Considerata l’importanza delle encicliche, non è senza significato che in esse il Papa invochi san Giuseppe subito dopo l’intercessione di Maria, definendolo “suo purissimo sposo”. Così le encicliche Aeterni Patris (4 agosto 1879), Sancta Dei civitas (3 dicembre 1880), Diuturnum (29 giugno 1881), Etsi nos (15 febbraio 1882), Humanum genus (20 aprile 1884). Anche nella nota enciclica Rerum novarum (15 maggio 1891) san Giuseppe è presente come colui che qualifica umanamente Gesù, il quale “benché Dio, ha voluto essere considerato figlio di operaio (Mc 6,3)”.
Lo stesso Pontefice approva la recita dell’Ufficio votivo di san Giuseppe al mercoledì (1883) e stabilisce, inoltre, il 3 marzo 1891, che la festa di san Giuseppe sia di doppio precetto per il Piemonte, la Liguria, la Sardegna e la Lombardia. Con la Lettera apostolica Neminem fugit (14 giugno 1892) istituisce canonicamente la Pia Associazione Universale delle famiglie consacrate alla S. Famiglia di Nazaret, affermando la partecipazione intima di san Giuseppe alla suprema dignità della S. Famiglia.
La devozione verso san Giuseppe, già notevole sotto il pontificato di Pio IX, conobbe sotto Leone XIII un ulteriore sviluppo, dimostrato dalla nascita e approvazione in quel periodo di numerosi Istituti religiosi dedicati al Santo, circa una cinquantina, ai quali vanno aggiunti quelli in onore della S. Famiglia. Segno di questa crescente devozione sono anche le incoronazioni delle immagini di san Giuseppe, avvenute in Francia, Belgio e America, tra le quali è da includere quella della statua di san Giuseppe (30 giugno 1902), a Castello di Caudino d’Arcevia (Macerata), l’unica in Italia e tuttavia oggi poco nota.
Innumerevole è l’elenco delle Confraternite sorte un po’ ovunque. Anche in S. Pietro in Vaticano, nel 1888, venne costruito, nella cappella delle Reliquie (o Crocifisso), un prezioso altare dedicato al Patrocinio di san Giuseppe. Il 24 settembre 1895, con l’Enc. “Cum sicut ad Nos” il Pontefice concede le indulgenze per la celebrazione del giubileo della festa patronale di san Giuseppe, da celebrare il 15 dicembre. Egli afferma che “nulla è più gradito, soprattutto in tempi tanto gravi (tam gravibus) per la Chiesa di Dio, che vedere stimolata la pietà dei fedeli verso il celeste suo Patrono e che essa di giorno in giorno ottenga maggior incremento”.
L’Enciclica “Quamquam pluries”
Leone XIII ereditava da Pio IX un difficile pontificato, che raccoglieva i frutti delle dannose semine precedenti: “il razionalismo, il naturalismo e l’ateismo partorirono il socialismo, il comunismo e il nichilismo: altre funeste pestilenze, le quali dovevano logicamente e inevitabilmente scaturire da quei principi” (Enc. Exeunte anno, 25 dicembre 1888). Il Pontefice era ben consapevole di quanto fosse all’opera “il potere delle tenebre”, come risulta dalla sua disposizione di recitare dopo ogni santa Messa, ai piedi dell’altare, la preghiera a san Michele Arcangelo, inserendo, inoltre, nella preghiera precedente, “Deus, refugium nostrum et virtus”, il nome del “beato Giuseppe” (6 gennaio 1884).
Nel discorso natalizio ai Cardinali lamentava: “È ora più che mai la guerra sistematicamente rivolta contro tutto ciò che è cattolico. Non vi è istituzione di tal natura cui, all’occasione, non si attenti con disposizioni o legislative o amministrative. Non sono rispettate nemmeno le pie fondazioni destinate a portare in lontani paesi i benefici della fede; non le fa sicure nemmeno il diritto meglio provato e riconosciuto delle stesse corti di giustizia, che subito una nuova legge viene a rendere vana tale vittoria”.
