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CON LA TUA PROTEZIONE, SAN GIUSEPPE

 (Marco Guizzo, in "La Santa Crociata in onore di San Giuseppe - aprile 2023, pp. 18-19)

Vidor è un paese di circa 3700 abitanti, adagiato tra il fiume Piave e le dolci colline del Conegliano Valdobbiadene, coltivate a vite, famose come Patrimonio dell'Umanità dell'UNESCO.
Due suoi monumenti risalgono a un passato ormai lontano: il castello medievale e l'abbazia di santa Bona. Il castello, in cima a un colle, risale all'anno 1000 e ha avuto il periodo di maggior splendore nel XIV secolo. Fondato dalla nobile famiglia dei Da Vidor, esso era un punto di riferimento per l'intero Quartier del Piave perché situato in posizione strategica nelle vicinanze dell'antico porto sul fiume Piave. La rocca vidorese, conquistata e semi-distrutta in più occasioni, capitolò definitivamente nel 1510 a opera delle truppe del generale Liechtenstein, agli ordini della Lega di Cambrai. Dopo la sua distruzione rimase in piedi l'antica cappella del castello, che divenne la chiesa parrocchiale con il nome di santa Maria in Castello. Rasa quasi completamente al suolo durante i combattimenti della Prima Guerra mondiale, nella battaglia di Vidor il 10 novembre 1917, al suo posto venne eretto, tra il 1923 e il 1925, un monumento-ossario ai Caduti. 


Vidor - Fonte: Wikipedia

Altro vanto di Vidor è l'abbazia benedettina di santa Bona. Nel 1106 una piccola cappella nei pressi del Piave fu donata all'abate di Pomposa da alcuni nobili del posto, dando vita al complesso abbaziale per custodire le reliquie della giovane vergine egiziana Bona, recuperate da Giovanni da Vidor in Terra Santa durante la prima crociata (1096-1099). L'abbazia appartenne ai benedettini per circa duecento anni, poi subì un lento declino. Intorno al 1300 passò sotto l'istituto della commenda e successivamente divenne proprietà privata di alcune famiglie nobiliari. Fu parzialmente distrutta durante la Grande Guerra e successivamente ricostruita con alcune modifiche. Il complesso è formato dalla chiesa, da un elegante chiostro con affreschi del XV secolo, da un corpo principale con sale riccamente decorate e da un secondo corpo ove trovavano posto le stalle e i granai, oltre a un ampio giardino con alberi centenari e una suggestiva terrazza aperta sul Piave.
Lungo la strada che dal centro del paese porta all'abbazia si trova una piccola cappella intitolata a san Giuseppe. Nonostante la scarsità di fonti storiche, sembra che proprio dall'erezione di questo luogo di culto sia nata la devozione vidorese per lo Sposo di Maria. La chiesetta venne edificata tra il 1693 e il 1742 accanto alla dimora nobiliare della famiglia Pateani, ricchi possidenti terrieri che diedero al paese di Vidor due parroci. L'oratorio di san Giuseppe venne distrutto durante la guerra e successivamente ricostruito nel 1925 per volontà dei conti Vergerio Reghini. L'interno, molto semplice, ha un piccolo altare in marmo sopra il quale è posta una pala raffigurante il Transito di san Giuseppe. È del 1926, opera del pittore veneziano Luigi Gasparini, e rappresenta la morte del Santo e, in preghiera, la contessa Giovanna Vergerio Reghini, deceduta nel 1925, con accanto il figlio Reghino, caduto nel 1918. Il quadro dimostra la devozione al Santo da parte della nobile famiglia.
Nel passato la chiesetta di san Giuseppe è stata un punto di riferimento per la comunità di Vidor. Da un documento del 1886 sappiamo che nel giorno del Patrono (19 marzo) vi si celebrava la Messa e nel pomeriggio i Vespri, oltre a una processione per le vie del paese. Questa tradizione si perpetuò per decenni fino ad alcuni anni fa, quando purtroppo non fu più possibile accedere alla chiesa per problemi di agibilità della struttura. Non si hanno documenti sul momento in cui san Giuseppe divenne patrono del paese di Vidor, ma possiamo ritenere che l'affidamento al Santo sia nato con la costruzione di questo oratorio. Anche la sagra nel mese di marzo ha origini antiche, in concomitanza con la fondazione della chiesetta campestre. Una delibera comunale degli anni '80 fissa il 19 marzo come festa del patrono. 
Immagini di san Giuseppe le troviamo nella chiesa parrocchiale del Santo Nome di Maria. L'edificio sacro fu benedetto nel 1748, al posto della chiesa del castello. Ospita pregevoli opere di Guido Cadorin realizzate tra il 1922 e il 1926, oltre a due pale d'altare dell'artista veneziano Francesco Zugno del 1750. Entrando dal fondo della chiesa, nella prima cappella a sinistra troviamo l'altare dedicato a san Giuseppe. La statua lignea del santo è opera dello scultore Stuffer della Val Gardena, posta nel 1967 per volontà del parroco don Marcello Favero in sostituzione di una precedente raffigurante santa Filomena. 
Nel giorno del patrono viene celebrata una messa solenne, molto partecipata dalla poроlazione, e la locale Pro Loco organizza una sagra di due settimane con degustazioni tipiche, luna park e un grande mercato; contemporaneamente sono possibili visite guidate all'abbazia di santa Bona. 
Un altro semplice ma significativo segno della devozione al santo lo troviamo nella frazione di Colbertaldo, dove è presente una edicola con un affresco realizzato da un artista locale, raffigurante una Madonna con Bambino, i santi Giovanni e Francesco d'Assisi e, appunto, san Giuseppe. Egli è dunque ben presente a Vidor. Alle nuove generazioni è affidato il compito di coltivare in futuro la devozione al Santo, che da alcuni secoli accompagna la vita del nostro paese ed è vitale sulle nostre famiglie.

