delle mani dell’uomo, può essere un’opera divina, se tutto quello che sono, con tutto il mio cuore (volontà, mente, anima e forza fisica), lo faccio per Dio, per farlo contento.  

Quarto: lodando Dio. “Non offerta di tori immolati, ma la lode delle nostre labbra” (Os 14,3). Fare della lode il mio sacrificio: lodare il Signore, proclamare la bellezza di Dio, riconoscere la sua presenza. Così Gesù ha imparato  nella bottega come si ama Dio, e come si ama il prossimo: tutto per Dio e in funzione di Dio. Nulla c’è al di fuori di Lui. E così ha imparato che non esiste nulla che non possa trasformarsi in preghiera, sacrificio e liturgia, per la salvezza di tutte le anime!

FONTE: Il Timone

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NELLA BOTTEGA DI SAN GIUSEPPE (di don Giulio Gallerani) - quarta parte

LA FORZA: 

dove nasce la forza, di Dio in noi... 

“Quando un uomo forte, bene armato, fa la guardia al suo palazzo,  

ciò che possiede è al sicuro. Ma se arriva uno più forte di lui e lo vince,  

gli strappa via le armi nelle quali confidava e ne spartisce il bottino.  

CHI NON È CON ME È CONTRO DI ME,  

e chi non raccoglie con me, disperde” (Lc 11, 14-23)  



Come si fa ad essere forti? Impariamolo, alla scuola di San 
Giuseppe.  

“Quando un uomo forte, bene armato, fa la guardia al suo palazzo, ciò che possiede è al sicuro” (Lc 11,14-23). Gesù bambino avrà sperimentato la forza di Giuseppe; essendo lui un gran lavoratore, non era debole per nulla, e anche Gesù, secondo la Sindone, aveva una corporatura forte. “Se li scacciano con il dito di Dio...”: se Gesù per descrivere la potenza di Dio utilizza l’immagine delle dita è perché senz’altro aveva impresso nella mente la forza delle mani di suo padre, che tanto aveva contemplato all’opera! 

La forza di Giuseppe soprattutto nasce dalla lotta contro il male (Giuseppe è detto “terrore dei demoni”): egli ha infatti dovuto combattere contro Erode, rappresentante del male e di Satana. A parte gli attacchi iniziali, per trent’anni la Sacra Famiglia è stata lasciata in pace dal demonio: appena morto Giuseppe, Gesù ha iniziato la sua missione, ed ecco Satana attaccarlo nel deserto. Prima, non c’era riuscito: Gesù era come difeso e protetto da Maria e da Giuseppe, dallo scudo del loro amore e della loro umiltà.
Dove stava allora la forza di Giuseppe che è diventata la forza del suo Gesù? Primo: Giuseppe non era diviso in sé stesso (“ogni regno diviso in sé stesso va in rovina, e una casa cade sull’altra”).  Questo, Gesù lo ha imparato nella bottega del falegname: qualsiasi manufatto con anche solo una crepa, è destinato a rovinarsi, a rompersi e cadere. Ogni oggetto (tavolo o sedia che sia) deve essere ben compatto.  
Noi, al contrario, spesso siamo divisi in noi stessi: desideriamo una cosa  e poi un’altra diversa, siamo incerti, dubbiosi, oppure pensiamo a due cose contemporaneamente…Questa divisione, voluta fortemente dal demonio, è come una crepa che abbiamo dentro, che ci rende schizofrenici e deboli: l’uomo forte invece è il monaco, l’uomo unificato dentro, compatto, che sa unire la mente, i pensieri, la volontà. Gesù ha imparato da Giuseppe a volere una cosa sola, e volerla con tutto il cuore, e lo si capisce dal linguaggio di Gesù: il suo parlare era radicale e chiarissimo (“sì, sì, no, no”) perché rispecchiava un’anima unificata, senza contraddizioni, ripensamenti compromessi. Gesù era una persona, diremo noi, integra, intera: essere interi, infatti, riunificarci dentro, ci rende forti.  
Secondo: dobbiamo essere teneri, per farci lavorare da Dio. Gesù avrà imparato nella bottega di suo padre che, per lavorare il legno, occorre qualcosa più duro del legno: l’attrezzo (per esempio lo scalpello) deve essere più duro della materia da plasmare. Spesso nelle Scritture Israele è paragonato alla dura cervice: un popolo dalla volontà indurita, così che Dio non può lavorarlo… perché non sa obbedire (“da quando i vostri padri sono usciti dall’Egitto fino ad oggi, io vi ho inviato con assidua premura tutti i miei servi, i profeti; ma non mi hanno ascoltato, anzi hanno reso dura la loro cervice” cfr. Ger 7, 23-28).  
Nella bottega del falegname Gesù ha imparato l’obbedienza alla realtà, e avrà constatato che, per lavorare il legno, ci vuole qualcosa di più forte che lo “plasmi”. La nostra roccia, la nostra forza, è Dio, mentre io mi devo lasciar plasmare da Lui, obbedendo ed ascoltando la sua voce: allora potrò diventare un’opera d’arte. La forza nasce dalla debolezza di chi si lascia plasmare, lavorare, forgiare. 

