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"LA NECESSARIA BENEDIZIONE" DI UN PADRE DEL TUTTO SPECIALE (Mons. Simone Gastoni)

(da "La Santa Crociata in onore di San Giuseppe"febbraio 2021, pp. 22-23)


Don Giacomo Alberione, il santo fondatore della grande Famiglia Paolina, scrisse una brevissima e affettuosa preghiera alla Madonna – Cara e tenera mia Madre Maria... – che si conclude con l'invocazione: "Gesù, Giuseppe e Maria, datemi la vostra santa benedizione". Ai tre santi nomi io aggiungo anche l'angelo custode, e mi pare giusto e bello anche questo. Più passano gli anni e leggo libri, più mi ritrovo ad apprezzare e far mie alcune piccole formule di preghiera che profumano di devota e irrinunciabile tradizione. Anche san Giuseppe rientra in questa devozione del tutto fondata sulla Parola di Dio e gli avvenimenti della salvezza culminati in Gesù. Egli fa parte pienamente della storia e del mistero di Gesù. 
Per questo bisogna dire grazie a papa Francesco che – smentendo, se ce ne fosse bisogno, una certa immagine di lui quasi fosse un innovatore poco devoto – sa dimostrare sul piano personale e dottrinale un'autentica pietà cristiana. Lo dimostra anche la lettera Patris Corde (8 dicembre 2020) alla quale è collegato il documento vaticano, pubblicato nella stessa data, sulle speciali indulgenze per l'anno 2021, che egli ha voluto dedicato a san Giuseppe per celebrare il centocinquantesimo anniversario della sua proclamazione a Patrono della Chiesa universale. 
In questa Lettera Francesco precisa un dato importante: "Dopo Maria, Madre di Dio, nessun santo occupa tanto spazio nel Magistero pontificio quanto Giuseppe, suo sposo. I miei Predecessori hanno approfondito il messaggio racchiuso nei pochi dati tramandati dai Vangeli per evidenziare maggiormente il suo ruolo centrale nella storia della salvezza...".

Al riguardo ricorda il beato Pio IX, che volle san Giuseppe Patrono della Chiesa, Pio XII che lo dichiarò "Patrono dei lavoratori" (1 maggio 1955), e san Giovanni Paolo che scrisse l'Esortazione apostolica Redemptoris custos (15 agosto 1989). 
Francesco ricorda pure che il Catechismo della Chiesa Cattolica, al n. 1014, invoca san Giuseppe come "patrono della buona morte". Anche questi piccoli cenni dimostrano la continuità del magistero di papa Francesco con quello dei papi che lo hanno preceduto. Ma, a proposito di tale magistero sul santo, si potrebbero ricordare discorsi e interventi di altri pontefici anche tra l'800 e il '900. Penso ad esempio a san Paolo VI e a papa Benedetto.
Ritengo in ogni modo una grazia poter ancora riflettere su questo aggiornato insegnamento pontificio dietro le tracce del documento di Francesco. Anche la vita tanto silenziosa quanto operosa di Giuseppe – tanto "in ombra", quanto preziosa, della quale i Vangeli non riferiscono una parola – è in se stessa una eloquentissima e autentica "Parola di Dio" che ci illumina su come pensare, scegliere, amare, soffrire, gioire, sperare e svolgere la nostra missione nel mondo al seguito del Signore Gesù insieme a Maria e a tutta la Chiesa. Ci insegna a vivere prima che a parlare: a vivere in un totale e totalmente sereno e prontissimo "sì" a Dio. 
Grandissimo santo che parla vivendo.
"Con cuore di padre: così Giuseppe ha amato Gesù, chiamato in tutti e quattro i Vangeli il figlio di Giuseppe. I due evangelisti che hanno posto in rilievo la sua figura, Matteo e Luca, raccontano poco, ma a sufficienza per far capire che tipo di padre egli fosse e la missione affidatagli dalla Provvidenza".
Dopo altre iniziali riflessioni il papa dedica diverse pagine a illustrare brevemente ed efficacemente i diversi aspetti delle personalità del Santo. Sono sette. Eccoli: Padre amato, Padre nella tenerezza, Padre nell'obbedienza, Padre dal coraggio creativo, Padre lavoratore, Padre nell'ombra.
Titoli tutti umili e tutti gloriosi, e del tutto esemplari per tutti noi. 

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PATRIS CORDE, IL PADRE NEL CUORE DELLA SOCIETÀ. CON QUALCHE SCAPPELLOTTO


Condividiamo coi lettori del blog un articolo di Simone M. Varisco (storico e scrittore, autore del blog Caffestoria), che ringraziamo per aver acconsentito alla pubblicazione del suo testo su queste pagine.  
Si tratta di un pezzo del 2021 che ci aiuta a riflettere sul tema della paternità, argomento  sempre attuale e che l'indizione dell'
Anno Giuseppino avrebbe dovuto riportare fortemente in auge. Un bilancio, insomma, e vari spunti per continuare a ragionarci su.
Buona lettura!

***

L’Anno di San Giuseppe, compiuto il giro di boa, procede sottotraccia e si avvia alla conclusione. Al pari della paternità, virtù e limite della riflessione: quella familiare, così come politica e spirituale. Servirebbe una scossa, forse uno scappellotto.


Sono trascorsi oltre sette mesi dall’indizione dell’Anno di san Giuseppe, voluto da papa Francesco per celebrare il 150° anniversario del decreto Quemadmodum Deus, con il quale Pio IX ha dichiarato san Giuseppe patrono della Chiesa cattolica. Il fine dell’iniziativa, come si legge nel documento della Penitenzieria Apostolica dell’8 dicembre 2020, è «di perpetuare l’affidamento di tutta la Chiesa al potentissimo patrocinio del Custode di Gesù». Di san Giuseppe nel decreto si ricordano il rapporto filiale con Dio, la pratica della giustizia, la custodia della Santa Famiglia di Nazareth, il suo essere lavoratore e l’aver sperimentato la persecuzione.

A giro di boa ormai compiuto e con ancora pochi mesi a separarci dalla conclusione dell’Anno speciale, prevista per l’8 dicembre 2021, il bilancio non è dei più confortanti. Colpa della paternità, probabilmente: tema forte, che avrebbe dovuto fare da volano alla riflessione, eppure sfuggente e di così violenta attualità che, tristemente, non è mai decollato, limitando il confronto ad iniziative che, sebbene importanti, finora hanno per lo più viaggiato sottotraccia.