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SOTTO IL MANTO DI SAN GIUSEPPE

(don Gabriele Cantaluppi in "La Santa Crociata in onore di San Giuseppe" - marzo 2023, pp. 26-26)


Don Luigi Guanella

Don Guanella nell'operetta Nel mese dei fiori del 1884, in cui offre per ciascun giorno del mese di maggio una riflessione sulla Madonna, giunto al dodicesimo giorno spiega la perseveranza di Maria e Giuseppe alla ricerca di un alloggio a Betlemme, alla vigilia della nascita di Gesù. Conclude esortando a non rassegnarsi ai casi avversi della vita e a esercitare la pazienza, perché «la pazienza si impara più con esercitarla in atto che con impararla sui libri».
Forse anche per questo, non contento di farsi promotore della devozione a san Giuseppe, don Guanella volle che alcune delle sue Case portassero il nome del padre putativo del Signore. Sapeva bene quanta gliene occorresse di pazienza, unita a fede e fermezza, per far crescere le sue Opere, che sapeva «andare avanti come le vaporiere, facendo puf, puf", cioè con sacrifici e coraggio». 
San Giuseppe, in unione con Gesù e Maria, è testimone nella Santa Famiglia del «vincolo di carità», che don Guanella voleva come spirituale collante nelle sue Case. Fin dal 1886, quando fonda la prima a Como, san Giuseppe vi tiene un posto speciale. Il Fondatore suddivide la comunità in tre famiglie e assegna alla Famiglia di San Giuseppe l'assistenza degli anziani, da lui chiamati "vecchioni", termine allora corrente senza alcuna sfumatura dispregiativa. Nella tradizione guanelliana si fisserà questa relazione del Santo con gli anziani e ne fanno fede alcune Case intestate a lui. 
A Belgioioso, in provincia di Pavia, la Provvidenza giocava a don Guanella qualche scherzo.
Nel 1895 alcune suore, inviate a questuare in quelle terre, offrirono l'occasione per l'apertura della Pia Casa San Giuseppe, negli stessi edifici in cui un altro Giuseppe, di cognome Garibaldi, aveva soggiornato.
A san Giuseppe aveva poi intestato la grande chiesa del quartiere Trionfale in Roma, voluta come espressione di obbedienza al desiderio del suo amico e protettore, il papa san Pio X, che portava il nome di battesimo di Giuseppe; ancor prima e sempre a Roma, aveva aperto la Colonia San Giuseppe in zona Camilluccia, e la stessa, trasferendosi poi a via Aurelia Antica, diventò la Casa San Giuseppe, vera cittadella della carità per l'accoglienza e la cura dei disabili. 
Sull'esempio del Fondatore, anche i suoi successori alla guida della Congregazione hanno voluto dedicare Case e parrocchie a san Giuseppe. In Italia por tano questo bel nome a Castano Primo (Milano) la Casa di Riposo San Giuseppe e a Gozzano (Novara) la Casa San Giuseppe del Suffragio, che quest'anno ricorda il centenario della presenza dei guanelliani.