Infine, il terzo insegnamento: ci vuole del tempo... Gesù ha imparato che la forza deriva dalla fedeltà, dalla costanza, dallo “stare”. “Accostiamoci a lui per rendergli grazie, a lui acclamiamo con canti di gioia (…) in ginocchio davanti al Signore che ci ha fatti” (Salmo 94). Dobbiamo stare con Gesù! Quanto tempo è stato Gesù con Giuseppe in bottega? Circa dieci ore al giorno, per vent’anni almeno... Possiamo dire che Giuseppe è stata la persona con cui in assoluto Gesù è stato di più: tre quarti della sua vita terrena l’ha trascorsa nel laboratorio con Giuseppe, lavorando con lui, imparando da lui. Dobbiamo “STARE CON” ed essere fedeli, se vogliamo avere la forza del dito di Dio, e del Suo Regno.

FONTE: Il Timone

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NELLA BOTTEGA DI SAN GIUSEPPE (di don Giulio Gallerani) - terza parte

L’ASCOLTO: 

il nostro rapporto con la Parola di Dio... 

“La Parola di Dio CORRE VELOCE” (Salmo 147) 

“Chi trasgredirà uno solo di questi minimi precetti e INSEGNERÀ agli altri a fare altrettanto, sarà considerato minimo nel regno dei cieli”

(Mt 5,17-19) 



San Giuseppe ha insegnato a Gesù ad ascoltare e mettere 
in pratica la Parola di Dio, e così oggi lo insegna anche a noi, perché chi vuole avanzare nella vita spirituale, deve innanzitutto imparare ad ascoltare e a mettere in pratica la Parola di Dio, che ha tre caratteristiche.  

Prima di tutto: la Parola di Dio “corre veloce” (cfr. Sal 147). Non sopporta lentezze, né ritardi, né esitazioni; si deve vivere con fervore, in un correre veloce dal punto di vista interiore, perché è un fuoco che non può aspettare né indugiare. 

Secondo: la Parola di Dio chiede di essere totalmente vissuta. “O tutto, o niente”, compresi i minimi particolari della Legge: Gesù chiede tutto (“chi dunque trasgredirà uno solo di questi minimi precetti e insegnerà agli altri a fare altrettanto, sarà considerato minimo nel regno dei cieli”, cfr Mt 5, 17-19).  

Terzo modo di camminare seguendo la Parola di Dio: insegnarla agli altri (“chi li osserverà e li insegnerà, sarà considerato grande nel regno dei cieli”). La Parola di Dio si vive donandola agli altri, vivendo per gli altri. 