Eppure forse mai nella storia come nel tempo in cui stiamo vivendo mascolinità e femminilità, paternità e maternità sono state messe così in discussione. Entrambe unite anche nella crisi, se è vero – come in effetti è – che sono dimensioni profondamente legate fra loro e complementari, fatte di reciprocità, di incontro fra differenti, di identità che sanno donarsi e ricevere dall’altro.

Se, in contrasto con le preziose rivendicazioni femminili, la maternità è sempre più svilita, malamente imitata, ridotta a luogo fisico di un’arida riproduzione da rifiutare, affittare o rivendicare per diritto di legge, la paternità sembra essere addirittura sul punto di scomparire, sommersa da una società liquida che uccide padri e fondatori. «Si dice che la nostra società è una “società senza padri”», scrive papa Francesco al n. 176 dell’esortazione apostolica Amoris laetitia. «Nella cultura occidentale, la figura del padre sarebbe simbolicamente assente, distorta, sbiadita. Persino la virilità sembrerebbe messa in discussione. Si è verificata una comprensibile confusione».

Confusione anzitutto sul senso della paternità, con pericolose oscillazioni fra autoritarismo e assenza, sopraffazione e latitanza, individualismo del lavoro esacerbato e distrazione dei social media. Un disequilibrio tanto grave che «in effetti le devianze dei bambini e degli adolescenti si possono in buona parte ricondurre a questa mancanza, alla carenza di esempi e di guide autorevoli nella loro vita di ogni giorno», ricorda papa Francesco. «È più profondo di quel che pensiamo il senso di orfanezza che vivono tanti giovani. Sono orfani in famiglia».

Per molti versi, le difficoltà dei padri sono figlie di quella immaturità che è fra i caratteri predominanti di molte società moderne, e che si riproduce e perpetua – non sempre, sia chiaro – anche all’interno dello Stato e della Chiesa.

Nelle istituzioni della comunità civile è sin troppo diffusa una responsabilità tradita, una fatuità che non sa pensare processi che si spingano oltre l’oggi di legislature sempre più labili. Nella Chiesa, similmente, manca talvolta una virilità coraggiosa che faccia dire cose vere, sempre più spesso scomode. Che sappia crescere ed educare figli liberi. Orfanezza di quella dimensione di parresia cristiana che il mondo apprezza sempre meno, e sempre meno tollera.

Se, in contrasto con le preziose rivendicazioni femminili, la maternità è sempre più svilita, malamente imitata, ridotta a luogo fisico di un’arida riproduzione da rifiutare, affittare o rivendicare per diritto di legge, la paternità sembra essere addirittura sul punto di scomparire, sommersa da una società liquida che uccide padri e fondatori. «Si dice che la nostra società è una “società senza padri”», scrive papa Francesco al n. 176 dell’esortazione apostolica Amoris laetitia. «Nella cultura occidentale, la figura del padre sarebbe simbolicamente assente, distorta, sbiadita. Persino la virilità sembrerebbe messa in discussione. Si è verificata una comprensibile confusione».

Confusione anzitutto sul senso della paternità, con pericolose oscillazioni fra autoritarismo e assenza, sopraffazione e latitanza, individualismo del lavoro esacerbato e distrazione dei social media. Un disequilibrio tanto grave che «in effetti le devianze dei bambini e degli adolescenti si possono in buona parte ricondurre a questa mancanza, alla carenza di esempi e di guide autorevoli nella loro vita di ogni giorno», ricorda papa Francesco. «È più profondo di quel che pensiamo il senso di orfanezza che vivono tanti giovani. Sono orfani in famiglia».

Per molti versi, le difficoltà dei padri sono figlie di quella immaturità che è fra i caratteri predominanti di molte società moderne, e che si riproduce e perpetua – non sempre, sia chiaro – anche all’interno dello Stato e della Chiesa.

Nelle istituzioni della comunità civile è sin troppo diffusa una responsabilità tradita, una fatuità che non sa pensare processi che si spingano oltre l’oggi di legislature sempre più labili. Nella Chiesa, similmente, manca talvolta una virilità coraggiosa che faccia dire cose vere, sempre più spesso scomode. Che sappia crescere ed educare figli liberi. Orfanezza di quella dimensione di parresia cristiana che il mondo apprezza sempre meno, e sempre meno tollera.

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CATECHESI DEL PAPA SU SAN GIUSEPPE - 3. Giuseppe, uomo giusto e sposo di Maria

  

Continuiamo il nostro cammino di riflessione sulla figura di San Giuseppe. Oggi vorrei approfondire il suo essere “giusto” e “promesso sposo di Maria”, e dare così un messaggio a tutti i fidanzati, anche ai novelli sposi. Molte vicende legate a Giuseppe popolano i racconti dei vangeli apocrifi, cioè non canonici, che hanno influenzato anche l’arte e diversi luoghi di culto. Questi scritti che non sono nella Bibbia – sono racconti che la pietà cristiana faceva in quel tempo - rispondono al desiderio di colmare i vuoti narrativi dei Vangeli canonici, quelli che sono nella Bibbia, i quali ci danno tutto ciò che è essenziale per la fede e la vita cristiana.

L’evangelista Matteo. Questo è importante: cosa dice il Vangelo su Giuseppe? Non cosa dicono questi vangeli apocrifi, che non sona una cosa brutta o cattiva,; sono belli, ma non sono la Parola di Dio. Invece i Vangeli, che sono nella Bibbia, sono la Parola di Dio. Fra questi l’evangelista Matteo che definisce Giuseppe uomo “giusto”. Ascoltiamo il suo racconto: «Ecco come avvenne la nascita di Gesù Cristo: sua madre Maria, essendo promessa sposa di Giuseppe, prima che andassero a vivere insieme si trovò incinta per opera dello Spirito Santo. Giuseppe suo sposo, che era giusto e non voleva ripudiarla, decise di licenziarla in segreto» (1,18-19). Perché i fidanzati, quando la fidanzata non era fedele o rimaneva incinta, dovevano denunciarla!. E le donne in quel tempo erano lapidate. Ma Giuseppe era giusto. Dice: “No, questo non lo farò. Me ne sto zitto”.

