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NELLA BOTTEGA DI SAN GIUSEPPE (di don Giulio Gallerani) - prima parte

INTRODUZIONE 

PADRE SPIRITUALE DI GESU’ E NOSTRO 


San Giuseppe, riconosciuto dalla Chiesa suo protettore e patrono, accompagna la nostra vita spirituale allo stesso modo in cui accompagnò, difese ed amò teneramente Gesù che cresceva e stava diventando adulto. Lo scopo di questo piccolo libretto è porre l’attenzione sull’aspetto “comune” ed “ordinario” del rapporto fra Gesù e Giuseppe: Giuseppe ci insegna ad essere uomini, donne, famiglie, consacrati, nella semplicità, e a santificarci nella vita quotidiana, fatta di gioie e dolori, di lavoro in una bottega come tante. 

Giuseppe uno di noi, più grande di noi per il suo amore e obbedienza, per la sua fedeltà ai doveri quotidiani: padre di famiglia, marito, lavoratore che si guadagna da vivere con il sudore delle sue  mani. Concretamente. Amare San Giuseppe significa imitarlo e scoprire quello che Dio ci ha voluto far conoscere di lui, tramite i Vangeli, i suoi silenzi, il suo esempio, il suo riflesso in Gesù: frequentando Giuseppe, impareremo ad amare Gesù. Impareremo ad essere veramente cristiani in rapporto a Dio e in rapporto agli altri, santificando noi stessi e il mondo intero! 

San Giuseppe, che fu la guida spirituale di Gesù per trent’anni (su trentatrè), sarà padre spirituale delle nostre anime per nove giorni, corrispondenti ai nove giorni della Novena di San Giuseppe (dal 10 al 18 marzo), che a loro volta corrispondono ai nove capitoli centrali di questo libretto…e per tutta la nostra vita, se vorremo amarlo e imitarlo! 

Gli insegnamenti, le piccole perle da custodire nel nostro cuore, sono sempre tratte dalla Liturgia e dalle omelie delle letture del giorno: San Giuseppe, modello di sacerdote, illumina i nostri passi sempre ubbidendo alla Parola che la Chiesa ci dona!



LA BOTTEGA: 
dove e quando si può imparare tutto,  come fece Gesù...

Il luogo che Gesù ha più amato su questa terra è il luogo che maggiormente ha frequentato: la bottega di falegname di Giuseppe, dove Gesù ha trascorso almeno vent’anni della sua vita, per almeno una decina di ore al giorno. Lì ha imparato tutto. Giuseppe gli ha insegnato non solo un mestiere, ma anche a diventare uomo.  
Il dipinto “Gesù nella bottega di San Giuseppe” di Gherardo delle Notti (vero nome: Gerrit van Honthorst) è una celebre opera caravaggesca, realizzata nel 1620, attualmente visitabile all’Hermitage di San Pietroburgo. La scena vuole rappresentare Giuseppe e Gesù nella bottega (con i loro due angeli custodi sulla destra, in penombra): San Giuseppe è un papà un po’ anziano ed indaffarato, raffigurato con i capelli e la barba grigia, mentre Gesù è un bambino dai capelli scuri che ricadono in riccioli morbidi sul collo, vestito con una tunica rossa. È tardi, sono ancora in bottega, per cui la scena è tutta immersa nell’oscurità, e l’unica fonte luminosa è rappresentata da una candela: è Gesù a sorreggerla con la mano destra, per far luce al suo papà (“io sono la luce del mondo” cfr Gv 8,12). Tutta la scena ruota dunque intorno alla luce della candela, che indirizza il nostro occhio proprio sui volti di San Giuseppe e Gesù. È molto dolce, questa scena, perché Gesù non sta prestando attenzione al lavoro che sta compiendo Giuseppe…Ma guarda Giuseppe in viso, come se stesse contemplando la sua bellezza d’animo, con riconoscenza. Il cuore del dipinto è la contemplazione di Gesù, che guarda il suo papà mentre lavora, con infinito amore e riconoscenza. Cosa ci insegna, questo dipinto? Anche noi possiamo immaginarci “al lavoro” (per fare la volontà di Dio) con Gesù che sempre sta vicino a noi, ci contempla, ci ama, ci ringrazia per le nostre fatiche, benedice le nostre sofferenze nascoste. Nessuna azione, anche quella che ci sembra più insignificante, è esclusa dalla contemplazione e dall’attenzione del nostro Dio, se fatta per amore e con amore: se offriamo quindi tutte le nostre azioni quotidiane, il nostro lavoro, i nostri sforzi al Signore, Egli, come ha fatto con San Giuseppe, sarà la nostra luce e ci guiderà nel compiere la volontà del Padre.

FONTE: Il Timone

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SAN GIUSEPPE NELL'ARTE: UN DIPINTO DI GUIDO RENI

Il critico d'arte Luca Frigerio illustra il San Giuseppe con il Bambin Gesù,  capolavoro di Guido Reni.



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SAN GIUSEPPE NELL'ARTE: UN DIPINTO NEL MUSEO DEI CAPPUCCINI DI GENOVA

Scopriamo insieme il dipinto che ritrae la Sacra Famiglia con San Giuseppe al lavoro conservato presso il Museo dei Cappuccini di Genova.




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SAN GIUSEPPE NELL'ARTE: "BOTTEGA DI SAN GIUSEPPE"

La studiosa Arianna De Simone illustra il dipinto "Bottega di San Giuseppe" conservato nel Museo Diocesano di Torino.




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SAN GIUSEPPE NELL'ARTE

 Lo storico dell'arte Alessandro Giovanardi ci parla di san Giuseppe nell'arte.




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SAN GIUSEPPE NELL'ARTE: UN DIPINTO DI GEORGE DE LA TOUR


 Il prof. Simone Biazzi ci parla di paternità a partire dal dipinto di San Giuseppe falegname di George de La Tour.


