NELLA BOTTEGA DI SAN GIUSEPPE (di don Giulio Gallerani) - quarta parte

LA FORZA: 

dove nasce la forza, di Dio in noi... 

“Quando un uomo forte, bene armato, fa la guardia al suo palazzo,  

ciò che possiede è al sicuro. Ma se arriva uno più forte di lui e lo vince,  

gli strappa via le armi nelle quali confidava e ne spartisce il bottino.  

CHI NON È CON ME È CONTRO DI ME,  

e chi non raccoglie con me, disperde” (Lc 11, 14-23)  



Come si fa ad essere forti? Impariamolo, alla scuola di San 
Giuseppe.  

“Quando un uomo forte, bene armato, fa la guardia al suo palazzo, ciò che possiede è al sicuro” (Lc 11,14-23). Gesù bambino avrà sperimentato la forza di Giuseppe; essendo lui un gran lavoratore, non era debole per nulla, e anche Gesù, secondo la Sindone, aveva una corporatura forte. “Se li scacciano con il dito di Dio...”: se Gesù per descrivere la potenza di Dio utilizza l’immagine delle dita è perché senz’altro aveva impresso nella mente la forza delle mani di suo padre, che tanto aveva contemplato all’opera! 

La forza di Giuseppe soprattutto nasce dalla lotta contro il male (Giuseppe è detto “terrore dei demoni”): egli ha infatti dovuto combattere contro Erode, rappresentante del male e di Satana. A parte gli attacchi iniziali, per trent’anni la Sacra Famiglia è stata lasciata in pace dal demonio: appena morto Giuseppe, Gesù ha iniziato la sua missione, ed ecco Satana attaccarlo nel deserto. Prima, non c’era riuscito: Gesù era come difeso e protetto da Maria e da Giuseppe, dallo scudo del loro amore e della loro umiltà.
Dove stava allora la forza di Giuseppe che è diventata la forza del suo Gesù? Primo: Giuseppe non era diviso in sé stesso (“ogni regno diviso in sé stesso va in rovina, e una casa cade sull’altra”).  Questo, Gesù lo ha imparato nella bottega del falegname: qualsiasi manufatto con anche solo una crepa, è destinato a rovinarsi, a rompersi e cadere. Ogni oggetto (tavolo o sedia che sia) deve essere ben compatto.  
Noi, al contrario, spesso siamo divisi in noi stessi: desideriamo una cosa  e poi un’altra diversa, siamo incerti, dubbiosi, oppure pensiamo a due cose contemporaneamente…Questa divisione, voluta fortemente dal demonio, è come una crepa che abbiamo dentro, che ci rende schizofrenici e deboli: l’uomo forte invece è il monaco, l’uomo unificato dentro, compatto, che sa unire la mente, i pensieri, la volontà. Gesù ha imparato da Giuseppe a volere una cosa sola, e volerla con tutto il cuore, e lo si capisce dal linguaggio di Gesù: il suo parlare era radicale e chiarissimo (“sì, sì, no, no”) perché rispecchiava un’anima unificata, senza contraddizioni, ripensamenti compromessi. Gesù era una persona, diremo noi, integra, intera: essere interi, infatti, riunificarci dentro, ci rende forti.  
Secondo: dobbiamo essere teneri, per farci lavorare da Dio. Gesù avrà imparato nella bottega di suo padre che, per lavorare il legno, occorre qualcosa più duro del legno: l’attrezzo (per esempio lo scalpello) deve essere più duro della materia da plasmare. Spesso nelle Scritture Israele è paragonato alla dura cervice: un popolo dalla volontà indurita, così che Dio non può lavorarlo… perché non sa obbedire (“da quando i vostri padri sono usciti dall’Egitto fino ad oggi, io vi ho inviato con assidua premura tutti i miei servi, i profeti; ma non mi hanno ascoltato, anzi hanno reso dura la loro cervice” cfr. Ger 7, 23-28).  
Nella bottega del falegname Gesù ha imparato l’obbedienza alla realtà, e avrà constatato che, per lavorare il legno, ci vuole qualcosa di più forte che lo “plasmi”. La nostra roccia, la nostra forza, è Dio, mentre io mi devo lasciar plasmare da Lui, obbedendo ed ascoltando la sua voce: allora potrò diventare un’opera d’arte. La forza nasce dalla debolezza di chi si lascia plasmare, lavorare, forgiare. 