Per comprendere il comportamento di Giuseppe nei confronti di Maria, è utile ricordare le usanze matrimoniali dell’antico Israele. Il matrimonio comprendeva due fasi ben definite. La prima era come un fidanzamento ufficiale, che comportava già una situazione nuova: in particolare la donna, pur continuando a vivere nella casa paterna ancora per un anno, era considerata di fatto “moglie” del promesso sposo. Ancora non vivevano insieme, ma era come se fosse la moglie. Il secondo atto era il trasferimento della sposa dalla casa paterna alla casa dello sposo. Ciò avveniva con una festosa processione, che completava il matrimonio. E le amiche della sposa la accompagnavano lì. In base a queste usanze, il fatto che «prima che andassero a vivere insieme, Maria si trovò incinta», esponeva la Vergine all’accusa di adulterio. E questa colpa, secondo la Legge antica, doveva essere punita con la lapidazione (cfr Dt 22,20-21). Tuttavia, nella prassi giudaica successiva aveva preso piede un’interpretazione più moderata che imponeva solo l’atto del ripudio ma con conseguenze civili e penali per la donna, ma non la lapidazione.

Il Vangelo dice che Giuseppe era “giusto” proprio perché sottomesso alla legge come ogni uomo pio israelita. Ma dentro di lui l’amore per Maria e la fiducia che ha in lei gli suggeriscono un modo che salvi l’osservanza della legge e l’onore della sposa: decide di darle l’atto di ripudio in segreto, senza clamore, senza sottoporla all’umiliazione pubblica. Sceglie la via della riservatezza, senza processo e rivalsa. Ma quanta santità in Giuseppe! Noi, che appena abbiamo una notizia un po' folcloristica o un po' brutta su qualcuno, andiamo al chiacchiericcio subito! Giuseppe invece sta zitto.

Ma aggiunge subito l’evangelista Matteo: «Mentre però stava pensando a queste cose, ecco che gli apparve in sogno un angelo del Signore e gli disse: “Giuseppe, figlio di Davide, non temere di prendere con te Maria, tua sposa, perché quel che è generato in lei viene dallo Spirito Santo. Ella partorirà un figlio e tu lo chiamerai Gesù: egli infatti salverà il suo popolo dai suoi peccati”» (1,20-21). Interviene nel discernimento di Giuseppe la voce di Dio che, attraverso un sogno, gli svela un significato più grande della sua stessa giustizia. E quanto è importante per ciascuno di noi coltivare una vita giusta e allo stesso tempo sentirci sempre bisognosi dell’aiuto di Dio! Per poter allargare i nostri orizzonti e considerare le circostanze della vita da un punto di vista diverso, più ampio. Tante volte ci sentiamo prigionieri di quello che ci è accaduto: “Ma guarda cosa mi è successo!” e noi rimaniamo prigionieri di quella cosa brutta che ci è accaduta; ma proprio davanti ad alcune circostanze della vita, che ci appaiono inizialmente drammatiche, si nasconde una Provvidenza che con il tempo prende forma e illumina di significato anche il dolore che ci ha colpiti. La tentazione è chiuderci in quel dolore, in quel pensiero delle cose non belle che sono successe a noi. E questo non fa bene. Questo porta alla tristezza e all’amarezza. Il cuore amaro è così brutto.

Vorrei che ci fermassimo a riflettere su un dettaglio di questa storia narrata dal Vangelo e che molto spesso trascuriamo. Maria e Giuseppe sono due fidanzati che probabilmente hanno coltivato dei sogni e delle aspettative rispetto alla loro vita e al loro futuro. Dio sembra inserirsi come un imprevisto nella loro vicenda e, seppure con una iniziale fatica, entrambi spalancano il cuore alla realtà che si pone loro innanzi.

Cari fratelli e care sorelle, molto spesso la nostra vita non è come ce la immaginiamo. Soprattutto nei rapporti di amore, di affetto, facciamo fatica a passare dalla logica dell’innamoramento a quella dell’amore maturo. E si deve passare dall’innamoramento all’amore maturo. Voi novelli sposi, pensate bene a questo. La prima fase è sempre segnata da un certo incanto, che ci fa vivere immersi in un immaginario che spesso non corrisponde alla realtà dei fatti. Ma proprio quando l’innamoramento con le sue aspettative sembra finire, lì può cominciare l’amore vero. Amare infatti non è pretendere che l’altro o la vita corrisponda alla nostra immaginazione; significa piuttosto scegliere in piena libertà di prendersi la responsabilità della vita così come ci si offre. Ecco perché Giuseppe ci dà una lezione importante, sceglie Maria “a occhi aperti”. E possiamo dire con tutti i rischi. Pensate, nel Vangelo di Giovanni, un rimprovero che fanno i dottori della legge a Gesù è questo: “Noi non siamo figli che provengono di là”, in riferimento alla prostituzione. Ma perché questi sapevano come Maria è rimasta incinta e volevano sporcare la mamma di Gesù. Per me è il passaggio più sporco, più demoniaco del Vangelo. E il rischio di Giuseppe ci dà questa lezione: prende la vita come viene. Dio è intervenuto lì? La prendo. E Giuseppe fa come gli aveva ordinato l’angelo del Signore: Dice infatti il Vangelo: «Destatosi dal sonno, Giuseppe fece come gli aveva ordinato l’angelo del Signore prese con sé la sua sposa, la quale, senza che egli la conoscesse, partorì un figlio, che egli chiamò Gesù» (Mt 1,24-25). I fidanzati cristiani sono chiamati a testimoniare un amore così, che abbia il coraggio di passare dalle logiche dell’innamoramento a quelle dell’amore maturo. E questa è una scelta esigente, che invece di imprigionare la vita, può fortificare l’amore perché sia durevole di fronte alle prove del tempo. L’amore di una coppia va avanti nella vita e matura ogni giorno. L’amore del fidanzamento è un po' – permettetemi la parola –, un po' romantico. Voi lo avete vissuto tutto, ma poi comincia l’amore maturo, di tutti i giorni, il lavoro, i bambini che arrivano. E alle volte quel romanticismo sparisce un po’. Ma non c’è amore? Sì, ma amore maturo. “Ma sa, padre, noi delle volte litighiamo ...” Questo succede dal tempo di Adamo ed Eva ad oggi: che gli sposi litigano è il pane nostro di ogni giorno. “Ma non si deve litigare?” Sì, si può. “E padre, ma alle volte alziamo la voce” – “Succede”. “E anche alle volte volano i piatti” - “Succede”. Ma come fare perché questo non danneggi la vita del matrimonio? Ascoltate bene: non finire mai la giornata senza fare la pace. Abbiamo litigato, io ti ho detto delle parolacce Dio mio, ti ho detto cose brutte. Ma adesso finisce la giornata: devo fare la pace. Sapete perché? Perché la guerra fredda del giorno dopo è pericolosissima. Non permettere che il giorno dopo incominci in guerra. Per questo fare la pace prima di andare a letto. Ricordatevi sempre: mai finire la giornata senza fare la pace. E questo vi aiuterà nella vita matrimoniale. Questo percorso dall’innamoramento all’amore maturo è una scelta esigente, ma dobbiamo andare su quella strada.