 

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SAN GIUSEPPE NELL'ARTE: DIPINGERE UN'ICONA DI SAN GIUSEPPE

In questo video (registrato per il meeting di amicizia fra iconografi serbi e italiani, Belgrado 2014) l'iconografa Mara Zanette ci parla di come dipingere un'icona di san Giuseppe.

 


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VITA QUOTIDIANA DI UN BUON FALEGNAME (E OTTIMO PAPÀ)

(Stefania Colafranceschi, in L'Osservatore Romano, 1 maggio 2008)

I Vangeli non fanno riferimento all'attività di Giuseppe:  se ne parla solo in occasione della discussione sulla provenienza del Cristo:  "Non è costui il falegname, il figlio di Maria ?".


La "Sacra Famiglia" di Giuseppe Clovio

Il termine usato dagli evangelisti - tèkton - tradotto con "falegname", può assumere il significato di "carpentiere" e "fabbro". L'apologista Giustino nel Dialogo con l'ebreo Trifone, composto intorno al 155, riferisce che Gesù faceva aratri di legno e gioghi. E nell'apocrifo dello Pseudo-Matteo e nella Storia di Giuseppe falegname si dice espressamente che Giuseppe "era ben istruito nella saggezza e nell'arte della falegnameria". L'iconografia trasmette sporadicamente questo aspetto di san Giuseppe faber lignarius:  si segnalano due miniature del dodicesimo e tredicesimo secolo relative alla scena del ritorno  di Giuseppe dai cantieri, in cui si evidenzia l'uso di strumenti da lavoro: nella prima una sega e nell'altra un'ascia.

Queste figurazioni, attribuite a maestranze del nord-Italia, non erano frutto del caso; una corrente dottrinale, infatti, ha inteso vedere nel santo che lavora per fabbricare oggetti utili, l'immagine del Padre celeste, artefice di tutte le cose, o anche lo Spirito santo, santificatore.

E Massimo il confessore (+ 662): "Esercitava il mestiere di carpentiere, esperto nell'arte più di tutti gli altri carpentieri:  infatti doveva essere al servizio del vero architetto, il creatore e carpentiere di tutte le creature". Si trattava, in definitiva, di un discorso esegetico che presentava in chiave simbologica - tipo/anti-tipo - il personaggio e il suo mestiere, ponendolo in stretta relazione con la divinità e la sua opera salvifica:  Adamo-Eva = Giuseppe-Maria = Cristo-Chiesa; Dio artefice del creato = Giuseppe artigiano di manufatti.

Sul piano testuale, le fonti d'ispirazione nel medioevo furono principalmente due:  la Legenda Aurea del domenicano Jacopo da Varazze, enciclopedica raccolta di vite dei santi a uso dei predicatori, a cui attinsero ampiamente anche gli artisti, e le Meditationes dello Pseudo-Bonaventura, opera mistica di ambito francescano, in cui nel capitolo sulla permanenza in Egitto si legge: "Trovano una casetta e vi restano per sette anni(...) Ho letto da qualche parte che la Signora procurava il necessario alla vita per sé e per suo figlio tessendo e cucendo(...) In più, c'era quel santo vecchietto di Giuseppe che, come falegname, si dava da fare".

Nell'arte paleocristiana, la figura di san Giuseppe venne rappresentata con intenti narrativi e didascalici, quale elemento provvidenziale della Redenzione. E per connotarlo visivamente, una sega al suo fianco, come vediamo ad esempio nell'Evangeliario di Milano, del quinto secolo; una figurazione affine compare nel riquadro di seta sargia, appartenente al tesoro del Sancta Sanctorum al Laterano in Roma, risalente al sesto secolo. Si andava affermando la rappresentazione del faber lignarius, "un tipo carico di realismo, e perciò coerente con lo spirito della società occidentale:  la quale, come ad esempio preferì vedere il martire non nella ieratica trascendenza dell'arte orientale, ma nella realtà della sua sofferenza e conseguentemente lo raffigurò con gli strumenti della sua passione, allo stesso modo volle vedere Giuseppe in una dimensione tutta umana:  uomo dunque tra gli uomini, non diverso dagli altri solo perché eletto a rendere testimonianza del grande avvenimento dell'incarnazione".

Nel medioevo, con la fioritura delle sacre rappresentazioni, spettacolo di piazza edificante, Giuseppe presenta i tratti del padre operoso e accogliente:  sistema la paglia, giaciglio di fortuna nella povera stalla, dove il Bambino giace come ostia di splendente candore, nell'oscurità della grotta. E porta fascine, accoglie i pastori offerenti, esprimendosi nel linguaggio umano dei sentimenti.

Il rinascimento, poi, vede affermarsi nuove figurazioni, ispirate alle Rivelazioni di santa Brigida:  Giuseppe va in cerca di un lume, di fuoco, di cibo. La sua immagine si arricchisce di aspetti, gesti e motivi, tratti dalla quotidianità, assumendo sempre più un profilo realistico e attualizzato.

Mentre fino al rinascimento Giuseppe veniva raffigurato all'interno del ciclo dell'infanzia, e mai isolatamente, l'affermarsi del culto, nel corso del quindicesimo secolo, determinò tipologie innovative che ne accentuavano il ruolo di padre putativo, educatore, intercessore e patrono. Ciò si deve, innanzitutto, all'azione degli ordini mendicanti, promotori di una pietà più vicina alla sensibilità dei fedeli:  in Italia san Bernardino da Feltre e san Bernardino da Siena contribuirono alla diffusione del culto, sollecitandone la raffigurazione in sembianze di età matura, e non senile come d'uso; il prestigioso teologo francese Giovanni Gerson ne promosse la devozione, da esprimersi concretamente nella festa dello Sposalizio di Maria e Giuseppe.