Nelle nazioni dell'America Latina, in Brasile, Argentina e Cile, sono piuttosto parrocchie guanelliane a essere dedicate al Santo, con annesse opere di promozione sociale, scuole e centri caritativi. Mettiamo qui un elenco di nomi, tutti carichi di carità e di sacrifici: la Parroquia del Tránsito de San José e Instituto San José a Buenos Aires (Argentina), la Parroquia San José Obrero e il Colegio San José Obrero a Ciudad Madero (Argentina), la Paróquia São José do Patrocínio a Santa Maria nel Rio Grande do Sul (Brasile) e la Parroquia Tránsito de San José a Renca (Cile).
Recentemente a Grass Lake (Michigan), negli Stati Uniti, è stato inaugurato dai guanelliani il St. Joseph's Shrine, il santuario di San Giuseppe, sede della Pia Unione del Transito. già divenuto meta di pellegrinaggi. In Africa, precisamente a Kinshasa-Lem-ba (Congo), è aperta la Maison Saint Joseph per l'accoglienza dei ragazzi di strada e i minori bisognosi.
Vengono poi i Seminari dell'Opera guanelliana, perché san Giuseppe è stato il primo educatore del Sacerdote per eccellenza, Gesù Cristo. Attualmente uno fiorente di vocazioni si trova in India, il Saint Joseph's Seminary a Cuddalore (Tamil-Nadu). Ma come non ricordare quelli "storici": il seminario ginnasiale Istituto San Giuseppe di Anzano del Parco, in provincia di Como, che negli anni migliori aveva raggiunto la presenza di centosettanta seminaristi; inoltre il primo seminario guanelliano aperto in Spagna, negli anni del Concilio Vaticano II, il Colegio San José ad Aguilar de Campoo nella Vecchia Castiglia, con presenze quasi altrettanto numerose.
È noto che la devozione di don Guanella a san Giuseppe gli ha offerto l'idea di fondare nel 1912 la Pia Unione del Transito di San Giuseppe a Roma, per promuovere la preghiera e il sostegno alle anime che ogni giorno si affacciano all'eternità. Grazie all'impegno di tanti missionari, coinvolti dai guanelliani in questa iniziativa, agli inizi la Pia Unione raggiunse luoghi impensabili, come la Cina e l'Estremo Oriente. Le due guerre mondiali ne hanno frenato la crescita, ma dopo quegli avvenimenti luttuosi, il cammino della Pia Unione è ripreso. Oltre alla sede primaria di Roma, ne sono state aperte in altre nazioni: a Buenos Aires in Argentina, a Porto Alegre in Brasile, a Grass Lake negli Stati Uniti, ad Asunción in Paraguay, a Madrid in Spagna, a Città del Messico, a Floridablanca (Colombia) e ultimamente nelle Filippine e in India, a seguito della diffusione delle Case guanelliane nel mondo.
Torniamo a don Guanella. II 5 giugno 1875 inviava queste linee al direttore dell'Eco di San Giuseppe a Modena, a cui era abbonato: «Scrivendo due righe nel periodico di san Giuseppe, mi par quasi d'impegnare di più il Santo a ottenermi le grazie di cui ho bisogno, rivolgendomi a lui qui pubblicamente come a colui che per mio protettore speciale ho eletto e in cui confido con tutto l'animo... perché mi aiuti in certe imprese avviate, dalle quali sarà per dipendere la destinazione della mia vita e la salvezza di molte anime». Si può dire che i guanelliani hanno continuato sulla stessa strada e hanno affidato a san Giuseppe se stessi e le loro case, qua e là nel mondo.