E anche questa volta concludiamo con una preghiera a San Giuseppe.
San Giuseppe,
tu che hai amato Maria con libertà,
e hai scelto di rinunciare al tuo immaginario per fare spazio alla realtà,
aiuta ognuno di noi a lasciarci sorprendere da Dio
e ad accogliere la vita non come un imprevisto da cui difendersi,
ma come un mistero che nasconde il segreto della vera gioia.
Ottieni a tutti i fidanzati cristiani la gioia e la radicalità,
conservando però sempre la consapevolezza
che solo la misericordia e il perdono rendono possibile l’amore. Amen.

 

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CATECHESI DEL PAPA SU SAN GIUSEPPE - 2. San Giuseppe nella storia della salvezza

 

Gesù nei Vangeli è indicato come «figlio di Giuseppe» (Lc 3,23; 4,22; Gv 1,45; 6,42) e «figlio del carpentiere» (Mt 13,55; Mc 6,3). Gli Evangelisti Matteo e Luca, narrando l’infanzia di Gesù, danno spazio al ruolo di Giuseppe. Entrambi compongono una “genealogia”, per evidenziare la storicità di Gesù. Matteo, rivolgendosi soprattutto ai giudeo-cristiani, parte da Abramo per arrivare a Giuseppe, definito «lo sposo di Maria, dalla quale è nato Gesù detto il Cristo» (1,16). Luca, invece, risale fino ad Adamo, iniziando direttamente da Gesù, che «era figlio di Giuseppe», ma precisa: «come si riteneva» tale (3,23). Dunque, ambedue gli Evangelisti presentano Giuseppe non come padre biologico, ma comunque come padre di Gesù a pieno titolo. Tramite lui, Gesù realizza il compimento della storia dell’alleanza e della salvezza intercorsa tra Dio e l’uomo. Per Matteo questa storia ha inizio con Abramo, per Luca con l’origine stessa dell’umanità, cioè con Adamo.

L’evangelista Matteo ci aiuta a comprendere che la figura di Giuseppe, seppur apparentemente marginale, discreta, in seconda linea, rappresenta invece un tassello centrale nella storia della salvezza. Giuseppe vive il suo protagonismo senza mai volersi impadronire della scena. Se ci pensiamo, «le nostre vite sono tessute e sostenute da persone comuni – solitamente dimenticate – che non compaiono nei titoli dei giornali e delle riviste […]. Quanti padri, madri, nonni e nonne, insegnanti mostrano ai nostri bambini, con gesti piccoli, con gesti quotidiani, come affrontare e attraversare una crisi riadattando abitudini, alzando gli sguardi e stimolando la preghiera. Quante persone pregano, offrono e intercedono per il bene di tutti» (Lett. ap. Patris corde, 1). Così, tutti possono trovare in San Giuseppe, l’uomo che passa inosservato, l’uomo della presenza quotidiana, della presenza discreta e nascosta, un intercessore, un sostegno e una guida nei momenti di difficoltà. Egli ci ricorda che tutti coloro che stanno apparentemente nascosti o in “seconda linea” hanno un protagonismo senza pari nella storia della salvezza. Il mondo ha bisogno di questi uomini e di queste donne: uomini e donne in seconda linea, ma che sostengono lo sviluppo della nostra vita, di ognuno di noi, e che con la preghiera, con l’esempio, con l’insegnamento ci sostengono sulla strada della vita.

Nel Vangelo di Luca, Giuseppe appare come il custode di Gesù e di Maria. E per questo egli è anche «il Custode della Chiesa”: ma, se è stato il custode di Gesù e di Maria, lavora, adesso che sei nei cieli, e continua a fare il custode, in questo caso della Chiesa; perché la Chiesa è il prolungamento del Corpo di Cristo nella storia, e nello stesso tempo nella maternità della Chiesa è adombrata la maternità di Maria. Giuseppe, continuando a proteggere la Chiesa – per favore, non dimenticatevi di questo: oggi, Giuseppe protegge la Chiesa – continua a proteggere il Bambino e sua madre» (ibid., 5). Questo aspetto della custodia di Giuseppe è la grande risposta al racconto della Genesi. Quando Dio chiede conto a Caino della vita di Abele, egli risponde: «Sono forse io il custode di mio fratello?» (4,9). Giuseppe, con la sua vita, sembra volerci dire che siamo chiamati sempre a sentirci custodi dei nostri fratelli, custodi di chi ci è messo accanto, di chi il Signore ci affida attraverso tante circostanze della vita.

Una società come la nostra, che è stata definita “liquida”, perché sembra non avere consistenza. Io correggerò quel filosofo che ha coniato questa definizione e dirò: più che liquida, gassosa, una società propriamente gassosa. Questa società liquida, gassosa trova nella storia di Giuseppe un’indicazione ben precisa sull’importanza dei legami umani. Infatti, il Vangelo ci racconta la genealogia di Gesù, oltre che per una ragione teologica, per ricordare a ognuno di noi che la nostra vita è fatta di legami che ci precedono e ci accompagnano. Il Figlio di Dio, per venire al mondo, ha scelto la via dei legami, la via della storia: non è sceso nel mondo magicamente, no. Ha fatto la strada storica che facciamo tutti noi.

Cari fratelli e sorelle, penso a tante persone che fanno fatica a ritrovare dei legami significativi nella loro vita, e proprio per questo arrancano, si sentono soli, non hanno la forza e il coraggio per andare avanti. Vorrei concludere con una preghiera che aiuti loro e tutti noi a trovare in San Giuseppe un alleato, un amico e un sostegno.

San Giuseppe,
tu che hai custodito il legame con Maria e con Gesù,
aiutaci ad avere cura delle relazioni nella nostra vita.
Nessuno sperimenti quel senso di abbandono
che viene dalla solitudine.
Ognuno si riconcili con la propria storia,
con chi lo ha preceduto,
e riconosca anche negli errori commessi
un modo attraverso cui la Provvidenza si è fatta strada,
e il male non ha avuto l’ultima parola.
Mostrati amico per chi fa più fatica,
e come hai sorretto Maria e Gesù nei momenti difficili,
così sostieni anche noi nel nostro cammino. Amen.