L'introduzione ufficiale del culto è legata alla figura di Sisto IV (1471-1484):  il testo non ci è pervenuto, ma la sua promulgazione è sicura, poiché il Breviario romano, pubblicato a Venezia nel 1479, offre per la prima volta, al 19 marzo, la festa del santo.

Gregorio XV, nel 1621, ne decretò la festa, tra quelle comandate; a partire da questa data, si registra un impulso particolare della produzione artistica, dovuto soprattutto alla committenza di gruppi laicali, confraternite, compagnie d'arti e mestieri, istituti religiosi, che ne invocavano il patrocinio, e vollero dotarsi di opere d'arte rappresentative. È di questo periodo una molteplicità di realizzazioni:  cicli pittorici, pale d'altare destinate alla decorazione di omonime cappelle, statue, incisioni, reliquiari, medaglie.

Per quanto riguarda, specificamente, l'attività artigianale, la prima scena di lavoro che vede Giuseppe intento al banco di falegname, è quella riferita al miracolo dell'asse allungata, di derivazione apocrifa. Si narra come il falegname, trovandosi alle prese con un'asse dalla lunghezza non corrispondente a quanto ordinatogli, trovasse aiuto nel bambino Gesù, che prodigiosamente intervenne dicendogli di tirare insieme l'asse, allungata come occorreva:  la scena è narrata nell'Evangelica Historia, opera trecentesca di ambito lombardo:  "Quando Gesù aveva otto anni, Giuseppe faceva il falegname e lavorava col legno. Un giorno un uomo ricco lo pregò dicendo:  signor Giuseppe, vi prego che mi facciate un letto ottimo e bello, e gli fornì il legno per l'opera. Giuseppe preso il legno cominciò a misurarlo:  non andava bene però per fare quel mobile, perché l'aveva tagliato (male). Si angustiava Giuseppe, perché non riusciva a fare come voleva. Il fanciullo Gesù vedendo Giuseppe rattristarsi, gli disse:  non angustiarti, ma prendi il legno da un capo e io lo prenderò dall'altro, e lo tirerò quanto possiamo. Fatto questo, Giuseppe si accinse di nuovo a misurare il legno e lo trovò ottimo per quel lavoro. Visto quello che aveva fatto Gesù, Giuseppe lo abbracciò dicendo:  "Sono felice che Dio mi ha dato un tale fanciullo"". L'episodio venne a lungo tramandato, divenendo parte integrante della tradizione orale.

Ma la scena di lavoro più largamente rappresentata, fu la Sacra Famiglia nella bottega, i cui primi esemplari si ebbero all'inizio del sedicesimo secolo - Albrecht Durer (1471-1528), Luca Cambiaso (1527-1585), Federico Barocci (1535-1612), Bartolomeo Schedoni (1578ca-1615). Questa iconografia intendeva descrivere la vita quotidiana a Nazaret, secondo il gusto per il naturalismo e lo stile descrittivo invalso nell'arte sacra.

Lo schema figurativo presenta Maria, intenta a cucire o filare, Giuseppe falegname al suo banco da lavoro, alle prese con l'accetta, la sega, o la pialla, contornato dagli attrezzi e dalle travi - generalmente tre - e Gesù operoso, impegnato nell'apprendistato, o nelle piccole incombenze domestiche.

Nel periodo della riforma cattolica si dedicò particolare attenzione alle immagini, quale tramite per richiamare ideali di operosità; e soprattutto con l'istituzione della festa liturgica nel 1621, il tipo iconografico del santo falegname conobbe una speciale fioritura, e venne arricchito di elementi simbologici, funzionali agli intenti catechetici di cui l'arte doveva farsi interprete. All'interno del contesto narrativo della Sacra Famiglia, intessuto di aspetti leggendari e dottrinali, troveranno spazio elementi che esplicitano il presagio della Passione, innanzitutto nel motivo iconografico della croce, presente in modo figurato o in via di realizzazione; inoltre, il tema è richiamato dagli strumenti da lavoro, che alludono significativamente agli strumenti della Passione, e ancora, è rievocato dai simboli eucaristici.

Gli strumenti, la croce, i simboli, richiamano così alla mente dell'osservatore non solo il mestiere compiuto dal padre e dal figlio, ma soprattutto il progetto salvifico che quegli strumenti avrebbero portato a compimento. Assumevano, dunque, una valenza simbolica archetipica, tale da potersi riproporre in altre scene del ciclo santorale, al di fuori del proprio contesto narrativo:  figurano infatti nelle scene del Sogno, come si vede nella maiolica settecentesca di Monticchio - sita nel chiostro del monastero del Santissimo Rosario di Monticchio a Massa Lubrense (Napoli) - o nella Natività della Chiesa di san Francesco a Camerano (Ancona), o in varie raffigurazioni del Transito.

L'iconografia della Sacra Famiglia nella bottega del falegname, dunque, si fa portatrice di temi e motivi profondi e significativi, a partire dal diciassettesimo secolo, improntando figurazioni nuove, pur attingendo al repertorio iconografico tradizionale. La spiritualità della riforma cattolica portò infatti all'innovazione dei moduli consueti, e altri ne determinò. Questo il processo riscontrabile nelle seguenti figurazioni.

In primo luogo si propone la raffigurazione dell'Oratorio del Binengo di Sergnano (Cremona):  opera di fattura popolaresca, dall'impianto figurativo essenziale, mostra un originale motivo iconografico sullo sfondo, una torre, simbolo mariologico, da cui provengono gli angeli recanti le travi. Mentre Giuseppe pialla, Maria cuce, e Gesù adolescente spazza; si legge, nella Mistica Città di Dio di suor Maria de Agreda (1717), come nella vita familiare Maria e Gesù riordinano e riassettano l'ambiente di lavoro .