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SAN GIUSEPPE È DI CASA A SANTA MARINELLA

In "La Santa Crociata in onore di San Giuseppe" - marzo 2023, pp. 22-23

Santa Marinella è una cittadina che si affaccia sul mar Tirreno a nord di Roma. Per i turisti essa è la Perla del Tirreno, ma ha origini antichissime, ricche di storia e di reperti archeologici. Nell'epoca preromana e durante la dominazione di Roma aveva il nome di Punicum, che sembra indicare l'albero di melograno (Ad malum punicum) che stava nei pressi di una stazione per il cambio dei cavalli.
Dopo la caduta di Roma, intorno all'anno 1000 d.C. una comunità di monaci Basiliani, originari del Medio Oriente, dall'Italia meridionale risali il Tirreno insediandosi sul promontorio ove oggi sorge il castello Odescalchi, costruendo il villaggio, il monastero e una piccola chiesa annessa dedicata a santa Marina (Margherita) di Antiochia; introdussero così il culto della santa eponima della città, di cui propagarono la devozione.
La chiesetta di santa Marina era incorporata nel castello Odescalchi come cappella di palazzo. Nel 1435 papa Eugenio IV concesse in proprietà la tenuta di Santa Marinella ai canonici che reggevano l'ospedale romano di Santo Spirito in Sassia, ma nel 1887 la tenuta fu venduta dall'ospedale al principe Baldassarre Odescalchi. Anche la famiglia Pacelli acquistò una villa lungo la via Aurelia di fronte all'attuale Ospedale del Bambino Gesù dove, fin da piccolo, Eugenio Pacelli, divenuto papa col nome di Pio XII, trascorreva le vacanze. Proprio per intervento di Francesco Pacelli, fratello di Eugenio, la  famiglia reale dei Savoia a seguito dei Patti Lateranensi donò la propria villa di Santa Marinella all'attuale Ospedale del Bambino Gesù, che nel dopoguerra diventerà un centro d'eccellenza sul territorio, soprattutto in campo pediatrico. È a partire dagli anni Cinquanta che Santa Marinella diventa la Perla del Tirreno, talvolta anche chiamata Perla dei VIP, meta estiva dei romani.

la Chiesa di San Giuseppe a Santa Marinella 

La storia di san Giuseppe a Santa Marinella inizia alla fine del Seicento. Quando la famiglia Odescalchi fece alcuni lavori nella piccola cappella di santa Marina, essa passò a essere dedicata al Padre putativo di Gesù. Nel 1703 la chiesetta venne eretta a parrocchia per la cura di un centinaio di anime. Con lo sviluppo turistico della zona, la chiesa viene ampliata tra il 1911 e il 1915 insieme alla casa parrocchiale, sotto la cura di don Augusto Ranieri. Quella prima chiesa di san Giuseppe (ora ritornata alla prima invocazione di santa Marina con decreto del vescovo mons. Gino Reali) restò chiesa parrocchiale sino al 1958, anno in cui viene edificata la nuova monumentale chiesa di Via della Libertà per opera del parroco don Ostilio Ricci.

Passiamo a raccontare qual cosa della festa di san Giuseppe, che nei decenni passati godeva di grande popolarità. Il santo patrono Giuseppe era onorato con festeggiamenti popolari, con le corse di cavalli, corse nei sacchi, albero della cuccagna. Ma il momento culminante era la solenne processione per le vie della città con la statua del Santo trasportata a spalla. Le finestre e i balconi che si affacciavano sul percorso venivano adornati con coperte multicolori, strutture in legno ricoperte di fiori, piante e luci. Su alcune finestre sedevano bambini vestiti da angeli, figure che, al tremolio delle fiammelle di ceri e candele, creavano una atmosfera surreale. E poi vi era grande folla, con i ragazzi della prima Comunione e Cresima che indossavano gli abiti di cerimonia e facevano ala alla statua del Santo.
Tante erano le confraternite laicali con i loro stendardi, le Autorità, la banda musicale e poi il parroco sotto un baldacchino finemente decorato e sorretto da quattro aste. Le campane venivano suonate a mano e accompagnavano festosamente tutto il rito.
Ma il momento più emozionante, almeno per i più piccoli, (siamo attorno agli anni Cin-quanta) era il passaggio della processione davanti alla casa di Pasqualino Percuoco, noto personaggio all'epoca, che dava il via ai fuochi d'artificio con botti fragorosi.
La partecipazione della gente era tanta. Tutti portavano i vestiti della festa, confezionati con stoffe sgargianti per l'occasione. Tutto sembrava una immensa tavolozza policroma. E poi c'erano i profumi che dalle case inondavano le vie; il pranzo della festa terminava con le frittelle di san Giuseppe, antica ricetta conservata nella memoria delle nonne e delle mamme di allora.
Oggi purtroppo di tutto questo non resta niente. C'è ancora la processione, partecipata da centinaia di fedeli che aumentano lungo il percorso, talvolta dimezzato per non ostacolare il traffico automobilistico. Vi sono ancora le bancarelle con dolciumi, panini, abbigliamento. Le giostre con le musiche assordanti sono prese d'assalto da nugoli di giovani, per provare qualche istante da brivido. A tarda sera si svolge lo spettacolo musicale e fuochi d'artificio. Di tutto questo che resta? Il giorno dopo è un altro giorno... Resta un po' di nostalgia? Si, a noi che abbiamo vissuto in quegli anni lontani la festa di san Giuseppe "frittellaro".