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CATECHESI DEL PAPA SU SAN GIUSEPPE - 1. San Giuseppe e l’ambiente in cui è vissuto

 

L’8 dicembre 1870 il Beato Pio IX proclamò San Giuseppe patrono della Chiesa universale. A 150 anni da quell’evento, stiamo vivendo un anno speciale dedicato a San Giuseppe, e nella Lettera Apostolica Patris corde ho raccolto alcune riflessioni sulla sua figura. Mai come oggi, in questo tempo segnato da una crisi globale con diverse componenti, egli può esserci di sostegno, di conforto e di guida. Per questo ho deciso di dedicargli un ciclo di catechesi, che spero possano aiutarci ulteriormente a lasciarci illuminare dal suo esempio e dalla sua testimonianza. Per alcune settimane parleremo di San Giuseppe.

Nella Bibbia esistono più di dieci personaggi che portano il nome Giuseppe. Il più importante tra questi è il figlio di Giacobbe e di Rachele, che, attraverso varie peripezie, da schiavo diventa la seconda persona più importante in Egitto dopo il faraone (cfr Gen 37-50). Il nome Giuseppe in ebraico significa “Dio accresca, Dio faccia crescere”. È un augurio, una benedizione fondata sulla fiducia nella provvidenza e riferita specialmente alla fecondità e alla crescita dei figli. In effetti, proprio questo nome ci rivela un aspetto essenziale della personalità di Giuseppe di Nazaret. Egli è un uomo pieno di fede nella sua provvidenza: crede nella provvidenza di Dio, ha fede nella provvidenza di Dio. Ogni sua azione narrata dal Vangelo è dettata dalla certezza che Dio “fa crescere”, che Dio “aumenta”, che Dio “aggiunge”, cioè che Dio provvede a mandare avanti il suo disegno di salvezza. E, in questo, Giuseppe di Nazaret assomiglia molto a Giuseppe d’Egitto.

Anche i principali riferimenti geografici che si riferiscono a Giuseppe: Betlemme e Nazaret, assumono un ruolo importante nella comprensione della sua figura.

Nell’Antico Testamento la città di Betlemme è chiamata con il nome Beth Lechem, cioè “Casa del pane”, o anche Efrata, a causa della tribù insediatasi in quel territorio. In arabo, invece, il nome significa “Casa della carne”, probabilmente per la grande quantità di greggi di pecore e capre presenti nella zona. Non a caso, infatti, quando nacque Gesù, i pastori furono i primi testimoni dell’evento (cfr Lc 2,8-20). Alla luce della vicenda di Gesù, queste allusioni al pane e alla carne rimandano al mistero Eucaristico: Gesù è il pane vivo disceso dal cielo (cfr Gv 6,51). Egli stesso dirà di sé: «Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna» (Gv 6,54).

Betlemme è citata più volte nella Bibbia, fin dal Libro della Genesi. A Betlemme è anche legata la storia di Rut e Noemi, narrata nel piccolo ma stupendo Libro di Rut. Rut partorì un figlio chiamato Obed dal quale a sua volta nacque Iesse, il padre del re Davide. E proprio dalla discendenza di Davide viene Giuseppe, il padre legale di Gesù. Su Betlemme, poi, il profeta Michea predisse grandi cose: «E tu Betlemme di Efrata, così piccola per essere tra i villaggi di Giuda, da te uscirà per me colui che deve essere il dominatore in Israele» (Mi 5,1). L’evangelista Matteo riprenderà questa profezia, la collegherà alla storia di Gesù come alla sua evidente realizzazione.

In effetti, il Figlio di Dio non sceglie Gerusalemme come luogo della sua incarnazione, ma Betlemme e Nazaret, due villaggi periferici, lontani dai clamori della cronaca e del potere del tempo. Eppure Gerusalemme era la città amata dal Signore (cfr Is 62,1-12), la «città santa» (Dn 3,28), scelta da Dio per abitarvi (cfr Zc 3,2; Sal 132,13). Qui, infatti, risiedevano i dottori della Legge, gli scribi e i farisei, i capi dei sacerdoti e gli anziani del popolo (cfr Lc 2,46; Mt 15,1; Mc 3,22; Gv 1,19; Mt 26,3).

Ecco perché la scelta di Betlemme e Nazaret ci dice che la periferia e la marginalità sono predilette da Dio. Gesù non nacque a Gerusalemme con tutta la corte …no: nacque in una periferia e ha trascorso la sua vita, fino a 30 anni, in quella periferia, facendo il falegname, come Giuseppe. Per Gesù, le periferie e le marginalità sono predilette. Non prendere sul serio questa realtà equivale a non prendere sul serio il Vangelo e l’opera di Dio, che continua a manifestarsi nelle periferie geografiche ed esistenziali. Il Signore agisce sempre di nascosto nelle periferie, anche nella nostra anima, nelle periferie dell’anima, dei sentimenti, forse sentimenti di cui ci vergogniamo; ma il Signore è lì per aiutarci ad andare avanti. Il Signore continua a manifestarsi nelle periferie, sia quelle geografiche, sia quelle esistenziali. In particolare, Gesù va a cercare i peccatori, entra nelle loro case, parla con loro, li chiama alla conversione. Ed è anche rimproverato per questo: “Ma guarda, questo Maestro – dicono i dottori della legge – guarda questo Maestro: mangia con i peccatori, si sporca, va a cercare quelli che il male non lo hanno fatto ma lo hanno subìto: i malati, gli affamati, i poveri, gli ultimi. Sempre Gesù va verso le periferie. E questo ci deve dare tanta fiducia, perché il Signore conosce le periferie del nostro cuore, le periferie della nostra anima, le periferie della nostra società, della nostra città, della nostra famiglia, cioè quella parte un po’ oscura che noi non facciamo vedere forse per vergogna.