Tutto quello che abbiamo detto, San Giuseppe lo ha messo in pratica… nella sua bottega da falegname.  
Primo aspetto: nella bottega si lavorava intensamente, senza soste, non si poteva perdere tempo.   
Secondo: Giuseppe doveva stare attento ai minimi particolari, perché nella lavorazione del legno, se sbagli anche solo di un millimetro, non si incastra più nulla. Tutto deve essere forte per resistere, e la resistenza di un manufatto è la resistenza della sua parte più piccola: ci vuole attenzione ai dettagli, nella bottega di un falegname! 
Infine (terzo punto), nella bottega di San Giuseppe si lavorava per gli altri: Gesù ha visto suo padre fare tutto per gli altri, e così Gesù ha imparato a fare tutto per il Padre, e per la salvezza di tutte le anime. 
Nell’apparizione di Cotignac, al pastore Gaspard che aveva sete e non riusciva a sollevare un masso che impediva l’accesso alla fonte, San Giuseppe disse: “ce la farai!” Nella Bibbia, l’acqua rappresenta la Parola di Dio, e il masso che ci impedisce di attingere all’acqua sono le lentezze, le esitazioni, il continuo distrarsi, i compromessi, il perdere tempo…il fare le cose per me stesso, e non per gli altri, e farle non in modo “intero”, integrale. Anche noi “ce la potremo fare” se impareremo da Giuseppe: a correre velocemente lungo la strada della Parola di Dio (senza perdere tempo), a non scendere a compromessi nell’obbedire, e a farlo per gli altri e per la salvezza eterna di tutte le anime!

FONTE: Il Timone

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NELLA BOTTEGA DI SAN GIUSEPPE (di don Giulio Gallerani) - seconda parte

LA PARTENZA: 

per aprire la porta ed entrare nella bottega... 

“Se non perdonerete DI CUORE” (Mt 18, 35) 

“Non c’è delusione per coloro che confidano in te, ora ti seguiamo  

CON TUTTO IL CUORE, ti temiamo e cerchiamo il tuo volto” 

(Dn 3,40-41)



Gesù per trent'anni su trentatré ha semplicemente guardato e imparato da San Giuseppe, suo padre spirituale, e così noi possiamo per nove giorni imparare, lasciarci guidare, lasciarci mettere a cavalcioni sulle spalle (come nell'immagine di Cotignac) da San Giuseppe: San Giuseppe è il padre spirituale di ogni anima!  

Lasciamoci allora portare da San Giuseppe, come piccoli “bambini Gesù”: ci insegnerà a camminare verso l’alto, e più ci faremo piccoli, più “staremo” in alto! Entriamo “virtualmente” nella bottega di San Giuseppe, partecipiamo della vita nascosta della Sacra Famiglia, gustiamone i segreti e gli insegnamenti. 

Ogni cammino, per mettersi in moto, ha bisogno di almeno due passi: i primi due passi, sono quelli necessari e decisivi... Il primo passo da fare, per aprire la porta della Bottega ed entrare anche noi, è un passo in salita, lo stesso che compie il San Giuseppe raffigurato nella statuina di Cotignac: PERDONARE.  

Come? RICONOSCENDOCI PERDONATI. Ancora meglio: riconoscendo il  mio peccato (...e più ne riconosco, di peccati, meglio è!), accusarmi, e sentirmi così profondamente perdonato ed amato da Dio. Quando uno si sente così perdonato… non può che perdonare anche gli altri!  

È il primo passo della vita spirituale: sentirsi amati, per amare. Scoprirci peccatori, quindi tanto perdonati, quindi tanto capaci di perdonare. 

Il secondo passo. “Se non perdonerete DI CUORE ”(Mt 18,35) vuol dire rientrare dentro noi stessi, riprenderci in mano, ricontattare il cuore e con il cuore fare il passo di perdonare, perché sappiamo di essere tanto perdonati.  Azaria, durante la cattività babilonese, mentre si trovava nel fuoco della fornace ardente, eleva al cielo una preghiera di pentimento e insieme di grande fiducia in Dio (cfr Dn 3, 25.34-43): riconosce di non avere più nulla (“siamo umiliati per tutta la terra a causa dei nostri peccati”), ma sente anche il perdono di Dio (“non c’è delusione per coloro che confidano in te, ora ti seguiamo CON TUTTO IL CUORE, ti temiamo e cerchiamo il tuo volto. Fa con noi secondo la tua clemenza, secondo la tua grande misericordia”).  

Il cammino della vita spirituale comincia da questo: da chi smette di guardarsi attorno (“è colpa degli altri!”) e dice: “Mi metto in gioco io, inizio a cambiare dal di dentro, voglio lavorare a partire da me stesso, cambiare la mia anima - non il mondo, non gli altri”. Il cammino dell’anima parte quando dichiaro: “Signore, non ho più nulla da donarti, ti offro solo il mio cuore contrito e umiliato”; allora, quello che faccio lo faccio a partire da me stesso e dalla mia anima, perdonando di cuore -per la salvezza mia e del mondo intero!