Più ricercata l'impostazione della Sacra Famiglia attribuita a Giulio Clovio (1498-1598), pergamena dipinta della Fondazione Querini-Stampalia (Venezia):  un fitto pergolato sovrasta la scena, in cui campeggia il Bambino, in candida veste, che trattiene un fiore allusivo alla futura Passione. Giuseppe lavora al bancone, mentre gli angeli dispongono il legno, in piccoli pezzi. Nel cesto di Maria, la veste azzurra che richiama la divinità, la natura divina che Cristo assumerà.

Vari dettagli simbologici richiamano la nostra attenzione: i legni tra le mani dell'angelo chinato, dall'apparenza di canne spezzate, sono tre, come tre quelli nel cesto, di cui uno, ricurvo, descrive una croce sovrapponendosi all'ultimo legnetto. La canna raffigurata, sembra richiamare il momento delle battiture inflitte al Cristo nel Pretorio, così come l'uva del pergolato richiama il sangue versato per la Redenzione degli uomini. Ancora, i tre vasi di fiori si differenziano per il loro contenuto:  quello accanto a Giuseppe è spoglio, mentre quello più prossimo al Bambino è fiorito e rigoglioso; in lontananza, il giardino circoscritto da mura rievoca il tema dell'Hortus Conclusus.

Ancora più esplicito il riferimento eucaristico nella Sacra Famiglia di Jan Soens (1547ca-1610-11), in cui campeggia una vite avviluppata al tronco centrale, il cui frutto maturo viene offerto da un angelo che si fa incontro all'osservatore; il Bambino prende per mano Giuseppe, per volgerlo verso Maria intenta a cucire la veste della Passione.

Una linea ideale congiunge il volto di Maria, lungo l'asse visivo della tettoia di paglia, alla figurazione dell'uccellino, che simbolizza il paradiso. E un'altra linea ideale sembra riconnettere lo sguardo della madre, dapprima al figlio, e successivamente alla mano operosa del falegname.

Il gioco di sguardi è emblematico nella seicentesca Sacra Famiglia del Maestro di Serrone, oggi nel museo diocesano di Foligno, in cui il Bambino, dall'espressione intensa, sta annodando due legnetti, in foggia di croce, con un filo proveniente dal gomitolo nel cesto, significativamente posato su un libro di piccole dimensioni, che allude alla Scrittura. E accanto, il drappo azzurro che simbolizza il divino.

Caratteristica la Sacra Famiglia di Cesare Mariani (1828-1901) - nella chiesa romana di san Giuseppe dei Falegnami - in cui la croce domina la scena, efficace richiamo visivo, insieme alla veste rossa di Gesù, che richiama la Passione.

 Di particolare valore simbologico, l'opera del pistoiese Giuseppe Catani Chiti, che partecipò al concorso nazionale di Torino per una Sacra Famiglia, nel 1898. Il trittico in cui è inserita la rappresentazione, denota il gusto per la tradizione pittorica senese; il fulcro della composizione risiede nella particolarità del giogo sulle spalle di Gesù, iconografia di ispirazione francescana, presente nella vela dell'obbedienza nella basilica inferiore ad Assisi. L'iscrizione evangelica che appare sul giogo iugum meum suave est, richiama la mite sottomissione del Cristo, quale figlio nella Sacra Famiglia, e con accentuato simbolismo allude all'obbedienza evangelica; Giuseppe trattiene tra le mani una parte dell'aratro in costruzione, di cui l'elemento in primo piano è una componente. Molti i dettagli rivelatori di una profonda cultura scritturistica e simbologica:  le lumeggiature radiali, l'arcobaleno, il colorismo delle figurazioni.

Il pittore contemporaneo Rodolfo Romano ha realizzato nel 1990 La Famiglia di Nazaret. Qui Giuseppe è il protagonista di primo piano, lavora una croce, dinanzi a una tavola su cui si nota una brocca, del pane, e frutti simbologici:  una mela e dell'uva.

La stella davidica, distinguibile nella decorazione a parete, richiama la stirpe; il fuoco manifesta lo Spirito. Sul pavimento, la luce della finestra proietta un'ombra a forma di croce; è segno dell'estremo abbassamento. L'insieme dei temi e motivi che l'iconografia ha espresso, riguardo la figura di Giuseppe artigiano, si rispecchiò infine nelle immaginette sacre, in un processo di continuità che attesta, al di là dei limiti spazio-temporali, la persistenza di moduli figurativi di molto anteriori, e la cui lettura, e decifrazione, apre la via a cognizioni di sorprendente valenza culturale. Un santino, particolarmente rappresentativo della tipologia in esame, illustra la Sacra Famiglia nella bottega; qui anche Gesù ha l'abito da lavoro, conformandosi a Giuseppe, che presenta - specie a partire dall'istituzione della festa di Giuseppe patrono del lavoratori, decretata da Papa Leone XIII nel 1889 - l'abito da operaio, non più il saio o l'abito confraternale, di cui era precedentemente rivestito.


FONTE: http://www.antropologiaartesacra.it/STEFANIA_COLAFRANCESCHI_OsservatoreRomano_1maggio2008_SanGiuseppeOttimoPap%C3%A0.htm 

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"IL CIELO SULLA TERRA" NEL DRAMMA UMANO (Andrea Fagioli)