Sotto questo aspetto, la società di allora non è molto diversa dalla nostra. Anche oggi esistono un centro e una periferia. E la Chiesa sa che è chiamata ad annunciare la buona novella a partire dalle periferie. Giuseppe, che è un falegname di Nazaret e che si fida del progetto di Dio sulla sua giovane promessa sposa e su di lui, ricorda alla Chiesa di fissare lo sguardo su ciò che il mondo ignora volutamente. Oggi Giuseppe ci insegna questo: “Non guardare tanto le cose che il mondo loda, guarda agli angoli, guarda alle ombre, guarda alle periferie, quello che il mondo non vuole”. Egli ricorda a ciascuno di noi di dare importanza a ciò che gli altri scartano. In questo senso è davvero un maestro dell’essenziale: ci ricorda che ciò che davvero vale non attira la nostra attenzione, ma esige un paziente discernimento per essere scoperto e valorizzato. Scoprire quello che vale. Chiediamo a lui di intercedere affinché tutta la Chiesa recuperi questo sguardo, questa capacità di discernere, questa capacità di valutare l’essenziale. Ripartiamo da Betlemme, ripartiamo da Nazaret.

Vorrei oggi mandare un messaggio a tutti gli uomini e le donne che vivono le periferie geografiche più dimenticate del mondo o che vivono situazioni di marginalità esistenziale. Possiate trovare in San Giuseppe il testimone e il protettore a cui guardare. A lui possiamo rivolgerci con questa preghiera, preghiera “fatta in casa”, ma uscita dal cuore:

San Giuseppe,
tu che sempre ti sei fidato di Dio,
e hai fatto le tue scelte
guidato dalla sua provvidenza,
insegnaci a non contare tanto sui nostri progetti,
ma sul suo disegno d’amore.
Tu che vieni dalle periferie,
aiutaci a convertire il nostro sguardo
e a preferire ciò che il mondo scarta e mette ai margini.
Conforta chi si sente solo
e sostieni chi si impegna in silenzio
per difendere la vita e la dignità umana. Amen.

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RIFLESSIONI SULL'ANNO GIUSEPPINO DI PADRE ALBERTO VALENTINI (Avvenire)



II blbilista e mariologo padre Alberto Valentini, monfortiano, riflette sul significato delle testimonianza del padre putativo di Gesù e su che cosa hanno significato questi 12 mesi

Si conclude oggi – nel giorno in cui si celebra la solennità dell’Immacolata Concezione – l’Anno speciale dedicato a san Giuseppe. Era infatti l’8 dicembre del 2020 quando in piena pandemia papa Francesco istituiva un Anno speciale dedicato al padre putativo di Gesù attraverso la Lettera apostolica Patris Corde («Con cuore di padre»). Un evento quello di questo giubileo pensato dal Vescovo di Roma per celebrare un importante anniversario: i 150 anni dalla proclamazione del santo a patrono della Chiesa universale da parte del suo predecessore il papa e beato Pio IX attraverso il decreto Quemadmodum Deus (era l’8 dicembre del 1870). «È stato un anno carico di significati – spiega il biblista e mariologo il missionario monfortano Alberto Valentini – che ci ha permesso di vivere questo periodo come un tempo di grazia nonostante i tempi difficili causati dall’emergenza sanitaria».

L’“anno giuseppino” grazie a un decreto promulgato ad hoc dalla Penitenzieria apostolica ha inoltre permesso di ottenere il dono di speciali indulgenze durante il Covid-19. «Penso in particolare a quanto siano stati significativi i giorni tradizionalmente dedicati alla memoria dello sposo di Maria, come il 19 marzo e il Primo maggio che ci riporta alla sua figura di artigiano tanto cara al venerabile Pio XII. Queste giornate hanno consentito a molti anziani e non solo di ottenere il particolare dono di queste indulgenze».

Un tempo quello di questo anno come momento di grazia ma anche di guarigione da tante ferite esistenziali e non solo. «In una società laicizzata e indifferente come la nostra – è l’argomentazione del biblista esperto soprattutto nel commento al canto del Magnificat – la sua figura emerge per alcune caratteristiche di tipo antropologico e sociale; basti pensare a quella di essere un padre, un uomo giusto, una persona per bene».

 

E annota un particolare: «È un peccato che proprio in un tempo difficile come quello della pandemia non sia stato riscoperto da tanti fedeli come il patrono della buona morte». Una buona bussola particolare per orientarsi in questo anno completamente dedicato alla figura di Giuseppe – a giudizio di padre Valentini – è stata proprio la Lettera apostolica Patris Corde. Un testo che ha aiutato tanti a riscoprire le piccole verità del Vangelo. «Mi ha colpito l’approccio biblico di questo documento, fondato sui racconti dell’infanzia, contenuti nei primi capitoli di Matteo e Luca. L’intento di questa Lettera è stato quello di raggiungere non solo i credenti ma ogni persona sensibile all’interno della Chiesa e della società di oggi».

Che cosa ci lascia una figura così singolare e “nascosta”, “silente” come Giuseppe all’uomo di oggi? «La sua vita come quella di Gesù e di Maria – è la riflessione dello studioso già discepolo dei due grandi esegeti Lyonnet e Vanhoye, per anni docente alla Gregoriana e alla Pontificia facoltà teologica Marianum di Roma – è paradossale, fatta di grandezza dinanzi a Dio e di povertà, umiltà, nascondimento agli occhi del mondo. Benché egli sia, soprattutto nel racconto di Matteo il responsabile della Sacra Famiglia, egli è interamente al servizio del Bambino e di sua Madre». E proprio su questa figura biblica aggiunge un dettaglio singolare: «È il discendente del trono regale di Davide l’ultimo anello della genealogia – con la quale si apre il Nuovo Testamento – che, partendo da Abramo e da Davide, si conclude con “Giuseppe lo sposo di Maria”. È il padre giuridico e ufficiale del Messia davidico e Figlio di Dio».

Un personaggio guarda caso molto amato, quasia privilegiato dai mistici. «Tanti contemplativi si sono affidati spontaneamente a lui. Vengono in mente a questo proposito le parole di Teresa d’Avila: “Ad altri sembra che Dio abbia concesso di soccorrerci in questa o quell’altra necessità, mentre ho sperimentato che il glorioso san Giuseppe estende il suo patrocinio su tutte"».

Ma il religioso monfortano si sofferma su Giuseppe sposo della Madonna. «Una certa tradizione penso al Protovangelo di Giacomo e ai testi apocrifi ci consegnano la figura di Giuseppe come uomo anziano e dalla candida barba, scelto per questo come custode della Vergine. Ma questo non è il Giuseppe del Vangelo. Il giovane sposo ha condiviso con Maria il mistero della nascita del Figlio di Dio dal quale è stato profondamente riamato. Fa veramente parte di un progetto di amore e di grazia che condivide con Maria».