Infine, il terzo insegnamento: ci vuole del tempo... Gesù ha imparato che la forza deriva dalla fedeltà, dalla costanza, dallo “stare”. “Accostiamoci a lui per rendergli grazie, a lui acclamiamo con canti di gioia (…) in ginocchio davanti al Signore che ci ha fatti” (Salmo 94). Dobbiamo stare con Gesù! Quanto tempo è stato Gesù con Giuseppe in bottega? Circa dieci ore al giorno, per vent’anni almeno... Possiamo dire che Giuseppe è stata la persona con cui in assoluto Gesù è stato di più: tre quarti della sua vita terrena l’ha trascorsa nel laboratorio con Giuseppe, lavorando con lui, imparando da lui. Dobbiamo “STARE CON” ed essere fedeli, se vogliamo avere la forza del dito di Dio, e del Suo Regno.

FONTE: Il Timone

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NELLA BOTTEGA DI SAN GIUSEPPE (di don Giulio Gallerani) - terza parte

L’ASCOLTO: 

il nostro rapporto con la Parola di Dio... 

“La Parola di Dio CORRE VELOCE” (Salmo 147) 

“Chi trasgredirà uno solo di questi minimi precetti e INSEGNERÀ agli altri a fare altrettanto, sarà considerato minimo nel regno dei cieli”

(Mt 5,17-19) 



San Giuseppe ha insegnato a Gesù ad ascoltare e mettere 
in pratica la Parola di Dio, e così oggi lo insegna anche a noi, perché chi vuole avanzare nella vita spirituale, deve innanzitutto imparare ad ascoltare e a mettere in pratica la Parola di Dio, che ha tre caratteristiche.  

Prima di tutto: la Parola di Dio “corre veloce” (cfr. Sal 147). Non sopporta lentezze, né ritardi, né esitazioni; si deve vivere con fervore, in un correre veloce dal punto di vista interiore, perché è un fuoco che non può aspettare né indugiare. 

Secondo: la Parola di Dio chiede di essere totalmente vissuta. “O tutto, o niente”, compresi i minimi particolari della Legge: Gesù chiede tutto (“chi dunque trasgredirà uno solo di questi minimi precetti e insegnerà agli altri a fare altrettanto, sarà considerato minimo nel regno dei cieli”, cfr Mt 5, 17-19).  

Terzo modo di camminare seguendo la Parola di Dio: insegnarla agli altri (“chi li osserverà e li insegnerà, sarà considerato grande nel regno dei cieli”). La Parola di Dio si vive donandola agli altri, vivendo per gli altri. 

Tutto quello che abbiamo detto, San Giuseppe lo ha messo in pratica… nella sua bottega da falegname.  
Primo aspetto: nella bottega si lavorava intensamente, senza soste, non si poteva perdere tempo.   
Secondo: Giuseppe doveva stare attento ai minimi particolari, perché nella lavorazione del legno, se sbagli anche solo di un millimetro, non si incastra più nulla. Tutto deve essere forte per resistere, e la resistenza di un manufatto è la resistenza della sua parte più piccola: ci vuole attenzione ai dettagli, nella bottega di un falegname! 
Infine (terzo punto), nella bottega di San Giuseppe si lavorava per gli altri: Gesù ha visto suo padre fare tutto per gli altri, e così Gesù ha imparato a fare tutto per il Padre, e per la salvezza di tutte le anime. 
Nell’apparizione di Cotignac, al pastore Gaspard che aveva sete e non riusciva a sollevare un masso che impediva l’accesso alla fonte, San Giuseppe disse: “ce la farai!” Nella Bibbia, l’acqua rappresenta la Parola di Dio, e il masso che ci impedisce di attingere all’acqua sono le lentezze, le esitazioni, il continuo distrarsi, i compromessi, il perdere tempo…il fare le cose per me stesso, e non per gli altri, e farle non in modo “intero”, integrale. Anche noi “ce la potremo fare” se impareremo da Giuseppe: a correre velocemente lungo la strada della Parola di Dio (senza perdere tempo), a non scendere a compromessi nell’obbedire, e a farlo per gli altri e per la salvezza eterna di tutte le anime!