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TRADIZIONI IN ONORE DI SAN GIUSEPPE A SAN MARTINO IN PENSILIS (Molise) - parte prima

 

“Sposalizio di San Giuseppe e Maria” ©Termolionline

SAN MARTINO IN PENSILIS. Un racconto appassionante, intriso di fede ma anche di nozioni storicamente riconducibili a tradizioni locali. È quello realizzato dalla sanmartinese Tina Della Malva, con cui partecipò a un concorso di Molise Experience. Una tradizione che sopravvive anche al Covid-19 e che si spera di poter rinnovare al più presto, in vista della festa del papà 2022. Al centro dell’elaborato lo “Sposalizio di San Giuseppe e Maria”, che si svolge a San Martino in Pensilis. Lei, 51enne, moglie e mamma, ama il suo paese e le tradizioni: «Ti presento la mia terra attraverso una bella tradizione a San Martino in Pensilis. Io l’ho vissuta e voglio raccontarla. Con un pizzico di orgoglio d’appartenenza e uno di soddisfazione vorrei invitarvi e farvi partecipare tutti! Il Molise è terra ricca di tradizioni. 

Alcune sono condivise da più paesi, altre sono uniche come quella che viviamo a San Martino in Pensilis e che vi voglio narrare. Ve ne innamorerete, come è normale che sia. Perché di amore si tratta. Viviamo le nostre usanze religiose, intrecciando fede e vita, nella coerenza cristiana, facendo nostri i valori delle generazioni passate. Il mio paese, la mia gente è devota a diversi santi, il famoso e tanto amato patrono, il santo monaco benedettino Leo, san Biagio, sant’Antonio, san Pietro, san Donato, san Martino, santa Lucia. San Giuseppe, invece, ha un posto speciale e capirete man mano che leggerete. Subito dopo le feste di Natale, nel cuore dell’inverno più freddo, ci ritroviamo, il 21, 22 e 23 gennaio, per recitare le preghiere del Sacro Manto di san Giuseppe e il 23 per festeggiare lo Sposalizio della Vergine Maria e di san Giuseppe, “Sacro vincolo di Carità” come disse papa Leone XIII.

È certo che da decine e decine di anni che i sanmartinesi rinnovano questa tradizione. Dalla chiesa a lui intitolata nel cuore del centro storico, diversi anni fa, non mancava, dopo la funzione religiosa, la banda storica locale, fuochi pirotecnici e offerta di pane e pasticcini, segni di festa e condivisione. Era la sede della Confraternita della Buona Morte, fatto tangibile della protezione in vita e della buona morte da parte del santo attraverso l’azione dei ‘fratelli’, ispirati da lui e dai sentimenti di pietà e solidarietà verso i più bisognosi e verso i viandanti, questuanti in cerca di aiuto.

La devozione al Sacro Manto è costituita, nello specifico, da una serie di semplici ma significative orazioni, che esaltano la sua figura. Poi continua ogni mercoledì con le litanie a lui dedicate alla fine del Santo Rosario, per culminare con gli ‘Altari’ che, sempre per lui, vengono composte il 19 marzo dando un’ampia, significativa ed ennesima testimonianza dell’affetto che a lui ci lega (e continua per tutto l’anno). Affetto conservato pure dai nostri compaesani emigranti che hanno pomposamente continuato a celebrare le loro devozioni, cordoni ombelicali mai recisi e avendo tutti i diritti di farlo!

Cercare un po’ di notizie sulla tradizione del Sacro Manto di san Giuseppe è piuttosto semplice, tra leggenda e racconti di nonne torniamo indietro nel tempo, comodamente sedute raccogliamo quanto ci viene detto e con un sorriso tendiamo a crederci (magari possono sembrare essere frutto di ingenua fantasia popolare, ma coglierne il messaggio porta oltre e va ad incarnarsi nella concretezza della vita). Pregare il santo, quale potente intercessore, ha un significato speciale: affidamento, intercessione, grazia, patrocinio e soccorso per ogni nostra necessità.