 

(FONTE: Avvenire, 8 dicembre 2021)

 

 

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CHIUSURA ANNO GIUSEPPINO - Intervista a don Luigi Maria Epicoco

 

Nel corso di quest’anno il Papa ci ha fatto conoscere meglio la figura di San Giuseppe delineandone dettagliatamente i tratti, quale messaggio, in sintesi, vuole dare Francesco?

Il Papa non ha nascosto che la scelta di celebrare un anno a San Giuseppe non è una scelta casuale, perché San Giuseppe lo incontriamo nel Vangelo soprattutto in un momento difficile, un momento di prova. Quando Gesù viene nel mondo, viene in un contesto di buio e in questo momento difficile Dio mette accanto al proprio Figlio, Giuseppe, come quella figura che può aiutarlo ad attraversare il buio. Da molti mesi, ormai da due anni, tutta l’umanità è afflitta dalla pandemia del coronavirus; possiamo dire che stiamo vivendo un momento di buio, un momento di prova. È bello che il Papa ha voluto un po' additare, indicare, la figura di San Giuseppe come quella figura che può aiutarci, sostenerci, incoraggiarci, ma soprattutto ispirarci. Perché c’è un modo sano di attraversare il buio e un modo che potremmo definire disperato, senza fede che può bloccarci in questo buio.

 

In che modo rendere fruttuoso questo anno speciale dedicato a San Giuseppe appena conclusosi?

Il Papa, tutte le volte che ci indica un evento che ha un inizio e una fine, ci dice anche che è troppo poco che le cose che noi facciamo come Chiesa - ad esempio stiamo vivendo anche il tempo del Sinodo - sia semplicemente qualcosa di racchiudibile dentro una parentesi di tempo, con un inizio e una fine. Cioè, queste sono esperienze che in realtà devono lasciare il segno. Ad esempio, la consapevolezza che noi abbiamo potuto approfondire attraverso la figura di San Giuseppe in questo anno è qualcosa che dobbiamo portare con noi, anche oltre le date, diciamo così. Si chiude l’anno di San Giuseppe, ma rimane un po’ come una sorta di spiritualità che abbiamo appreso da quest’uomo, un modo di vivere il Vangelo, alcune cose che sono assolutamente prioritarie, come ad esempio la vita spirituale, la capacità di saper ascoltare il Signore, la concretezza. Noi potremmo anche sprecare questo tempo se lo chiudessimo semplicemente con una data.

Quali sono, secondo lei, gli insegnamenti di San Giuseppe che ogni cristiano deve tenere a mente?

Il credo che San Giuseppe sia proprio il santo della normalità, e dell’elogio della normalità. La maggior parte della vita di Gesù è accaduta a Nazaret, in un contesto di disarmante normalità e quotidianità. La nostra vita è fatta di routine, è fatta di cose normali, e la grande sfida è farci santi proprio con questa normalità, perché in quella normalità è nascosta l’eccezionalità dell’amore, dell’affrontare le prove con fiducia, del sentirsi uniti. Giuseppe, non fa miracoli nel Vangelo, non viene riportato nessun segno straordinario, ma è un uomo, un uomo che si prende la responsabilità, è un uomo che si fa santo con le cose belle e le cose brutte che gli capitano nella vita. In questo senso, credo che sia un grande maestro per ciascuno di noi.

(Fonte: Vatican News 7 dicembre 2021)

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I VALORI DELLA PATERNITÀ - terza parte


"OBBEDIENZA"

 (Luciano Moia, La Santa Crociata in onore di San Giuseppe - settembre 2021)


Anche per educare alla virtù dell'obbedienza più delle parole valgono gli esempi. L'obbedienza a ciò che conta davvero – la coscienza formata, la Parola di Dio, le leggi giuste, i legami autentici – è l'atteggiamento migliore per raccontare ai figli qual è il senso autentico di questo valore.
Non un banale "signorsì", ma un'adesione intima e condivisa ai riferimenti etici che guidano la propria vita. Il Papa spiega in Patris corde che Giuseppe obbedisce alle indicazioni dell'angelo nei quattro sogni "che nella Bibbia, come presso tutti i popoli antichi, veivano considerati come uno dei mezzi con i quali Dio manifesta la sua volontà". Così Gesù, alla scuola di Giuseppe, "imparò a fare la volontà del Padre. Tale volontà divenne suo cibo quotidiano.
Anche nel momento più difficile della sua vita preferì fare la volontà del Padre e non la propria, e si fece obbediente fino alla morte [...] di croce".

 

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I VALORI DELLA PATERNITÀ - seconda parte

"TENEREZZA"

 (Luciano Moia, La Santa Crociata in onore di San Giuseppe - settembre 2021)


Sembra un valore soprattutto materno ma non è così.
Papa Francesco ha più volte parlato della tenerezza di Dio, spiegando che non si tratta di lassismo, né di tenerume, ma di un sentimento che esprime accoglienza e capacità di ascoltare la profondità del cuore. Leggiamo nella Patris corde: "Giuseppe avrà sentito certamente riecheggiare nella sinagoga, durante la preghiera dei Salmi, che il Dio d'Israele è un Dio di tenerezza, che è buono verso tutti e la sua tenerezza si espande su tutte le creature (Sal 145,9)". Ecco perché, spiega ancora il Papa, "la tenerezza è la maniera migliore per toccare ciò che è fragile in noi.
Il dito puntato e il giudizio che usiamo nei confronti degli altri molto spesso sono segno dell'incapacità di accogliere dentro di noi la nostra stessa debolezza".
La tenerezza, infine, ci permette di fare esperienza, nel sacramento della Riconciliazione, della misericordia di Dio, la forma più alta di verità.

 

E. RONCHI: Il cuore è l'immagine tenera del Padre creatore 

Giuseppe ben Yacob, di Betlemme, mani indurite dal lavoro e cuore intenerito dall'amore e dai sogni; ascoltatore silenzioso del brusio degli angeli attraverso l'umile via dei sogni; sposo che non rivendica mai la promogenitura del sì di Maria, detto a lui prima ancora che a Dio, è per il piccolo Gesù l'esperienza fondativa di cosa significhi un cuore di padre. La lettera apostolica Patris corde, con cui Francesco istituisce l'anno di san Giuseppe, ne disegna un ritratto bello come una sorpresa, vivo come una ventata d'aria fresca.
Il mondo ha bisogno di padri e "Giuseppe è sulla terra l'ombra del Padre celeste". Da chi ha imparato Gesù ad andare oltre la legge antica, a mettere la persona prima delle regole, se non ascoltando da Giuseppe il racconto di come si sono conosciuti lui e Maria e del dramma vissuto (voleva ripudiarla in segreto...) ?
Ai figlia piace sentire queste storie.
Dove ha capito il piccolo Gesù che l'amore viene prima di tutto, che è sempre un po' fuorilegge?
Dove ha imparato a scegliere il termine affettuoso di abbà per dire l'Altissimo, quella parola da bambini, un balbettio nel dialetto del cuore, se non in quell'uomo dagli occhi e dal cuore profondi?
Nel suo volto e nel suo vigore Gesù ha letto la parabola della combattiva tenerezza diDio, e ne è diventato il racconto.