Tra i vari san Giuseppe apparsi sullo schermo, ce n'è uno che rischia addirittura la vita in un incendio. È quello immaginato dal regista Franco Rossi, con gli sceneggiatori Vittorio Bonicelli e Francesco Scardamaglia, nel film per la tv del 1987 Un Bambino di nome Gesù, ispirato in gran parte ai Vangeli apocrifi e tra- smesso da Canale 5.
Sette anni dopo la fuga in Egitto, quando con Maria e il piccolo figlio sta per tornare in Palestina, Giuseppe resta gravemente ustionato nel tentativo di domare le fiamme dolose che avvolgono il cantiere dove aveva trovato lavoro. Nel frattempo Maria e Gesù sono costretti a fuggire perché inseguiti da un sicario di Erode. Solo alla fine ci sarà l'agognato ricongiungimento e l'arrivo a Nazareth nella notte più lunga dell'anno, quella in cui i pastori accendono tanti fuochi che sparsi nel buio sembrano come le stelle. «Guardate dice il piccolo Gesù al padre e alla madre quando arrivano in vista del villaggio: un cielo sopra e un cielo sotto». «Sembra proprio che il cielo sia sceso sulla terra», commenta Giuseppe chiudendo con questa battuta un film in cui è rappresentato nei panni del semplice padre di famiglia, che si prende cura dell'amata sposa e del figlio di sette anni con il quale è spesso in combutta nonostante che la madre richiami il marito ai suoi doveri di autorità paterna.
Ma la cosa più curiosa è che a interpretare Gesù da adulto, che ogni tanto compare come una sorta di prefigurazione, è un giovane Alessandro Gassmann, che una ventina di anni dopo, nel 2006, interpreterà proprio san Giuseppe in un altro film per la tv, sempre su Canale 5, La Sacra Fa- miglia, con la regia di Raffaele Mertes e la sceneggiatura di Massimo De Rita, Maria Grazia Saccà e Luigi Spagnol. In quel caso Giuseppe è un vedovo che sposa Maria dopo un precedente matrimonio dal quale sono nati ben sei figli, quattro maschi e due femmine. Ancora una volta sono gli apocrifi la fonte di ispirazione. Insomma, l'ennesima conferma, se mai ce ne fosse bisogno, che la figura del padre putativo di Gesù è stata raccontata dal cinema e dalla tv con estrema libertà, con ipotesi più o meno credibili, ma sempre suggestionate dal fascino di quest'uomo del quale, come ricordato più volte, si sa molto poco. 

Ci sono addirittura dei film in cui non compare nemmeno, se ne percepisce soltanto la presenza misteriosa. Ma al termine di questa nostra carrellata in tre puntate sulla figura di Giuseppe nel cinema e in tv, sicuramente incompleta, merita segnalare un film, che forse in molti non ricordano, che propone un'immagine interessante e originale della Sacra Famiglia. Si tratta di Cammina cammina di Ermanno Olmi, pellicola del 1983 girata nei dintorni di Volterra con attori non professionisti. Quell'immagine di Giuseppe, Maria e il Bambino, a giudizio del gesuita Virgilio Fantuzzi (Cinema sacro e profano, Edizioni «La civiltà cattolica»), sono la «più bella e convincente rappresentazione del presepio tra tutte quelle (e non sono poche) che il cinema ci ha dato finora». È difficile, a giudizio di Fantuzzi, 
«descrivere a parole il tono assorto col quale nella pellicola è rappresentato il mistero umano della nascita del Figlio di Dio. Il trasalimento di Giuseppe. Le parole con le quali cerca di tranquillizzare la sua sposa: - "Non aver timore! Vogliono solo vedere il bambino"». È un Giuseppe, quello di Olmi, «umile e fiero», a detta di un altro gesuita studioso di cinema, padre Nazareno Taddei. Un Giuseppe - «ancestrale», con un forte senso - della riconoscenza tanto da contraccambiare con tre pani i - doni dei Magi. 
Alla fine questa immagine di uomo semplice e povero, ma ricco di fede in Dio e di amore per la famiglia, è quella che più si addice a un santo così amato.

FONTE: La Santa Crociata in onore di San Giuseppe, settembre 2020, pp. 12-13.

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STORIE LUMINOSE DEL PATRIARCA - Seconda parte

 (Lorenzo Cappelletti, La Santa Crociata in onore di San Giuseppe, febbraio 2022, p. 25-26


La seconda vetrata raffigurante san Giuseppe in figura stante (cm 220x130), senza più alcun bastone fiorito, è quella sovrastante la piccola cappella all'inizio della navata sinistra della Basilica che ne accoglie la statua. Pur non essendo datata, in base allo stile si potrebbe assegnare agli anni Sessanta/Settanta del secolo scorso; e potrebbe essere opera della stessa Bottega Giuliani, dove continuavano a operare le figlie di Giulio Cesare, Maria Letizia e Laura Giuliani.
Si tratta di opera che ha alcuni tratti compositivi e iconografici simili all'altra, che sicuramente è stata tenuta presente tanto nei colori del manto (dorato) e della veste (purpurea) di san Giuseppe, (volutamente più poveri di quelli indossati dal santo nella vetrata più antica), quanto nell'arcuata cornice floreale dove campeggiano dei gigli. San Giuseppe, però, qui sfonda il contorno della cornice, sovrastando in figura gigantesca la cupola di S. Pietro (simbolo della Chiesa che egli protegge), e non è presentato, ma invocato attraverso nove delle litanie a lui dedicate; innanzitutto quella, scritta su un cartiglio retto da due angeli inginocchiati ai suoi piedi: Sancte Joseph protector S[anctate] Ecclasiae o[ra] pro n[obis]; e poi, altre, scritte in cartigli intrecciati coi gigli della cornice: Custos virginum (Custode dei vergini); Exemplar opificum (Modello dei lavoratori); Amator paupertatis (Amante della povertà); Speculum patientiae (Specchio di pazienza); Familiarum columen (Sostegno delle famiglie); Solatium miserorum (Consolazione dei miseri); Spes aegrotantium (Speranza dei malati); Patrone morientium (Patrono dei morenti).
Questa seconda vetrata perorante l'intercessione di san Giuseppe, a cui il Santo risponde con un gesto di generosa elargizione, vuole essere più scarna e angolosa dell'altra; e lo è, oltre che per lo stile, grazie anche a uno schema compositivo basato sul numero tre. Tre sono infatti gli angeli, tre e di tre diversi colori le cornici concentriche del nimbo, nove i cartigli delle litanie. Diversa iconografia e diversa sensibilità artistica.