FONTE: Il Timone

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NELLA BOTTEGA DI SAN GIUSEPPE (di don Giulio Gallerani) - prima parte

INTRODUZIONE 

PADRE SPIRITUALE DI GESU’ E NOSTRO 


San Giuseppe, riconosciuto dalla Chiesa suo protettore e patrono, accompagna la nostra vita spirituale allo stesso modo in cui accompagnò, difese ed amò teneramente Gesù che cresceva e stava diventando adulto. Lo scopo di questo piccolo libretto è porre l’attenzione sull’aspetto “comune” ed “ordinario” del rapporto fra Gesù e Giuseppe: Giuseppe ci insegna ad essere uomini, donne, famiglie, consacrati, nella semplicità, e a santificarci nella vita quotidiana, fatta di gioie e dolori, di lavoro in una bottega come tante. 

Giuseppe uno di noi, più grande di noi per il suo amore e obbedienza, per la sua fedeltà ai doveri quotidiani: padre di famiglia, marito, lavoratore che si guadagna da vivere con il sudore delle sue  mani. Concretamente. Amare San Giuseppe significa imitarlo e scoprire quello che Dio ci ha voluto far conoscere di lui, tramite i Vangeli, i suoi silenzi, il suo esempio, il suo riflesso in Gesù: frequentando Giuseppe, impareremo ad amare Gesù. Impareremo ad essere veramente cristiani in rapporto a Dio e in rapporto agli altri, santificando noi stessi e il mondo intero! 

San Giuseppe, che fu la guida spirituale di Gesù per trent’anni (su trentatrè), sarà padre spirituale delle nostre anime per nove giorni, corrispondenti ai nove giorni della Novena di San Giuseppe (dal 10 al 18 marzo), che a loro volta corrispondono ai nove capitoli centrali di questo libretto…e per tutta la nostra vita, se vorremo amarlo e imitarlo! 

Gli insegnamenti, le piccole perle da custodire nel nostro cuore, sono sempre tratte dalla Liturgia e dalle omelie delle letture del giorno: San Giuseppe, modello di sacerdote, illumina i nostri passi sempre ubbidendo alla Parola che la Chiesa ci dona!



LA BOTTEGA: 
dove e quando si può imparare tutto,  come fece Gesù...

Il luogo che Gesù ha più amato su questa terra è il luogo che maggiormente ha frequentato: la bottega di falegname di Giuseppe, dove Gesù ha trascorso almeno vent’anni della sua vita, per almeno una decina di ore al giorno. Lì ha imparato tutto. Giuseppe gli ha insegnato non solo un mestiere, ma anche a diventare uomo.  
Il dipinto “Gesù nella bottega di San Giuseppe” di Gherardo delle Notti (vero nome: Gerrit van Honthorst) è una celebre opera caravaggesca, realizzata nel 1620, attualmente visitabile all’Hermitage di San Pietroburgo. La scena vuole rappresentare Giuseppe e Gesù nella bottega (con i loro due angeli custodi sulla destra, in penombra): San Giuseppe è un papà un po’ anziano ed indaffarato, raffigurato con i capelli e la barba grigia, mentre Gesù è un bambino dai capelli scuri che ricadono in riccioli morbidi sul collo, vestito con una tunica rossa. È tardi, sono ancora in bottega, per cui la scena è tutta immersa nell’oscurità, e l’unica fonte luminosa è rappresentata da una candela: è Gesù a sorreggerla con la mano destra, per far luce al suo papà (“io sono la luce del mondo” cfr Gv 8,12). Tutta la scena ruota dunque intorno alla luce della candela, che indirizza il nostro occhio proprio sui volti di San Giuseppe e Gesù. È molto dolce, questa scena, perché Gesù non sta prestando attenzione al lavoro che sta compiendo Giuseppe…Ma guarda Giuseppe in viso, come se stesse contemplando la sua bellezza d’animo, con riconoscenza. Il cuore del dipinto è la contemplazione di Gesù, che guarda il suo papà mentre lavora, con infinito amore e riconoscenza. Cosa ci insegna, questo dipinto? Anche noi possiamo immaginarci “al lavoro” (per fare la volontà di Dio) con Gesù che sempre sta vicino a noi, ci contempla, ci ama, ci ringrazia per le nostre fatiche, benedice le nostre sofferenze nascoste. Nessuna azione, anche quella che ci sembra più insignificante, è esclusa dalla contemplazione e dall’attenzione del nostro Dio, se fatta per amore e con amore: se offriamo quindi tutte le nostre azioni quotidiane, il nostro lavoro, i nostri sforzi al Signore, Egli, come ha fatto con San Giuseppe, sarà la nostra luce e ci guiderà nel compiere la volontà del Padre.