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I VALORI DELLA PATERNITÀ - prima parte

"UN ANNO CHE PUÒ SEGNARE IL RECUPERO DEL SENSO DI PATERNITÀ"  

(Luciano Moia, La Santa Crociata in onore di San Giuseppe - settembre 2021)

 

Forse, tra le tante tragedie legate alla pandemia, questo 2021 potrebbe essere ricordato anche per un fatto positivo: la "resurrezione" del padre. In una società in cui la figura della paternità appare sempre più sbiadita, con padre sempre più marginali, spesso estromessi dalle relazioni familiari, ci sono almeno tre episodi che potrebbero aprire la strada a una svolta importante nel segno della paternità. Il primo è la decisione di papa Francesco di dedicare il 2021 a san Giuseppe. Il secondo è quello di inquadrare questa ricorrenza nell'Anno dedicato alla famiglia.
Una scelta che contribuisce a riassegnare allo sposo di Maria quella paternità reale, difficile e sofferta che concretamente visse e che è un po' la condizione dei nostri giorni.
Giuseppe, come ogni padre, non è un'icona da collocare su un altarino, ma un uomo che si è trovato a gestire una situazione familiare tutt'altro che semplice. Il suo valore di padre nasce dalla capacità con cui ha saputo gestire le sorprese e le avversità chiamato ad affrontare.
Il terzo elemento è di carattere sociale, innescato probabilmente anche dalla situazione complessa che stiamo vivendo. L'ansia e l'incertezza che si respirano ovunque, il bisogno di ritrovare punti stabili di riferimento, hanno determinato tra le altre conseguenze quella di fondare le premesse per una rivalutazione del padre.


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«AMICO E INTERCESSORE IN TEMPI DIFFICILI» - quinta e ultima parte

(Donna Lynn Orsuto, La Santa Crociata in onore di San Giuseppe - giugno 2021)

 

Sentiamo il bisogno ed abbiamo bisogno di stare vicino a san Giuseppe, il quale ci insegna due passi fondamentali e vitali: avere un orecchio attento alla Parola di Dio, capace di raggiungerci o giungerci in modo sorprendenti; agire con coraggio, seguendola, pur ignorando – parzialmente – dove ci stia conducendo ed a quale costo.
Quando Papa Francesco ha pubblicato la lettera apostolica "Patris corde", il suo scopo non era semplicemente quello di "accrescere l'amore" verso san Giuseppe, ma anche volgere a lui lo sguardo per "implorare la sua intercessione e per imitare le sue virtù e il suo slancio".
Oggi, con queste sette nuove invocazioni aggiunte alle "Litanie in onore di san Giuseppe", ci viene ricordato ancora una volta di rivolgerci a lui, compagno fedele nei tempi difficili, e di implorarne l'intervessione per coloro che sono nel bisogno, specialmente i più vulnerabili.
Non basta, però, pregare: siamo anche invitati a imitarlo attraverso una vita di servizio e di solidarietà.
Mentre "andiamo a Giuseppe" (Ite ad Joseph) con sulle labbra e nel cuore queste invocazioni aggiunte che lo ricordano Custode del Redentore, Servitore di Cristo, Servitore della salvezza, Sostegno nelle difficoltà, Protettore degli esuli, Protettore degli afflitti e Protettore dei poveri, chiediamo anche la grazia, come san Giuseppe, di donare attenzione amorevole al nostro Redentore e Signore e di servire generosamente gli altri, in particolare coloro che sono più fragili.
Più che mai, questo è ciò di cui il mondo ha bisogno ora.

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«AMICO E INTERCESSORE IN TEMPI DIFFICILI» - quarta parte

  (Donna Lynn Orsuto, La Santa Crociata in onore di San Giuseppe - giugno 2021)


Le successive quattro invocazioni, tratte dalla lettera apostolica "Patris corde" del Santo Padre Francesco, ci ricordano che san Giuseppe è il Fulcimen in difficultatibus, un sostegno nelle difficoltà, come anche Patrone exsulum, afflictorum, pauperum ("Patris corde", 5).
Il protettore degli esuli, degli afflitti e dei poveri.
Durante la fuga in Efitto, rammenta papa Francesco, "la Santa Famiglia dovette affrontare problemi concreti come tutte le altre famiglie, come molti nostri fratelli  migranti che ancora oggi rischiano la vita costretti dalle svenutre e dalla fame". Proprio per tale ragione il Pontefice ritiene "che san Giuseppe sia davvero uno speciale patrono per tutti coloro che devono lasciare la loro terra a causa delle guerre, dell'odio, della persecuzione e della miseria" ("Patris corde", 5).
In questo tempo di pandemia, durante il quale tra i più vulnerabili si contano gli esuli, gli afflitti e i poveri, l'intercessione di san Giuseppe è una autentica fonte di consolazione per coloro che sono stati colpiti dalla perdita di persone care, dalle difficoltà economiche, dall'intensa solitudine e isolamento, dai molteplici disagi.

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«AMICO E INTERCESSORE IN TEMPI DIFFICILI» - terza parte

 (Donna Lynn Orsuto, La Santa Crociata in onore di San Giuseppe - giugno 2021)


La terza invocazione, Minister salutis, si concentra sulla sua vocazione "a servire la persona e la missione di Gesù mediante l'esercizio della sua paternità: proprio in tal modo egli coopera nella pienezza dei tempi al grande mistero della Redenzione ed è veramente ministro della salvezza (cfr. San Giovanni Crisostomo)", come riportato in "Redemptoris custos", 8.

Egli può essere considerato, in tal senso, un "servitore della salvezza": "La grandezza di san Giuseppe – spiega il Santo Padre – consiste nel fatto che egli fu lo sposo di Maria e il padre di Gesù". In quanto tale, "si pose al servizio dell'intero disegno salvifico, come afferma ancora san Giovanni Crisostomo" ("Patris corde", 1).

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