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STORIE LUMINOSE DEL PATRIARCA - Prima parte

   (Lorenzo Cappelletti, La Santa Crociata in onore di San Giuseppe, febbraio 2022, p. 24-25


Si può ben dire che le vetrate presenti nella Basilica di San Giuseppe al Trionfale non solo ne caratterizzano l'estetica, ma offrono pure, lungo le due navate minori, un'interessante presentazione della figura di san Giuseppe. 
Cominciamo la rassegna con due rappresentazioni di san Giuseppe in figura stante, che non illustrano propriamente episodi della sua vita, ma costituiscono una sintetica presentazione e invocazione della sua santità. Si può dire che queste due vetrate aprono e chiudono tanto cronologicamente che spazialmente la rassegna.
La prima (cm 454x177), che attualmente si trova in sacrestia ma che probabilmente stava in origine sulla parete absidale della Basilica, è la più antica di tutte le vetrate giuseppine. Ha un vago sapore liberty.
Fu realizzata nel 1927 dalla Bottega d'arte vetrata Giuliani e offerta in memoria di Gerardo e Doralice Lucarelli dalla loro sorella Egle (nel 1967, dopo il trasferimento dalla prima collocazione, è stata restaurata a cura dei figli di costei). Presenta san Giuseppe come Ecclesiae Patronus. Tale titolo campeggia ai piedi del Santo su una specie di basamento.
La figura di san Giuseppe, infatti, è immaginata quasi come una statua policroma all'interno di una nicchia dotata di abside e cornice floreale, dove fra i gigli compaiono, entro tondi, 8 busti di angeli.
Al di sopra del finto basamento, san Giuseppe, con sandali ai piedi e uno strano bastone fiorito in mano, sembra poggiare a tutta prima su marroni zolle di terra. In realtà si tratta di nubi, che prendono in alto le fattezze di altri 8 angeli in una caratteristica coincidenza del cielo fisico con quello spirituale, come spesso si vede nell'arte rinascimentale (in Raffaello, ad esempio). La santità di Giuseppe non è segnalata soltanto dal cielo che lo circonda, ma anche dal biancore del nimbo e della "mandorla" che lo avvolgono (anzi, lo strano colore del cielo – una "terra di Siena bruciata" – serve proprio a far risaltare tale biancore), nonché da vesti regali: manto dorato, recante una significativa decorazione a croci, e purpurea veste gemmata.
L'elemento iconografico più interessante è il bastone fiorito. Ebbene, questo emblema, che spesso caratterizza san Giuseppe (lo si ritrova, per esempio, ampiamente nei celebri affreschi di Giotto della Cappella degli Scrovegni a Padova), proviene dai racconti dei Vangeli apocrifi, che rispetto ai quattro Vangeli canonici parlano molto più ampiamente, ma che favolosamente, di Giuseppe.
Come Aronne nel libro dei Numeri (17,16-26), lì si racconta che Giuseppe sarebbe stato indicato come il prescelto da Dio proprio grazie alla prodigiosa fioritura del suo bastone. A dire che Giuseppe non è un legno secco, incapace di germogliare, ma al contrario è proprio quel discendente del padre di David, Iesse, attraverso cui si realizza la promessa profetica di Isaia 11,1: «Un germoglio spunterà dal tronco di Iesse, un virgulto germoglierà dalle sue radici».
Se il racconto dei Vangeli apocrifi ha tratti favolosi, la realtà che sottintende è conforme alla fede della Chiesa e così il simbolo del bastone fiorito, oltreché ad Aronne, fu assegnato tradizionalmente a san Giuseppe. 
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GIUSEPPE NEL VANGELO DELLA NASCITA (don Ivano Colombo) - Quinta parte

SI VOLEVA METTERE IN DISPARTE 

La scoperta della condizione di Maria, rimasta incinta senza il suo concorso, non lo porta al turbamento, allo sconforto, alla rabbia.
Proprio perché si comporta da “giusto”, e di conseguenza da uomo che sa leggere il disegno di Dio, decide di mettersi in disparte, per lasciare libero corso al disegno divino.
È l’uomo che non cerca mai di farsi notare e neppure di voler occupare la scena: anche quando è necessaria la sua presenza, come nei giorni del Natale, egli è presente, ben sapendo che lo sguardo è tutto rapito dalla luminosità che irradia dal Bambino appena nato.
Nella iconografia tradizionale Giuseppe è presente nel luogo di riparo che egli ha trovato per la moglie nelle ore del suo parto; ma di fatto la centralità della scena è tutta riservata al Bambino deposto nella mangiatoia e alla Madre che ne adora la presenza. E anche quando compaiono i pastori che il Vangelo descrive accorsi dietro la sollecitazione angelica, Giuseppe sembra ancor di più nella sua solitudine e quasi in ombra, a dimostrazione del suo modo di intendere il suo compito in quella vicenda: esserci, e tuttavia con discrezione, con rispetto, con amabilità, con la preoccupazione di lasciar spazio al Bambino e alla Madre, con il desiderio di far convergere lo sguardo e l’ammirazione sull’evento, che è sempre più importante della sua persona.
E tuttavia la sua presenza ha pure in questa circostanza una specifica missione: Giuseppe deve richiamare l’attenzione e l’adorazione sul grande mistero che Dio ha compiuto facendo vedere nella carne tenera del Figlio la sua presenza… 
La sua collocazione deve favorire il richiamo all’evento, che è certamente la nascita del bambino, con la presenza accanto della madre sua, ma è anche quella dei pastori che ricevono l’annuncio del lieto evento: in effetti il Natale è dentro le parole dell’angelo che si rivolge ai pastori. Giuseppe deve servire a convogliare l’attenzione su ciò che è essenziale: il suo compito, davvero importante, è quello di richiamare l’attenzione sull’essenziale della scena.