FONTE: Il Timone

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NELLA BOTTEGA DI SAN GIUSEPPE (di don Giulio Gallerani) - seconda parte

LA PARTENZA: 

per aprire la porta ed entrare nella bottega... 

“Se non perdonerete DI CUORE” (Mt 18, 35) 

“Non c’è delusione per coloro che confidano in te, ora ti seguiamo  

CON TUTTO IL CUORE, ti temiamo e cerchiamo il tuo volto” 

(Dn 3,40-41)



Gesù per trent'anni su trentatré ha semplicemente guardato e imparato da San Giuseppe, suo padre spirituale, e così noi possiamo per nove giorni imparare, lasciarci guidare, lasciarci mettere a cavalcioni sulle spalle (come nell'immagine di Cotignac) da San Giuseppe: San Giuseppe è il padre spirituale di ogni anima!  

Lasciamoci allora portare da San Giuseppe, come piccoli “bambini Gesù”: ci insegnerà a camminare verso l’alto, e più ci faremo piccoli, più “staremo” in alto! Entriamo “virtualmente” nella bottega di San Giuseppe, partecipiamo della vita nascosta della Sacra Famiglia, gustiamone i segreti e gli insegnamenti. 

Ogni cammino, per mettersi in moto, ha bisogno di almeno due passi: i primi due passi, sono quelli necessari e decisivi... Il primo passo da fare, per aprire la porta della Bottega ed entrare anche noi, è un passo in salita, lo stesso che compie il San Giuseppe raffigurato nella statuina di Cotignac: PERDONARE.  

Come? RICONOSCENDOCI PERDONATI. Ancora meglio: riconoscendo il  mio peccato (...e più ne riconosco, di peccati, meglio è!), accusarmi, e sentirmi così profondamente perdonato ed amato da Dio. Quando uno si sente così perdonato… non può che perdonare anche gli altri!  

È il primo passo della vita spirituale: sentirsi amati, per amare. Scoprirci peccatori, quindi tanto perdonati, quindi tanto capaci di perdonare. 

Il secondo passo. “Se non perdonerete DI CUORE ”(Mt 18,35) vuol dire rientrare dentro noi stessi, riprenderci in mano, ricontattare il cuore e con il cuore fare il passo di perdonare, perché sappiamo di essere tanto perdonati.  Azaria, durante la cattività babilonese, mentre si trovava nel fuoco della fornace ardente, eleva al cielo una preghiera di pentimento e insieme di grande fiducia in Dio (cfr Dn 3, 25.34-43): riconosce di non avere più nulla (“siamo umiliati per tutta la terra a causa dei nostri peccati”), ma sente anche il perdono di Dio (“non c’è delusione per coloro che confidano in te, ora ti seguiamo CON TUTTO IL CUORE, ti temiamo e cerchiamo il tuo volto. Fa con noi secondo la tua clemenza, secondo la tua grande misericordia”).  

Il cammino della vita spirituale comincia da questo: da chi smette di guardarsi attorno (“è colpa degli altri!”) e dice: “Mi metto in gioco io, inizio a cambiare dal di dentro, voglio lavorare a partire da me stesso, cambiare la mia anima - non il mondo, non gli altri”. Il cammino dell’anima parte quando dichiaro: “Signore, non ho più nulla da donarti, ti offro solo il mio cuore contrito e umiliato”; allora, quello che faccio lo faccio a partire da me stesso e dalla mia anima, perdonando di cuore -per la salvezza mia e del mondo intero!