Tornando alla storia del Sacro Manto, di un mantello, ci si riferisce ad uno molto prezioso regalato da Maria al suo sposo per il matrimonio. Ad un certo punto della loro storia quotidiana, feriale diremo, normale, come tali sono quelle di qualsiasi altra coppia, Giuseppe dovette fare un acquisto, del legname, nello specifico, ma non possedendo denaro a sufficienza diede il suo Mantello come pegno, ad Ismaele, padrone dei tronchi, avaro e dal cuore duro. Lungo la storia di tante coppie si scorgono presenze ‘negative’ ma non sempre queste ultime hanno la meglio, anzi! Se lo pose sulle spalle e nei giorni successivi avvennero fatti prodigiosi, tra cui la guarigione dei suoi occhi malati da anni, la pace e la tranquillità tornarono nella moglie da sempre scontrosa e burbera, e un suo animale dolorante e moribondo, risanò. Infine un pezzo del miracoloso Manto spense immediatamente un incendio scoppiato nella casa paterna di Ismaele. Da allora quest’ultimo condonò tutto il debito a Giuseppe anzi, promise di donargli tutto il legno di cui avesse bisogno, mentre la moglie regalò a Gesù un paio di agnelli bianchi, due piccioni più bianchi della neve del Libano, e a Maria olio e miele. Pregò Giuseppe di regalargli il Manto che aveva protetto il suo matrimonio, i suoi interessi, la sua famiglia.

A Roma, sul Palatino, nella Basilica di Sant’Anastasia, si conserva una reliquia del Santo Manto di San Giuseppe, a cui poté accedere san Girolamo che visse tanti anni a Betlemme. Si conserva da ben 1600 anni insieme ad una reliquia del Velo di Maria. La presenza di sant’Anastasia ricorre, insieme a sant’Anna, in un canto in dialetto sanmartinese che si fa solo in questa circostanza di festa. Che bella coincidenza!

Questa dello Sposalizio, sembra essere una festa minore, ma in effetti, nonostante le difficoltà di questi tempi moderni, è un evento formidabile per la persona, naturale continuum, se non vera essenza, della famiglia che si va a formare. Fatto sta, infatti, festa delle nozze e festa della famiglia, interdipendenti, si mette in risalto l’amore sponsale e il nucleo familiare. Il matrimonio è dono della persona all’altro, dono totale di sé. Porre san Giuseppe protettore di questo sacramento dà forza smisurata a questa vocazione a cui si risponde, consapevoli di essere imperfetti, umani. In questa coppia, la più santa, si scorge la bellezza della coniugalità e fecondità, la capacità di sacrificarsi per l'altro, pieni di comprensione, di passione per il destino di chi condivide la nostra stessa strada. È indivisibile unione degli animi, da cui scaturisce la cura dell’altro, l’accoglienza della prole e la collaborazione di marito e moglie nella educazione della prole stessa. Beh si capisce bene quanto, soprattutto le donne direi, si incantano rapite davanti a tutto questo! Maria e Giuseppe primo divino esempio dell’educazione cristiana, ispirazione migliore non si può avere!

E accade davanti a questo evento speciale, lo Sposalizio, appunto, ma san Giuseppe è, naturalmente, un grande ispiratore per gli uomini di tutti i tempi: uomo che ama nella fedeltà, sposo che accoglie il Mistero, padre esemplare e lavoratore che educa la prole alla laboriosità, perfetto e fecondo, generoso e paziente, silenzioso e ‘fermo’ nonostante le fatiche e le difficoltà! Inarrivabile oserei pensare, ma anche la tensione e l’intenzione fa l’uomo buono! Chi non si porrebbe sotto la protezione di un così gran Santo, chi non chiederebbe il Suo patrocinio?

