NELLA BOTTEGA DI SAN GIUSEPPE (di don Giulio Gallerani) - sesta parte

                                                       LA RIPARAZIONE: 

come farci riparare da Dio, la nostra conversione... 

“Ritorniamo al Signore: egli ci ha straziato ED EGLI CI GUARIRÀ.  

Egli ci ha percosso ed egli ci fascerà” (Os 6, 1-2) 

“Il pubblicano, invece, fermatosi a distanza, non osava nemmeno alzare gli occhi al cielo, ma SI BATTEVA IL PETTO dicendo: - O Dio, abbi pietà di me peccatore-! Io vi dico: questi, a differenza dell’altro, tornò a casa su giustificato, PERCHÉ CHIUNQUE SI ESALTA SARÀ UMILIATO, E CHI SI UMILIA SARÀ ESALTATO” (Lc 18,13-14) 



Nella bottega di Giuseppe, Gesù avrà visto arrivare tante volte degli oggetti rotti da aggiustare: il soprannome di Giuseppe era o tèknon, il “tuttofare”, il “ciappinatore”, diremmo noi, e questo nomignolo lo ereditò anche Gesù. Giuseppe era colui che a Nazaret aggiustava gli oggetti che si guastavano o si rompevano. “Ritorniamo al Signore: egli ci ha straziato ed egli ci guarirà. Egli ci ha percosso ed egli ci fascerà”: quante volte Gesù avrà visto il suo padre terreno “guarire”, “fasciare”, aggiustare le cose… 

Ma come fa il Signore ad aggiustarci?  Prima condizione: uno deve essere consapevole di essere rotto, e recarsi da chi può aggiustarlo. Solo allora potrà guarire. Il fariseo ((cfr Lc 18, 9-14) non aveva bisogno di nulla: si sentiva a posto, giusto, senza bisogno di chiedere perdono a nessuno. Non si ripara chi non vuole andare da un riparatore: la cosa peggiore che ci possa capitare è avere l’intima e falsa presunzione di essere giusti davanti a Dio. Di non aver bisogno di chiedere perdono. Di non sentirci malati.  Il pubblicano, invece, sapeva di avere qualcosa di rotto, e che bisognava cominciare… dal petto! (“il pubblicano, invece, fermatosi a distanza, non osava nemmeno alzare gli occhi al cielo, ma si batteva il petto dicendo: -O Dio, abbi pietà di me peccatore-!”). Non come il fariseo, che puntava il dito -perché dinanzi al male, si può o accusare gli altri, oppure accusare sé stessi. 

Quante volte Giuseppe per aggiustare una cosa ha dovuto battere con lo scalpello, o con il martello… battere vuole dire ferire, per andare dentro, per far entrare la riparazione. È necessario “battersi il petto”, ferirsi, per far entrare Dio nel nostro cuore, perché è lì che devo guarire, è il mio cuore ciò che deve guarire. Ecco la seconda condizione. 

Infine: cosa fa il Signore, una volta entrato dentro di me? Chi si è auto innalzato, lo abbassa, e chi si è abbassato, lo innalza (“io vi dico: questi, a differenza dell’altro, tornò a casa sua giustificato, perché chiunque si esalta sarà umiliato, e chi si umilia sarà esaltato”). Il suo lavoro consiste nell’equilibrare tutto, come fa un falegname: se andiamo troppo da una parte, ci ripara con un contrappeso dall’altra parte, e se siamo troppo “sottili” e non stiamo più in piedi, ci allarga la base (per innalzarci senza farci crollare…).  Il Signore infatti da un lato ci riequilibra, ci raddrizza nel nostro percorso, e dall’altro ci radica, allargando la base della nostra anima, perché possiamo da Lui essere innalzati: come uno scultore, come un falegname, Lui ci modella, anche facendoci un poco male. 

Lasciamoci aggiustare dal Signore, lasciamoci guarire da Lui, unico nostro riparatore!

FONTE: Il Timone 

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