FONTE: Il Timone

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NELLA BOTTEGA DI SAN GIUSEPPE (di don Giulio Gallerani) - prima parte

INTRODUZIONE 

PADRE SPIRITUALE DI GESU’ E NOSTRO 


San Giuseppe, riconosciuto dalla Chiesa suo protettore e patrono, accompagna la nostra vita spirituale allo stesso modo in cui accompagnò, difese ed amò teneramente Gesù che cresceva e stava diventando adulto. Lo scopo di questo piccolo libretto è porre l’attenzione sull’aspetto “comune” ed “ordinario” del rapporto fra Gesù e Giuseppe: Giuseppe ci insegna ad essere uomini, donne, famiglie, consacrati, nella semplicità, e a santificarci nella vita quotidiana, fatta di gioie e dolori, di lavoro in una bottega come tante. 

Giuseppe uno di noi, più grande di noi per il suo amore e obbedienza, per la sua fedeltà ai doveri quotidiani: padre di famiglia, marito, lavoratore che si guadagna da vivere con il sudore delle sue  mani. Concretamente. Amare San Giuseppe significa imitarlo e scoprire quello che Dio ci ha voluto far conoscere di lui, tramite i Vangeli, i suoi silenzi, il suo esempio, il suo riflesso in Gesù: frequentando Giuseppe, impareremo ad amare Gesù. Impareremo ad essere veramente cristiani in rapporto a Dio e in rapporto agli altri, santificando noi stessi e il mondo intero! 

San Giuseppe, che fu la guida spirituale di Gesù per trent’anni (su trentatrè), sarà padre spirituale delle nostre anime per nove giorni, corrispondenti ai nove giorni della Novena di San Giuseppe (dal 10 al 18 marzo), che a loro volta corrispondono ai nove capitoli centrali di questo libretto…e per tutta la nostra vita, se vorremo amarlo e imitarlo! 

Gli insegnamenti, le piccole perle da custodire nel nostro cuore, sono sempre tratte dalla Liturgia e dalle omelie delle letture del giorno: San Giuseppe, modello di sacerdote, illumina i nostri passi sempre ubbidendo alla Parola che la Chiesa ci dona!



LA BOTTEGA: 
dove e quando si può imparare tutto,  come fece Gesù...

Il luogo che Gesù ha più amato su questa terra è il luogo che maggiormente ha frequentato: la bottega di falegname di Giuseppe, dove Gesù ha trascorso almeno vent’anni della sua vita, per almeno una decina di ore al giorno. Lì ha imparato tutto. Giuseppe gli ha insegnato non solo un mestiere, ma anche a diventare uomo.  
Il dipinto “Gesù nella bottega di San Giuseppe” di Gherardo delle Notti (vero nome: Gerrit van Honthorst) è una celebre opera caravaggesca, realizzata nel 1620, attualmente visitabile all’Hermitage di San Pietroburgo. La scena vuole rappresentare Giuseppe e Gesù nella bottega (con i loro due angeli custodi sulla destra, in penombra): San Giuseppe è un papà un po’ anziano ed indaffarato, raffigurato con i capelli e la barba grigia, mentre Gesù è un bambino dai capelli scuri che ricadono in riccioli morbidi sul collo, vestito con una tunica rossa. È tardi, sono ancora in bottega, per cui la scena è tutta immersa nell’oscurità, e l’unica fonte luminosa è rappresentata da una candela: è Gesù a sorreggerla con la mano destra, per far luce al suo papà (“io sono la luce del mondo” cfr Gv 8,12). Tutta la scena ruota dunque intorno alla luce della candela, che indirizza il nostro occhio proprio sui volti di San Giuseppe e Gesù. È molto dolce, questa scena, perché Gesù non sta prestando attenzione al lavoro che sta compiendo Giuseppe…Ma guarda Giuseppe in viso, come se stesse contemplando la sua bellezza d’animo, con riconoscenza. Il cuore del dipinto è la contemplazione di Gesù, che guarda il suo papà mentre lavora, con infinito amore e riconoscenza. Cosa ci insegna, questo dipinto? Anche noi possiamo immaginarci “al lavoro” (per fare la volontà di Dio) con Gesù che sempre sta vicino a noi, ci contempla, ci ama, ci ringrazia per le nostre fatiche, benedice le nostre sofferenze nascoste. Nessuna azione, anche quella che ci sembra più insignificante, è esclusa dalla contemplazione e dall’attenzione del nostro Dio, se fatta per amore e con amore: se offriamo quindi tutte le nostre azioni quotidiane, il nostro lavoro, i nostri sforzi al Signore, Egli, come ha fatto con San Giuseppe, sarà la nostra luce e ci guiderà nel compiere la volontà del Padre.