Dio sa quanto è urgente, oggi più che mai, avere dei punti di riferimento saldi nella vita di tutti i giorni, di avere valori solidi che questo santo con le sue azioni ha vissuto e portato avanti, per quanto lui abbia dimostrato. Festeggiare San Giuseppe vuol dire in qualche modo farsi ispirare e dare cibo a chi ne ha bisogno, morire nella grazia di Dio, vivere del proprio lavoro. Uomo Giusto, Giuseppe, docile, umile, vero, autentico, lavoratore, educatore e difensore di Maria e Gesù. Con Maria ha allevato il Figlio: lo ha nutrito, vestito e istruito. Loro, modelli per i genitori che cercano di dare una formazione incisiva ed efficace ai figli. Una paternità (riverbero essenziale per la maternità e viceversa) tenera, ma con una profonda forza interiore. Autorità ispirata dalla tenerezza, come dice Papa Francesco, in questo anno speciale, il 2021, dedicato proprio al Santo. Anche in seconda linea c’è protagonismo, realizzando pari merito la vocazione di genitore, e, si aggiunga a questo, se ancora ce ne fosse bisogno, l’amore materno e paterno influisce sull’amore filiale e viceversa.

Ma torniamo a San Martino, dove la bellezza, tanta, continua a scorrere davanti ai nostri occhi, passando per le nostre mani, i nostri cuori! Dopo essersi chiamate a raccolta vicendevolmente (ma si sa che le donne appuntano nel cuore non sul calendario le date importanti dell’anno!), si comincia. Le apparenti piccole agitazioni e i piccoli nervosismi, per organizzare tutto al meglio, converge tutto là, con gli occhi negli occhi del Santo. Dopo aver progettato l’altarino si passa ai ‘fatti’: selezione, lavaggio, stiraggio della biancheria migliore, candele, fiori, libretto delle preghiere e dei canti. Buona disposizione di animo a fare, e a fare bene.

Ci siamo! Tutto profuma da ora in poi: le parole, i tessuti, le immagini. Le donne sanmartinesi sono tutte qui, ora, insieme, le presenti nel corpo e nello spirito, quelle che lo hanno venerato negli anni scorsi e quelle di domani, speriamo, e che si affidano, in special modo al santo.

Naturalmente non solo loro. Qui, attraverso chi prega, ci sono le famiglie al completo. Non manca nessuno, garantito.

Tanti nel corso di questi anni hanno pregato, offerto propositi e azioni affinché i loro matrimoni fossero protetti e custoditi - non si separi ciò che Dio ha unito -. Tanti hanno pregato per loro stessi, le loro famiglie, gli emigranti e soprattutto per chi nessuno prega. Specialmente si affidano gli uomini, affinché san Giuseppe sia loro guida, custode e modello.

Il dì della festa arriva, il 23, dopo le preghiere ci si reca in chiesa, per la messa, dove la tela che raffigura lo Sposalizio è offerta al culto dei fedeli e ancora si prega per le coppie, si rinnovano le promesse matrimoniali e ci si sente proprio invitati ad uno sposalizio che avviene in quel momento. Vengono offerti confetti come ogni buon sposalizio contempla e si promuovono iniziative di carità per le famiglie bisognose.

Verso la fine della celebrazione ci si distrae un po’… si strizza l’occhio più alla vanità che allo spirito e pure fa bene visto che l’intenzione è buona e in buona fede perché si va già col pensiero alla festa insieme agli altri, al rinfresco e alla degustazione dei dolci tipici e alla torta. Fede, tradizione, abilità, delizie. Gli sposalizi dei sanmartinesi sono famosi per i dolci secchi e per quelli con la crema: la ‘dolcia della sposa’ è capofila speciale di squisitezze uniche locali, prelibatezza per palati esigenti, buongustai. Il brindisi finale rifinisce la festa.

E si compie. Invitati tutti, sia pure in punta di piedi, ma a pieno titolo, vi assistiamo e partecipiamo, e siamo molto coinvolti. Come coi nostri sposalizi torniamo a casa contenti, direi soddisfatti, emozionati, ciascuno è riempito di una piccola gioia interiore da conservare e da cui ripartire, carichi di forza e speranza. Confortati dal Santo, dalla Sacra Famiglia, eh già, si sono sentite molte storie a lieto fine, legate a questa festa, con coppie, lavoratori, emigranti protagonisti ed esauditi. Tante altre non si raccontano, ma solo per pudore! Raccolte non diffuse, racchiuse nei cassetti di diverse persone, studiosi, don Domenico, il prof. Michele, don Nicola e qui le donne sono diventate custodi e scrigni di silenzio e preghiera…e a san Giuseppe questo piace!

Finisce qui, sembra. Ma non sentite già il profumo della pasta con la mollica e delle scrippelle!? Il 19 marzo non è così lontano».