L’immagine di Giuseppe che sembra appartato, come se non avesse nulla a che vedere e nulla da fare nella scena della natività, è quella che ci offre Giotto nel suo ciclo di Padova. In realtà la figura di Giuseppe appare davanti alla scena, in primo piano, come se l’artista lo volesse offrire all’immagine degli spettatori che devono confrontarsi con lui e in lui identificarsi.
E tuttavia, proprio perché appare davanti a tutto, egli è più che mai isolato, come se la scena che sta sopra, o immediatamente dietro, venisse da lui compresa nel suo “sogno”, obbligando noi che lo vediamo a considerare con i suoi occhi socchiusi il medesimo evento per leggervi la degnazione di Dio, adagiato in una mangiatoia, e la degnazione di Maria, adagiata in una stalla.
Così distesa e tutta chinata sul bambino avvolto in fasce, Maria occupa lo spazio centrale, attorno al quale come in un cerchio, si muovono le altre figure. Lei è così il punto di incontro fra cielo e terra, fra gli angeli volteggianti nel cielo notturno e gli uomini e le bestie che sono invece in piedi o seduti sulla terra, spoglia di ogni segno di vegetazione. La figura centrale di Giuseppe, in corrispondenza a quella dell’angelo soprastante la struttura lignea della capanna, è nella luminosità del suo abito, che lo raccoglie tutto, come una specie di fuoco di richiamo, perché il nostro sguardo si illumini e si concentri come il suo.
Posto di schiena rispetto all’evento che si svolge dietro di lui, sembra invitare noi a guardare ben oltre la sua figura: così egli appare riservato e nel contempo invitante ad alzare i nostri occhi per contemplare la scena e considerare il mistero, come lo considera lui. 

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GIUSEPPE NEL VANGELO DELLA NASCITA (don Ivano Colombo) - Quarta parte

L’UOMO GIUSTO 

Viene qualificato così. La sua giustizia non è naturalmente quella di un uomo che vive di legge, che si attiene alle leggi, che rispetta le prescrizioni stabilite, senza volerle assolutamente discutere. La sua giustizia è, piuttosto, rivelazione della sua piena corrispondenza a Dio, al suo agire, ai suoi progetti, alla sua parola fatta conoscere. È dunque la giustizia di chi legge in profondità e non si limita a considerare quello che vede, quello che sente d’istinto. 
La sua giustizia è, insomma, capacità di vedere nelle vicende umane il disegno divino e soprattutto l’intervento dello Spirito. Così la decisione che lui prende di licenziare Maria, di lasciarla libera, non è dettata dalle disposizioni di legge, ma dal suo leggere, anche se solo in maniera intuitiva, che in quella donna si stavano compiendo i disegni divini, per i quali egli poteva essere un intralcio, un incomodo, una presenza inadeguata.
Se avesse agito secondo la legge non avrebbe dovuto licenziarla in segreto, ma addirittura denunziarla con le estreme conseguenze del caso, che poteva comportare l’accusa di adulterio e la punizione estrema. 



In questo particolare della natività di Gesù secondo Arcabas, potremmo leggere questa visione della “giustizia” di Giuseppe, a partire da quel lume in corrispondenza del cuore, che illumina in profondità, come se egli volesse leggere interiormente l’evento che ora ha davanti agli occhi. Quella luce non serve a illuminare la grotta in cui avviene la nascita, anche perché la fonte della luce è Gesù stesso appena nato. Quel lume, che non irradia attorno, ma chiarisce la coscienza dell’uomo, suggerisce la profondità di fede con cui Giuseppe legge quell’evento che lo rischiara, lo riscalda, lo rianima, portando proprio nell’uomo la sola giustizia di cui l’uomo ha bisogno, quella di Dio. Sembra quasi che il corpo di Giuseppe perda le sue dimensioni e che la sua stessa fisionomia si trasformi, perché nel rosso intenso compaia il suo spirito e abbia il sopravvento la sua coscienza, con la quale egli intende assumere la missione che gli è stata affidata da Dio mediante l’annuncio dell’angelo. Così egli diventa l’angelo stesso di Dio, che esegue i suoi ordini, che dà il lieto annuncio, che soprattutto custodisce quella santa famiglia, per divenire il custode della famiglia stessa di Dio. Qui si può notare la posizione che ha Giuseppe nella scena: ha più spessore la sua ombra che si riflette dietro di lui, e che sembra l’ala protettiva per la moglie e il figlio che dormono beatamente nella povera stalla. Egli appare davvero il custode, senza risultare affatto ingombrante, e nello stesso tempo suggerisce anche agli spettatori di mettersi di fronte alla scena con la sua stessa discrezione, quasi a non disturbare il sonno. Il gesto di coprire il lume ha questa funzione, e nel contempo diventa l’invito a leggere l’evento come fa lui, a partire dalla sua interiorità e dal suo senso di giustizia, che gli suggerisce di considerare le cose a partire da quanto Dio dice e dispone. Così è colta la grandezza si Giuseppe in questo momento …

FONTE: Blog di don Ivano Colombo

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GIUSEPPE NEL VANGELO DELLA NASCITA (don Ivano Colombo) - Seconda parte