FONTE: Il Timone

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FESTA DI SAN GIUSEPPE LAVORATORE


Fabbro, falegname, carpentiere. San Giuseppe era tutto questo – come insegnano i Vangeli – oltre a essere lo sposo di Maria e il padre terreno di Gesù. Con la sua vita di onesto lavoratore, San Giuseppe nobilita il lavoro manuale con il quale mantiene la sua Santa Famiglia e partecipa al progetto della salvezza.


Giuseppe, il “Giusto”

Così viene chiamato nelle Scritture: con l’appellativo “il Giusto”, che nel linguaggio biblico definisce chi ama e rispetta la Legge in quanto espressione della volontà di Dio. Giuseppe lo fa. Discendente della Casa di Davide, non è assolutamente in età avanzata quando si fidanza con Maria. E, come la sua sposa, anche lui dice il suo “sì” a un angelo, quello che lo visita in sogno per rassicurarlo sulla gravidanza di Maria, in quanto frutto dello Spirito Santo. È il nascondimento la sua caratteristica, il suo farsi da parte. Quando Gesù inizia la sua vita pubblica, alle nozze di Cana, il Nuovo Testamento non lo cita più: probabilmente è morto, ma non sappiamo né dove né quando, né tantomeno sappiamo dove sia sepolto.


Il lavoro: partecipazione al disegno divino

Come quei padri che insegnano il proprio lavoro ai figli, così fa anche Giuseppe con Gesù. Egli stesso, più volte, viene chiamato nei Vangeli “il figlio del carpentiere” oppure “del legnaiuolo”. Più di tutti, quindi, San Giuseppe rappresenta la dignità del lavoro umano che è dovere e perfezionamento dell’uomo che così esercita il suo dominio sul Creato, prolunga l’opera del Creatore, offre il suo servizio alla comunità e contribuisce al piano della salvezza. Giuseppe ama il suo lavoro. Non si lamenta mai della fatica, ma da uomo di fede la eleva a esercizio di virtù; sa essere sempre contento perché non ambisce alla ricchezza e non invidia i ricchi: per lui il lavoro non è un mezzo per soddisfare la propria cupidigia, ma solo strumento di sostentamento per la sua famiglia. Poi, come viene prescritto agli ebrei, il sabato osserva il riposo settimanale e prende parte alle celebrazioni. Non deve stupire questa concezione nobile del lavoro più umile, quello manuale: già nell’Antico Testamento, infatti, Dio viene simboleggiato di volta in volta come vignaiolo, seminatore, pastore.


La festa di San Giuseppe Artigiano

Fu istituita ufficialmente da Pio XII il Primo Maggio del 1955 per aiutare i lavoratori a non perdere il senso cristiano del lavoro così espresso, ma già Pio IX aveva in qualche modo riconosciuto l’importanza di San Giuseppe come lavoratore quando proclamò il Santo patrono universale della Chiesa. Il principio del lavoro come mezzo per la salvezza eterna sarà ripreso anche da Giovanni Paolo II nella sua Enciclica Laborem Exercens, in cui lo chiama “il Vangelo del lavoro”. Sembra, poi, che anche il cardinale Roncalli – futuro Giovanni XXIII - eletto al soglio di Pietro avesse pensato di farsi chiamare Giuseppe, tanto era devoto al Santo padre terreno di Gesù. Infine, devoti di San Giuseppe sono stati anche molti altri Santi, come Santa Teresa d’Avila.