Il 2 marzo 1889, in occasione del suo 80° compleanno, descriveva così il quadro storico del momento: “Le condizioni generali d’Europa e del mondo sono oltremodo incerte e paurose; e si ripercuotono paurosamente sulla Santa Sede. Priva di una vera sovranità che ne assicuri l’indipendenza, e sottoposta al potere altrui, non può non risentire le incertezze, i pericoli, i danni cui è esposta l’Italia al di dentro e al di fuori. Onde è che ogni agitazione che sorga all’interno e particolarmente a Roma, ogni disastro che la minacci all’estero, fa nascere nei cattolici di tutto il mondo apprensioni, ansietà e timori per la sorte del loro Capo… L’esercizio del ministero episcopale dei nuovi pastori che noi nominiamo soffre indugi ed impedimenti per il così detto Exequatur, che per sistema si differisce sempre di molti mesi…” .
Dopo l’erezione del monumento a Giordano Bruno e le relative dimostrazioni, il Papa denunciava, il 30 giugno 1889, le ispirazioni dei suoi promotori, che “vogliono ad ogni costo l’apostasia della società da Dio, e con odio infinito fanno guerra a morte alla Chiesa e al Pontificato Romano… Gli onori e le molteplici forme di venerazione, onde si disse di voler circondare il Romano Pontefice, si mutarono, a poco a poco, in offese e ingiurie gravissime; prima fra tutte, pubblica e permanente, il monumento di un uomo malvagio e perduto… La sicurezza stessa della Nostra persona è in pericolo”. “In una situazione così triste e difficile, poiché i rimedi umani sono inadeguati ai mali”, Leone XIII decideva, con l’Enc. Quamquam pluries (15 agosto 1889), di “spronare la pietà del popolo cristiano ad implorare con maggiore ardore e perseveranza l’aiuto di Dio onnipotente”. “I tempi sono calamitosi… non meno calamitosi di quanti mai volgessero tristissimi (calamitosissima) per la cristianità… il potere delle tenebre (potestas tenebrarum) sembra poter tutto osare ai danni della cristianità… Vediamo la lotta che da ogni parte si fa alla Chiesa di Cristo con violenta perfidia, la guerra atroce contro il Papato e i tentativi sempre più aperti di scalzare gli stessi fondamenti della religione”. Giustificato, dunque, il ricorso a san Giuseppe, già dichiarato solennemente patrono della Chiesa universale dal suo predecessore Pio IX, l’8 dicembre 1870, perché, “a quel modo ch’egli un tempo soleva tutelare santamente in ogni evento la famiglia di Nazaret, così ora col suo celeste patrocinio la Chiesa di Cristo copra e difenda”.
Poiché col passare del tempo le ostilità contro la Chiesa si erano aggravate sempre più, diventando “i mali maggiori di ogni umano rimedio”, il Pontefice decide di incitare tutto il popolo cristiano a una prolungata preghiera, a cominciare dal prossimo mese di ottobre, “da Noi già consacrato alla Vergine del Rosario”, nella certezza di “poter trovare nella materna bontà della Vergine un rifugio a tutti i nostri mali”. E’ proprio in questo contesto mariano che Leone XIII inserisce il suo ricorso a san Giuseppe e “a trattare pubblicamente questo tema per la prima volta”: “Poiché è molto importante che il suo culto penetri profondamente nelle istituzioni cattoliche e nei costumi, vogliamo che il popolo cristiano riceva dalla nostra stessa voce e autorità tutto l’incentivo possibile”.
La devozione mariana si estende così naturalmente a quella giuseppina, nella convinzione che essa non solo non soffrirà detrimento, ma che anzi esistono “buoni motivi per credere che ciò risulterà particolarmente gradito alla stessa Vergine Santa”. A questo punto, poiché “la Chiesa si attende moltissimo dalla speciale protezione di san Giuseppe”, l’enciclica considera “le ragioni per cui san Giuseppe dev’essere ritenuto Patrono della Chiesa” e le indica “soprattutto nel fatto che egli è Sposo di Maria e Padre putativo di Gesù Cristo”.