IL POSTO GIUSTO DI GIUSEPPE: ESSERE PADRE

Così Giuseppe risulta una figura marginale, spesso in ombra, non sufficientemente connotato, come se fosse ingombrante, perché si vuol sottolineare che lui, con quell’evento, non c’entra nulla. Ciò che gli evangelisti canonici (che sono di fatto Matteo e Luca) rilevano di lui, in questa circostanza, deve essere a servizio di quella visione di fede che non fa di Giuseppe colui che ha generato Gesù, senza per questo doverlo poi esautorare da una missione che è e rimane tutta sua. Se giustamente i vangeli nel raccontare l’evento, senza per questo volerne fare una dottrina, devono far trasparire che Gesù non proviene dal seme di Giuseppe, ma “dalla potenza dell’Altissimo”, non per questo la devozione comune e tradizionale che si sviluppa nel popolo credente, ritiene Giuseppe un personaggio “da scartare”.
Se qualche volta si ha come l’impressione che questa figura sia davvero secondaria e come tale sia da emarginare, o comunque non abbia tutta l’attenzione che merita, è giunto il momento di riconsiderarla per collocare nel suo giusto posto quest’uomo, che proprio in occasione del Natale di Cristo, svolge un compito non irrilevante e comunque a lui assegnato dalla stessa divina Provvidenza, sempre a partire dai testi evangelici.
Il testo più adatto a confermare il ruolo non secondario di Giuseppe in questo lieto evento, che è appunto un “vangelo”, è quello di Matteo 1,18-24, dove l’evangelista concentra tutta l’attenzione su questo personaggio, che diventa così, se non il protagonista, un comprimario di tutto rispetto. Anche a risultare estraneo al concepimento di Maria, dovuto piuttosto all’opera dello Spirito Santo (e quindi di un seme divino, nient’affatto umano), successivamente egli viene collocato al centro di tutte quelle azioni che preparano e favoriscono il lieto evento. Potremmo dire che questo è davvero il “vangelo di Giuseppe”, cioè il fatto che lo vede come figura di primo piano, come colui che, senza voler mettersi al centro, si trova a svolgere una missione molto importante, definita soprattutto nell’essere lui a dare il nome al bambino, e quindi a riconoscerlo come suo, e soprattutto a introdurlo nella vita con ben chiara l’impostazione che deve avere quell’esistenza in forza del nome che gli viene dato dal Padre celeste e gli viene ricordato e richiamato dal padre terreno.


PADRE “PUTATIVO”? 

Dovremmo sgombrare il campo da un equivoco a proposito della paternità di Giuseppe.
A partire da Luca 3,23, dove si dice che “Gesù, quando cominciò il suo ministero, aveva circa trent’anni ed era figlio, come si riteneva, di Giuseppe …”, a Giuseppe viene attribuito l’appellativo di “padre putativo”, come se si volesse ribadire che lui non c’entrava affatto con il suo concepimento. In realtà penso che si debba piuttosto dire che mediante questo attributo veniva effettivamente ritenuto suo padre, colui cioè che aveva ed esercitava la sua patria potestà, a buon diritto, perché così lo era secondo la legge, avendo registrato questo suo figlio come suo, indipendentemente dal fatto che lo avesse generato dal suo seme.
E qui, nella testimonianza di Matteo, coerentemente con quanto dice Luca, si può notare con estrema chiarezza che Giuseppe sa di non essere l’artefice di questa gravidanza per Maria, che pure è sua sposa, dichiarata e riconosciuta. Tuttavia dalle parole dell’angelo si può ben comprendere che cosa egli sia destinato a fare, perché possa essere “ritenuto” il padre di questo bambino. Così “putabatur”, come dice il testo latino, cioè era considerato e ritenuto per certo il padre di Gesù. E così viene ancora oggi ritenuto, non per sminuire il suo compito, ma anzi, per esaltarlo.
Questo termine, che sempre lo accompagna e lo definisce, serve in realtà e farlo riconoscere come un vero padre, con quel genere di paternità, che va ben oltre il suo contributo fisico nel mettere a disposizione il proprio patrimonio genetico. La sua paternità viene esercitata, come è giusto che sia, nella comunicazione di uno spirito, nella formazione educativa, nella trasmissione di una concezione di vita, che Giuseppe deriva propriamente dal suo “essere giusto”.
A questo proposito l’iconografia tradizionale che ci viene offerta sulla figura di Giuseppe come padre “putativo” è quella che lo descrive legato al figlio, che tiene in braccio, avendo accanto a sé un bastone fiorito o verdeggiante. Nelle immagini più vicine a noi, c’è spesso il giglio, richiamo evidente al candore di una verginità, che propriamente noi dovremmo considerare in Maria, e di riflesso anche in Giuseppe, non avendo costui avuto rapporti con la sposa.
La storia del bastone, che appare fiorito appartiene al mondo dei vangeli apocrifi, quando, per spiegare il matrimonio di Giuseppe con Maria, la scelta dell’uomo giusto per quella donna viene fatta a partire da un segno celeste. 

Dal Protoevangelo di Giacomo (9)
Gettata l'ascia, Giuseppe uscì per raggiungerli. Riunitisi, andarono dal sommo sacerdote, portando i bastoni. Presi i bastoni di tutti, entrò nel tempio a pregare. Finita la preghiera, prese i bastoni, uscì e li restituì loro; ma in essi non v'era alcun segno. Giuseppe prese l'ultimo bastone: ed ecco che una colomba uscì dal suo bastone e volò sul capo di Giuseppe. Il sacerdote disse allora a Giuseppe: "Tu sei stato eletto a ricevere in custodia la vergine del Signore".

Nella scena dello sposalizio descritta da Giotto nella cappella degli Scrovegni, Giuseppe mette l’anello al dito di Maria tenendo in mano la sua pianta verdeggiante e fiorita, sulla cui sommità di vede spiccare il volo una colomba. 

È una scena di grande delicatezza psicologica: Giuseppe fissa intensamente la sua sposa, la quale invece ha lo sguardo abbassato in segno di verecondia e di umile sottomissione. Il vecchio sacerdote, che scruta Giuseppe, unisce le due mani nell’atto in cui lo sposo sta per infilare al dito della sposa l’anello nuziale. A Giuseppe viene spesso associato il ramo fiorito, che ha la concreta immagine di un giglio, simbolo della purezza, visto che egli non ha avuto rapporti con la sua sposa, per conservarla sempre vergine. Questa è probabilmente una annotazione che va oltre il testo apocrifo, il quale si limita a parlare di un bastone dal quale si alza in volo una colomba. Il bastone fiorito vuole invece suggerire che, anche a non aver generato il Cristo, da quest’uomo viene la comunicazione della vita. 


FONTE: Blog di don Ivano Colombo

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