FONTE: VATICAN NEWS

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DA SAN GIUSEPPE ALLE NOSTRE FAMIGLIE: OMELIA DI MONS. GUALTIERO SIGISMONDI


“Figlio, perché ci hai fatto questo? Ecco, tuo padre e io, angosciati, ti cercavamo” (Lc 2,48). Con queste parole la Vergine Maria, anche a nome di Giuseppe suo sposo, si rivolge a Gesù dodicenne, dopo averlo ritrovato fra i dottori nel tempio. Si tratta di un forte richiamo che, in un momento di indescrivibile sofferenza, riesce a trasformare il dolore in un atto d’amore. Di momenti come quello vissuto da Maria e Giuseppe è impregnata la vita di tante famiglie le quali, nell’attuale emergenza educativa, sperimentano che il dolore è il sigillo dell’amore.

La Solennità di San Giuseppe è occasione propizia per riflettere sulla qualità del rapporto tra genitori e figli, che si regge sulla fedeltà dell’amore sponsale, il cui banco di prova è quello della crescita coniugale nella corresponsabilità educativa. “La fragilità è parte della meraviglia che siamo” – assicura Papa Leone XIV –, e tuttavia l’aggressività e la violenza di certi comportamenti adolescenziali e giovanili portano alla luce criticità che interrogano il mondo adulto. L’emergenza non solo emotiva che, nelle circostanze attuali, esplode nelle nuove generazioni è il punto di arrivo di una lunga catena di silenzi occupati dai social, di emozioni soverchiate dall’ansia, di sentimenti devastati dagli istinti, di vissuti di noia senza limiti.

Grande, in proposito, è la responsabilità dell’ambiente familiare e di quello scolastico, nei quali non basta aumentare i divieti se mancano azioni di cura educativa che osservano la “grammatica” del prevenire e la “sintassi” del premunire. Serve, dunque, una stretta alleanza tra la famiglia e la scuola, sempre più indebolita dal fatto che i genitori corrono il rischio di misurare la loro “riuscita” da quella dei figli: questa elevata aspettativa mina la serenità in casa e compromette la serietà nei rapporti con i docenti. Se i genitori non devono accreditarsi come “avvocati difensori” dei figli, gli insegnanti non possono qualificarsi come “compagni di gioco” ma come “allenatori” e “arbitri” degli alunni loro affidati.

“Oltre alla scuola e alla famiglia – osserva Vanna Iori – c’è poi il mondo informatico. Non possiamo certo ignorare l’importanza di educare ad un uso corretto, nei modi e nei tempi, degli strumenti della rete, affinché il web non si insinui nei vissuti e la realtà virtuale non condizioni la vita reale, sospingendo i giovani verso una dipendenza che allontana dalle relazioni autentiche”. L’utilizzo indiscriminato dei social, senza una preventiva maturità umana, minaccia una crescente e diffusa difficoltà a costruire legami interpersonali, che rende necessario – a giudizio di Marco Impagliazzo – “un coprifuoco digitale: questo potrebbe essere un passo nella giusta direzione, ma anche gli adulti devono disintossicarsi, dando l’esempio”.

Tra gli altri ambiti importanti sul versante educativo vi è lo sport, a condizione che non diventi un alibi per disertare la parrocchia. Nella lettera La vita in abbondanza – scritta dal Santo Padre in occasione dei XXV Giochi olimpici invernali –, si legge che lo sport, allenando a fare squadra, “educa a un rapporto sereno con il limite e con la norma. Il limite è una soglia da abitare: è ciò che rende significativo lo sforzo, intelligibile il progresso, riconoscibile il merito. La norma è la grammatica condivisa che rende possibile il gioco stesso (…). Accettare i limiti del proprio corpo, del tempo, della fatica, e rispettare le regole comuni significa riconoscere che la riuscita nasce dalla disciplina, dalla perseveranza e dalla lealtà. In questo senso, lo sport offre una lezione decisiva anche oltre il campo di gara: insegna che si può aspirare al massimo senza negare la propria fragilità, che si può vincere senza umiliare, che si può perdere senza essere sconfitti”.