Ammesso che “la dignità della Madre di Dio è così alta, che non ce ne può essere una maggiore”, ne segue che anche san Giuseppe “è partecipe dell’eccelsa dignità di cui Dio l’ha ornata”, perché “tra la beatissima Vergine Madre di Dio e san Giuseppe esiste un vero vincolo matrimoniale” e “il matrimonio di fatto costituisce per se stesso la forma più nobile di società e di amicizia e porta con sé la comunione dei beni”. Il concatenamento logico è solido e si estende a tutte le conseguenze che ne derivano per san Giuseppe riguardo alla “grandezza, grazia, santità e gloria”, tanto più se si tiene conto che egli “grandeggia unico fra tutti per la sua augustissima dignità (augustissima dignitate unus eminet inter omnes), perché, per volere divino, fu custode di Dio (custos Dei fuit) e, nell’opinione di tutti, padre (pater)”.
Siamo qui al secondo motivo della grandezza di san Giuseppe, la relazione paterna verso Gesù, alla quale il matrimonio con Maria era appunto destinato. Gesù stesso da parte sua ratificava con il suo atteggiamento lo stato di filiazione che ne deriva, dal momento che “il Verbo di Dio (Verbum Dei) si assoggettò umilmente a san Giuseppe, gli obbedì e gli prestò quell’onore e rispetto che ogni figlio deve a suo padre”.
Passando a considerare la santità di san Giuseppe nell’adempimento dei suoi doveri, ecco che nei riguardi di Maria egli fu “testimone della sua verginità e tutore della sua onestà”. Nei riguardi della S. Famiglia, della quale “fu custode legittimo e naturale difensore”, “fu lui a tutelare con sommo amore e ansie continue (amore summo et quotidiana assiduitate) la sua sposa e il Figlio divino; fu lui che provvide al loro sostentamento con il suo lavoro; lui, che allontanò da loro i pericoli, li portò in salvo fuori di patria, e nei disagi dei viaggi e nelle difficoltà dell’esilio fu loro compagno inseparabile, loro aiuto e conforto”.
Ma la missione di san Giuseppe non si esaurisce con la sua vita terrena, perché la sua “autorità di padre (patria protestate)”, si estende per volere di Dio a tutta la Chiesa. Contenendo la S. Famiglia “gli inizi della Chiesa nascente”, perché Maria “è anche Madre di tutti i cristiani e Gesù è il primogenito”, “ne deriva che il beatissimo Patriarca ritiene come a lui stesso raccomandata la moltitudine dei cristiani, che formano la Chiesa… sulla quale egli, come Sposo di Maria e Padre di Gesù Cristo (quia vir Mariae et pater est Iesu Christi), ha un’autorità pari a quella di un padre”. Il matrimonio di Giuseppe con Maria e la sua paternità nei riguardi di Gesù non sono, dunque, solo i titoli della sua grandezza, grazia, santità e gloria, ma sono anche la ragione perché “ricopra ora e difenda con il suo patrocinio celeste la Chiesa di Dio”.
Dopo aver ulteriormente illustrato la grandezza e la gloria del “Custode della S. Famiglia” con la figura e l’opera dell’antico patriarca Giuseppe, il Sommo Pontefice indugia, infine, nell’esortare tutti i cristiani “di qualsiasi condizione e stato” ad affidarsi e abbandonarsi all’amorosa protezione di san Giuseppe: i padri di famiglia, i coniugi, i consacrati a Dio, i nobili, i ricchi, i poveri e gli operai”.
Con l’enciclica Quamquam pluries, Leone XIII è stato il primo Papa a tracciare le linee di una teologia di san Giuseppe, definendone chiaramente i titoli che lo inseriscono nella storia della salvezza, ossia della redenzione umana, sia a livello dell’incarnazione, come sposo di Maria e padre di Gesù, sia a livello della vita della Chiesa, della quale è il naturale parotettore.
FONTE: Movimento Giuseppino

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