(Fonte: Termolionline)

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«AMICO E INTERCESSORE IN TEMPI DIFFICILI» - terza parte

 (Donna Lynn Orsuto, La Santa Crociata in onore di San Giuseppe - giugno 2021)


La terza invocazione, Minister salutis, si concentra sulla sua vocazione "a servire la persona e la missione di Gesù mediante l'esercizio della sua paternità: proprio in tal modo egli coopera nella pienezza dei tempi al grande mistero della Redenzione ed è veramente ministro della salvezza (cfr. San Giovanni Crisostomo)", come riportato in "Redemptoris custos", 8.

Egli può essere considerato, in tal senso, un "servitore della salvezza": "La grandezza di san Giuseppe – spiega il Santo Padre – consiste nel fatto che egli fu lo sposo di Maria e il padre di Gesù". In quanto tale, "si pose al servizio dell'intero disegno salvifico, come afferma ancora san Giovanni Crisostomo" ("Patris corde", 1).

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LA CHIESA E L'ORATORIO DI SAN GIUSEPPE DEI FALEGNAMI A ROMA

(di Stefania Severi, in La Santa Crociata in onore di san Giuseppe, 10/2018 pp. 26-27)

La chiesa di San Giuseppe dei falegnami, con l'annesso oratorio, sorge nel cuore di Roma, addossata quasi alle pendici del colle capitolino, sul lato opposto a quello della celebre cordonata di Michelangelo. Ha la facciata che guarda sul Foro romano, a fronte dell?Arco di Settimio Severo.
Si presenta alta sopra un'altra struttura muraria, tanto che per accedervi bisogna salire una lunga scala su di un lato. Una volta le scalinate erano due, su entrambi i lati, ma una fu eliminata quando, negli anni '30 del Novecento, fu sistemato l'accesso al Foro. Il luogo è forse più noto proprio per l'edificio inferiore, il celebre Carcere Mamertino dove la tradizione vuole sia stato rinchiuso san Pietro.
Tra le volte del carcere e la chiesa è la cinqiuecentesca cappella del Crocefisso, che prende il nome da un crocifisso ligneo molto antico un tempo in un oratorio nel Foro romano. Sopra la cappella, l'Arciconfraternita dei falegnami edificò la sua chiesa e l'oratorio.
Il progetto, di Giovan Battista Montano, architetto e intagliatore milanese, fu approvato nel 1957. Alla morte del Montano, Giovan Battista Soria proseguì i lavori realizzando anche l'oratorio. I lavori furono portati a termine da Antonio del Grande nel 1663. La chiesa di San Giuseppe è a navata unica con quattro altari laterali sui quali spiccano tele con episodi della vita di san Giuseppe realizzati da Bartolomeo Colombo, Giuseppe Ghezzi, Horace Le Blanc e Carlo Maratta. Di quest'ultimo è la Natività, datata 1651, che è considerata la sua prima opera importante. Sull'altare maggiore è la pala raffigurante Maria Assunta contemplata da san Giuseppe e da san Gioacchino: il padre e lo sposo, quasi coetanei ed entrambi canuti, con lo sguardo ed il gesto sembrano accompagnare il moto ascensionale di Maria. L'elemento più bello dell'intera aula è il meraviglioso soffitto ligneo, opera del Montano, arricchito da dorature, con articolati riquadri geometrici a rilievo e con alcune scene scultoree con la Natività al centro.
Dalla chiesa si accede direttamente all'ampio oratorio, caratterizzato da due file di scanni molto semplici: la boiserie addossata alla parete fa da dossale a una panca sopraelevata menter un'altra semplice panca corre più in basso.
Qui, oltre al magnifico soffitto in legno naturale di Giovanni Battista Speranza, è la decorazione ad affresco, che gira tutto attorno, a costituire ulteriore elemento di pregio. Gli affreschi, di Tullio Montagna (1631-1637), raffigurano momenti della vita di Maria e di Gesù nei quali era presenta san Giuseppe: lo sposalizio, la Natività con i pastori, la Natività coi Re Magi, il sogno premonitore e la fuga in Egitto, Gesù al tempio. Gli ampi riquadri sono intervallati da figure allegoriche. L'insieme trasmette solennità e un sentimento austero della bellezza non tesa al solo piacere estetico ma anche alla trasmissione di valori quali un concetto di vita sobraia e rigorosa in cui il lavoro assume un ruolo determinante, come indica il magistrale capolavoro di ebanisteria.


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