Fratelli e sorelle carissimi, riconoscere che esistono delle responsabilità che toccano da vicino gli adulti è il primo passo di un sicuro investimento educativo, finalizzato ad aiutare i giovani, smarriti nel “tempio” del mondo virtuale, a comprendere i rischi e le opportunità dell’era digitale. La figura di San Giuseppe, che ha visto crescere Gesù “in sapienza, età e grazia” (cf. Lc 2,52), ci sprona a essere autorevoli, cioè credibili ed esemplari, nell’arte di accompagnare. “In lui riconosciamo – afferma il Santo Padre – che accogliere, oltre che presenza, è anche custodia. Custodire significa stare accanto all’altro con attenzione, rispettarne le scelte e prendersene cura. Giuseppe testimonia che presenza e custodia sono dimensioni inseparabili: non si custodisce senza esserci, e non si è presenti senza assumersi la responsabilità dell’altro”.

Fonte: Diocesi di Orvieto-Todi

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SOLENNITÀ DI SAN GIUSEPPE

Il blog rivolge i migliori auguri a quanti portano il nome di Giuseppe e quanti, in questa giornata, festeggiano con amore e devozione il nostro caro santo patriarca!




San Giuseppe, padre adottivo di Gesù e sposo di Maria, è una figura centrale nella tradizione cristiana, per il ruolo nell’economia della salvezza e come modello di virtù. Sebbene si sappia poco di lui dalle fonti bibliche, la sua figura emerge principalmente nei Vangeli di Matteo e Luca.

Originario di Betlemme, Giuseppe era un falegname che viveva e lavorava a Nazareth. Viene descritto nel Vangelo di Matteo come “il Giusto”, un uomo che discendeva dalla famiglia di re Davide. Quando Maria, sua sposa, si trovò incinta per opera dello Spirito Santo, Giuseppe, uomo giusto, decise inizialmente di lasciarla in segreto per non esporla al disonore. Tuttavia, un angelo gli apparve in sogno, esortandolo a prendere Maria come sua moglie e ad accogliere il Bambino che sarebbe nato da lei, poiché il figlio era frutto dello Spirito Santo. Giuseppe obbedì e sposò Maria, prendendo in custodia il Bambino Gesù.

Dopo la nascita di Gesù, Giuseppe agì come padre adottivo, proteggendo la Sacra Famiglia dalla furia di re Erode, che cercava di uccidere il neonato. Giuseppe fuggì con Maria e Gesù in Egitto, dove rimasero fino alla morte di Erode. La sua ultima menzione nei Vangeli avviene quando Gesù, adolescente, rimane nel Tempio di Gerusalemme, suscitando preoccupazione in lui e in Maria.

Giuseppe è noto anche per la sua umiltà, la sua laboriosità e la sua dolcezza. La tradizione lo considera un lavoratore instancabile e devoto, capace di una profonda fede e obbedienza a Dio. Si ritiene che Giuseppe sia morto prima dell'inizio del ministero pubblico di Gesù, ma che sia stato al fianco di Maria e Gesù nei momenti finali della sua vita, rendendolo il patrono invocato per un'assistenza divina nell'ora della morte.

San Giuseppe viene celebrato il 19 marzo, una festa istituita da Gregorio XV nel 1621, anche se le prime celebrazioni di marzo in suo onore risalgono all’anno 800. Il mese di marzo è dedicato a San Giuseppe, e i fedeli sono invitati a riflettere sulle sue virtù. Nel 1870, Pio IX lo proclamò Patrono della Chiesa universale. Nel 1889, Leone XIII lo dichiarò Patrono dei padri di famiglia e dei lavoratori, e nel 1955, Pio XII istituì la festa di San Giuseppe Artigiano il 1° maggio, mettendo in risalto la figura di Giuseppe come patrono dei lavoratori.

Il 1° maggio 2013, la Congregazione per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti, in virtù delle facoltà concesse da Papa Francesco ha decretato che il nome di San Giuseppe, Sposo della Beata Vergine Maria, “sia d’ora in avanti aggiunto nelle Preghiere eucaristiche II, III e IV della terza edizione tipica del Messale Romano, apposto dopo il nome della Beata Vergine Maria”.


FONTE: Stato Città del Vaticano

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