LA GIOIA E LA TRISTEZZA:
come rendere felice Dio,
e come non infastidirlo...
“Si gioirà sempre di quello che sto per creare,
poiché creo Gerusalemme per la gioia, e il suo popolo per il gaudio.
Io esulterò di Gerusalemme, godrò del mio popolo” (Is 65, 17-19)
“Se non vedete segni e prodigi, voi non credete” (Gv 4,48)
“Ecco io creo nuovi cieli e nuova terra; non si ricorderà più il passato, non verrà più in mente, perché si godrà e si giorà sempre di quello che sto per creare, poiché creo Gerusalemme per la gioia, e il suo popolo per il gaudio. Io esulterò di Gerusalemme, godrò del mio popolo ” (Is 65,17-21). Gesù, vedendo Giuseppe godere, ha imparato di cosa gode Dio: Dio ci ha fatti per godere di noi, e ci ha ricreati e salvati per godere ancora di più di noi... E’ quello che Gesù ha imparato vedendo suo papà che gioiva di quello che aveva fatto, perché un uomo che lavora partecipa, porta a compimento l’opera di Dio creatore, e ne gode: siamo stati creati per far godere Dio, per essere la Sua gioia.
Si tratta di una gioia particolare, che nasce dal lamento (“hai mutato il mio lamento in danza, mi hai risollevato” cfr Salmo29), dal basso, da una caduta, dalla morte. La creazione di Dio dà vita a ciò che è morto: i falegnami usano anche il legno secco, le pietre scartate, e riciclano sapendo ricostruirci sopra qualcosa di nuovo e di vivo.
Quando lo fanno, i falegnami sono felici: sono contenti quando creano qualcosa di nuovo, ma sono ancora più contenti quando riescono a riparare ciò che era andato perduto! Allo stesso modo: Dio ha gioito quando ci ha creati, all’inizio dell’universo, ma gioisce ancora di più ora, ogni volta che ci riaggiusta, che ci fa risorgere, dopo che eravamo morti per i nostri peccati. Noi siamo pietre scartate e rovinate, con le quali Dio fa meraviglie, costruisce la Chiesa, salva il mondo e le anime: così Gesù, guardando Giuseppe, ha capito quello che rendeva felice Dio.
Che cosa infastidisce Dio? “Gesù stesso aveva dichiarato che un profeta non riceve onore nella propria patria” (Gv 4, 43-54). Così si rivolge ai suoi amici nazaretani: “Se non vedete segni e prodigi, voi non credete”. Dietro a questa frase c’è la riflessione di Gesù sul nascondimento di suo padre, sulla sua santità così nascosta agli occhi umani: chissà come lo avevano trattato, quelli di Nazaret…Non erano forse riusciti a vedere, dietro a quell’ uomo che lavorava e amava, la presenza di Dio: Giuseppe evidentemente non era stato considerato nulla di speciale. Questo faceva arrabbiare Gesù, lo infastidiva: ma come? Non avete visto Dio in mio padre, un uomo che lavorava e che amava in modo così santo?
Anche verso di noi, Gesù è per così dire infastidito: noi che vogliamo sempre vedere prodigi, quando magari vicino abbiamo persone speciali, che amano davvero -quando non riusciamo a vedere Dio che si nasconde nella nostra vita, nelle piccole cose, nella creazione, in tutte le bellezze che ci circondano. Rendiamo felice Dio sì, ma spesso pure lo infastidiamo: perché non riusciamo a capire quanta bellezza divina ci sia nella vita ordinaria. E’ lì che dobbiamo credere e avere fede: nel nascondimento. Come Giuseppe: nascosto, magari sfruttato, preso in giro, e Gesù aveva notato tutto... Se non avevano visto Dio in Giuseppe, così non potevano vederlo ora in Gesù.
È la nostra fiducia che dona gioia a Dio, fiducia che che ci fa vivere semplicemente sulla Sua Parola. “Va', tuo figlio vive”: il funzionario si mette in cammino, fidandosi solo della Parola di Gesù, e il miracolo avviene. Così era successo nella bottega di Giuseppe, e succede in ogni laboratorio: ti fidi della parola del maestro, fai, agisci e nasce l’opera d’arte.
Così accadono i miracoli e questa è la nostra vita, vita “fatta miracolo”, vita ordinaria resa straordinaria, sempre in quest’ordine: prima ci si fida, poi ci si mette in cammino, e dopo si vedono le cose meravigliose accadere.
FONTE: Il Timone