FONTE: Il Timone

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FESTA DI SAN GIUSEPPE LAVORATORE


Fabbro, falegname, carpentiere. San Giuseppe era tutto questo – come insegnano i Vangeli – oltre a essere lo sposo di Maria e il padre terreno di Gesù. Con la sua vita di onesto lavoratore, San Giuseppe nobilita il lavoro manuale con il quale mantiene la sua Santa Famiglia e partecipa al progetto della salvezza.


Giuseppe, il “Giusto”

Così viene chiamato nelle Scritture: con l’appellativo “il Giusto”, che nel linguaggio biblico definisce chi ama e rispetta la Legge in quanto espressione della volontà di Dio. Giuseppe lo fa. Discendente della Casa di Davide, non è assolutamente in età avanzata quando si fidanza con Maria. E, come la sua sposa, anche lui dice il suo “sì” a un angelo, quello che lo visita in sogno per rassicurarlo sulla gravidanza di Maria, in quanto frutto dello Spirito Santo. È il nascondimento la sua caratteristica, il suo farsi da parte. Quando Gesù inizia la sua vita pubblica, alle nozze di Cana, il Nuovo Testamento non lo cita più: probabilmente è morto, ma non sappiamo né dove né quando, né tantomeno sappiamo dove sia sepolto.


Il lavoro: partecipazione al disegno divino

Come quei padri che insegnano il proprio lavoro ai figli, così fa anche Giuseppe con Gesù. Egli stesso, più volte, viene chiamato nei Vangeli “il figlio del carpentiere” oppure “del legnaiuolo”. Più di tutti, quindi, San Giuseppe rappresenta la dignità del lavoro umano che è dovere e perfezionamento dell’uomo che così esercita il suo dominio sul Creato, prolunga l’opera del Creatore, offre il suo servizio alla comunità e contribuisce al piano della salvezza. Giuseppe ama il suo lavoro. Non si lamenta mai della fatica, ma da uomo di fede la eleva a esercizio di virtù; sa essere sempre contento perché non ambisce alla ricchezza e non invidia i ricchi: per lui il lavoro non è un mezzo per soddisfare la propria cupidigia, ma solo strumento di sostentamento per la sua famiglia. Poi, come viene prescritto agli ebrei, il sabato osserva il riposo settimanale e prende parte alle celebrazioni. Non deve stupire questa concezione nobile del lavoro più umile, quello manuale: già nell’Antico Testamento, infatti, Dio viene simboleggiato di volta in volta come vignaiolo, seminatore, pastore.


La festa di San Giuseppe Artigiano

Fu istituita ufficialmente da Pio XII il Primo Maggio del 1955 per aiutare i lavoratori a non perdere il senso cristiano del lavoro così espresso, ma già Pio IX aveva in qualche modo riconosciuto l’importanza di San Giuseppe come lavoratore quando proclamò il Santo patrono universale della Chiesa. Il principio del lavoro come mezzo per la salvezza eterna sarà ripreso anche da Giovanni Paolo II nella sua Enciclica Laborem Exercens, in cui lo chiama “il Vangelo del lavoro”. Sembra, poi, che anche il cardinale Roncalli – futuro Giovanni XXIII - eletto al soglio di Pietro avesse pensato di farsi chiamare Giuseppe, tanto era devoto al Santo padre terreno di Gesù. Infine, devoti di San Giuseppe sono stati anche molti altri Santi, come Santa Teresa d’Avila.

FONTE: VATICAN NEWS

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